Sul camion

di Sergio Pilu “[Sir Squonk]”

Ti ricordi quando arrivavo a casa tardi, che fuori era buio e tu eri già a letto? Forse no, eri piccolo, e di quegli anni della vita uno finisce per ritrovarsi solo delle immagini, magari sfuocate. Ma io me lo ricordo, sai.
Uscivo la mattina presto, molto presto. Prendevo l’autobus, in quel nostro quartiere dove a quei tempi ci si poteva ancora perdere per la nebbia, infreddolito e assonnato; e dopo l’autobus un tram, e dopo il tram una camminata, e arrivavo in caserma – passavo in mezzo alle autoblindo, alle campagnole, ai camion ai quali veniva fatto il pieno, ci passavo in mezzo e andavo a cambiarmi. Divisa mimetica, manganello, un’arma, il casco, lo scudo di protezione, gli anfibi.
Mi mettevo in fila insieme ai miei colleghi, che certi erano solo quello e altri erano amici e allora cercavamo di stare vicini come i bambini a scuola, e andavamo verso quei camion, perché i serbatoi erano pieni e il nostro turno di servizio stava per iniziare. Ordine pubblico, si chiama. Li hai visti anche tu, no? Almeno in televisione, perché tu alle manifestazioni non ci sei mai andato. Ero uno di loro nel ’68. E pure nel ’70, e anche nel ’73, intanto che tu crescevi. Sedici, diciotto ore al giorno, in certi periodi per due, tre settimane di fila, senza riposi né feste comandate.
Sai, forse fai fatica a immaginarlo, ma quelli erano tempi senza cellulari. Così, quando arrivava l’ora di cena e io ero ancora seduto sulla panca di legno di un camion, oppure stavo fermo nell’angolo di una piazza spalla a spalla con i miei colleghi, non potevo telefonare a tua madre per avvisarla che avrei fatto tardi anche quella sera, non potevo dirle stai tranquilla, lo so che la radio ha detto che ci sono stati degli scontri, sono qui, sto bene, metti a letto il bambino. È andata avanti così per mesi. Per anni.
C’era una cosa che mi faceva pensare, durante quelle ore eterne. Guardavo questi ragazzi che ci sfilavano davanti, i capelli lunghi, i jeans, l’immaginazione al potere.
Qualcuno faceva lo stesso gesto che facevi tu quando ci capitava di avere mezz’ora di tempo per giocare a indiani e cowboy, l’indice e il medio uniti puntati verso di me e il pollice ritto che si piegava al ritmo del tuo bang bang. Ma tu eri un bambino. Quello che mi faceva pensare, ti dicevo. Parlavano di una cosa chiamata resistenza. Anzi, Resistenza, con la maiuscola. Gridavano che avevamo tradito la Resistenza, che loro erano quelli che la Resistenza la facevano davvero, la onoravano, ne erano gli eredi. Noi stavamo lì, senza dire nulla perché non avevamo nulla da dire, perché eravamo ragazzi e uomini come loro, che della Resistenza avevamo sentito parlare dai nostri padri e dagli zii e avevamo anche sentito un sacco di cose che avremmo preferito non sapere perché poi era difficile guardare negli occhi certi uomini quando li vedevi in piazza la domenica, seduti ai tavolini dei bar.
Noi stavamo lì, senza dire nulla perché erano loro, quei ragazzi che sfilavano e gridavano e tenevano gli striscioni, erano loro quelli che avevano studiato, magari avevano ragione, io non lo so.
So che ogni giorno pensavo che anche noi resistevamo, anche noi che stavamo seduti sulle panche di legno dei camion resistevamo. Non sapevo dire a cosa.
Tenevamo duro, tenevamo botta anche noi, a nostro modo, per come potevamo, e mi dispiaceva che quei ragazzi non lo capissero, non gli interessasse proprio capirlo.
Poi passò il tempo, e durante quel tempo alcuni di quei ragazzi non si limitarono più a fare con la mano lo stesso gesto dei bambini che giocano a indiani e cowboy, e durante quel tempo scoppiarono delle bombe, e durante quel tempo noi continuammo a uscire la mattina presto e indossare la divisa mimetica e far tardi la sera, e qualcuno di noi a casa non rientrò più.
Ogni tanto, sai, mi chiedo se la Resistenza non l’abbiamo fatta noi, ma io oggi sono solo un uomo anziano che ha fatto la quinta elementare e che non ha visto crescere suo figlio, e la risposta non ce l’ho.

[blogsquonk]

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Sergio Pilu “[Sir Squonk]”
Un perfetto testimone della sua stessa decomposizione.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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