Armistizio

di Fabrizio Chinaglia “Bicio”

Sì, è alto un metro e settantadue, il mio Lino. Le spalle sono normali, da uomo, ma non troppo larghe. Guardi che bello che è, qui ha compiuto diciotto anni. Quella foto gira ancora per i comò delle donne della mia famiglia e la bisa, mia nonna, mia mamma e le mie zie, tutte almeno una volta mi hanno fatto notare com’è bello lo zio Lino. Poi aggiungevano che gli assomigliavo nei capelli, o negli occhi, e mi sentivo orgoglioso.
Chissà che giochi ci facevano in quel campo, Lino e Bruno. Forse pochi. Forse hanno smesso presto di correrci, che la bisa e il nonno Attilio erano i mezzadri lì e quelle quattro braccia saranno servite già da giovani.

Ma mi dia una mano a caricarla, come faccio da sola? E poi il viaggio da qui a Reggio è lungo, non potrò mica spaccarmi la schiena prima di partire!

A sedici anni Bruno si trova sotto un mucchio di paglia con la pancia e la faccia nel fango. I suoi lo sanno, ma oltre a loro nessun altro. Il lavoro è duro e due braccia ce le hanno strappate da poco. Lino scrive spesso e alla bisa dà del Voi, io sto bene come spero di Voi, salutatemi il babbo. Anche Bruno le ha dato del Voi per tutta la vita, le avete prese le pastiglie per la tremarella? Me lo ricordo bene il bicchiere con la base quadrata che all’imbocco diventava rotondo e la pastiglia a bianca, tirata fuori da un bussolotto con una striscia arancione. Un paio di volte, forse tre, mentre prendeva la pastiglia, aveva cercato di insegnarmi il singolare e il plurale, la bisa, ma insegnare quel che si sa della grammatica italiana parlando in dialetto a un bambino di cinque anni è difficile.

Vada più forte con quel cavallo, non vede che ormai è buio?

È ancora estate e al tramonto si sta bene, ma la bisa sente un freddo che le viene da dentro, che le ghiaccia gli occhi, le gela la gola e le fa muovere le mani ad accarezzarsi, a sfregarsi, a stringersi l’una sull’altra, in costante movimento come le capiterà anni dopo con la malattia.
Bruno è sempre stato un ragazzo timido, non so se da allora o già da prima. Io la sua timidezza mi sa che l’ho ereditata tutta, e lui non voleva.
Me l’ha detto chiaro, non tirarti mai indietro perché ti vergogni, non metterti in disparte; io l’ho fatto tante volte da giovane e non ne vale la pena. Non l’ho mica sempre seguito il suo consiglio, ma quando l’ho fatto non me ne sono pentito per niente.
Lino scrive spesso, e dice che si annoia, che i turni di guardia non finiscono mai. Ogni tanto in giro per Reggio ci andrà pure, e magari una risata e una birra con un amico se la farà, ma forse non è cosa da scrivere alla mamma. Un amico di Lino è stato spedito in Sicilia, là è molto più dura che a Reggio, là non ci si annoia.
Gli descrive per bene le azioni del battaglione. Poi cambia argomento e gli racconta con anche maggiori dettagli la strada dei bordelli e gli chiede se anche lui li ha provati e come si trova. Impossibile sapere la risposta, né se ci entrerà mai davvero in uno di quei posti.
Forse è timido anche lui. Ecco. Un boato si soffoca nel petto della bisa, la caserma di Reggio è il palazzo di Atlante. Saltare giù dal carro e prendere la corsa è un attimo. È l’otto settembre, la guerra è finita, o è questione di ore. La notizia, una volta affidata alle onde, si lascerà trasportare nell’aria e presto la ripeteranno tutti gli apparecchi radio del paese.

Ma è già arrivata? Ci sono ordini nuovi?

Amico e nemico sono mai state parole sensate? I tedeschi stanno fuggendo a nord, metà dei militari della caserma di Reggio è in ricognizione sui monti, l’altra metà è di presidio alla base.
Lino è nella guardiola e quando arrivano i tedeschi è il primo a morire.
La bisa fa tutto in fretta, entra di nascosto nella cappella della caserma dove è allestita la camera ardente, fa affidamento sulla sua forza di lavoratrice dei campi e solleva sulle sue spalle il corpo di Lino, riesce anche ad afferrare la valigetta con i pochi effetti personali. Non immagino che sguardo di fuoco possa avere quando col suo freddo carico varca l’uscita, ma le guardie mi sa che non possono far altro che rimanere attonite di fronte alla potenza di quel gesto innaturalmente materno.
Sono rimasto sorpreso, quando ho scoperto che vicino alla mia scuola elementare c’era una via dedicata a un Lino che portava lo stesso cognome di mia mamma.
Ho provato una certa consolazione al cimitero, oltrepassato l’arco che dice Coriano ai Suoi Caduti, nel riconoscere la foto di Lino tra quelle di diversi altri ragazzi della sua età, perlopiù partigiani, probabilmente tutti compagni di infanzia, i loro nomi si stringevano l’un l’altro sotto la scritta Martiri della Liberazione, appena sopra le foto dei Caduti Militari.
E ho avuto un brivido, arrivato a diciotto anni, a pensare che quell’anno non sarei stato chiamato a rischiare la vita il giorno di un armistizio.
La bisa, che è la prima persona che ho visto morire, io l’ho conosciuta da vecchia e per me ha sempre avuto un solo figlio, le rughe, i capelli bianchi raccolti in un concio e la tremarella. Ma una volta a sette anni l’ho vista di schiena coi capelli sciolti, e ho pensato che era bella.
Ed è bello anche lo zio Lino coi suoi occhi pensosi e i suoi capelli neri, anche se per scattare l’unica foto che il mondo ha di lui, la foto della leva, deve indossare quella divisa.

La bisa posa delicatamente Lino nella cassa sul carretto, ci si siede a fianco, trova delle lettere nella valigia e se le stringe al petto. Torniamo. E nel sole che sorge sui centocinquanta chilometri verso casa, i suoi occhi finalmente si sciolgono.

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Fabrizio Chinaglia “Bicio”
È un tecnovillano, un ingegnere, suona il contrabbasso e si chiama Bicio. Con una c sola. Abbracciamolo.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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