Postfazione

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

L’idea di questo progetto, ve lo scrivo subito, è vecchia di qualche anno, e non è nemmeno nostra, o almeno non completamente. (Crollo di tutte le aspettative sul mito fondativo).
L’idea di scrivere e far scrivere tutti quelli che vogliono sulla Resistenza, sulla Liberazione, su quello che queste parole con la maiuscola hanno significato per chi c’era prima di noi e per noi adesso, esisteva nelle nostre menti già da un po’ ma qualcuno prima di noi aveva tentato.
Questo progetto molto simile l’avevamo trovato in rete anni fa, dove, ho controllato, ancora sta. È sul sito di un collettivo di scrittori con base a Bologna e col nome in cinese che significa anonimo. È ancora disponibile, col suo bel AA. VV. e s’intitola La prima volta che ho visto i fascisti. È stato messo insieme e pubblicato il 25 aprile del 2005, in occasione del sessantesimo della Liberazione.
Di quel periodo ricordo che stavo concludendo il servizio civile presso un buon anarchico che si occupava di audiovisivi e non badava troppo alle navigazioni che facevo o alle risme di fogli e all’inchiostro delle stampanti che calavano. Ricordo la programmazione minuziosa e certosina di videoregistratori per VHS a sei testine (sembra preistoria, adesso) su canali analogici e satellitari per catturare legalmente il meglio che la TV passava: film d’epoca, documentari, spettacoli teatrali, cinematografia sperimentale. Ricordo la lettura vorace e sbalordita di molte raccolte di racconti di Julio Cortázar, Storie di Cronopios e Famas su tutti. Ma non ricordo dove sono stato quel 25 aprile 2005.
Ricordo mio nonno in ospedale, invece, quell’aprile del 2005, steso con macchie da ematoma sulle braccia e sulle gambe. Macchie rosse, rossastre, marrone chiaro, l’orma del sangue secco. La pelle un po’ a scaglie, un po’ a squame. Fuori dagli orari di visita stavo giù all’aperto, sui gradini immacolati e bianchi dell’ingresso, mi godevo il primo sole e leggevo Cortázar, leggevo di uno sputo che cola su una montagnola di zucchero, di una busta con sette zampe di ragno spedita a un dittatore agli sgoccioli, di un’incredibile devastazione idraulica per ritrovare un capello smarrito, e intanto speravo, o forse pregavo, forte, che mio nonno si tramutasse in un tritone e scappasse in un canale, per poi andare nel Po e finire nel mare.
Avevo stampato la raccolta di racconti che vi dicevo e mentre glieli portavo su al piano pensavo che avrei voluto esserci pure io tra quei nomi, poter dire la mia, dare il mio piccolissimo contributo a una Storia così grande, un minuscolo tributo che io, libero obbiettore di coscienza, offrivo a lui, partigiano liberatore.
Ma appena li ha ricevuti in mano, sempre attento alle flebo che lo intralciavano, e ha capito di cosa si trattava, un’espressione combattuta è spuntata sul suo viso. È rimasto silenzioso, serio, come assorto in pensieri profondi, e se la bocca era triste e quasi accennava verso il disgusto, lo sguardo invece aveva uno scintillio acceso, fiero e deciso. Mentre sfogliava le pagine non abbiamo parlato, non una parola, uno sbuffo, un sospiro, un accenno, niente, nemmeno se aveva bisogno di qualcosa o se voleva stare sdraiato più su con lo schienale. Intanto l’espressione sul viso non mutava. Dopo un po’ l’ho salutato, sempre restando muti, stringendogli piano una gamba con una mano e chiudendo le dita sul palmo con l’altra.
Dopo un rapidissimo colpo d’occhi e un sorriso buono, l’espressione era ancora lì. Da quel momento la Resistenza e la Liberazione, per me, non sono solo qualcosa da celebrare e festeggiare, ma anche qualcosa di difficile, doloroso e a volte oscuro da ricevere e ricordare, come un dono a cui non potrai mai ricambiare.
La possibilità, come pseudo scrittore del gruppo di Barabba, di scriverne e in qualche modo di rendere tangibile questo sentimento denso, scisso eppure tenace, anche se in modo superficiale e forse banale mi si è presentata solo l’anno scorso mentre si cercava, con i giovani dell’ANPI Carpi e di altre associazioni carpigiane, di organizzare un 25 aprile diverso.
Inconvenienti, SIAE, problemi logistici, perplessità atmosferiche, autorizzazioni a singhiozzo, accavallamenti e fonici spioni non ci hanno fermato. Da quella serata è nato Schegge di Liberazione, che ha vagato per l’Italia e ora festeggia il secondo anno. L’intenzione di riuscire a comprendere e descrivere l’espressione del nonno prosegue, anche se lui non c’è più, perché credo che sia in quel miscuglio di emozioni e pensieri che possiamo trovare la nostra Liberazione.

Luca Zirondoli “carlo dulinizo”, 25 aprile 2011

[Barabba]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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