Gli gnomi e la tempesta

di Tommaso Giancarli “tamas”

La gloriosa città di Terni, cresciuta dentro a una conca circondata da monti di un bel verde brillante e percorsa da fiumi freddi e veloci, è nel centro Italia una delle sedi predilette di gnomi, elfi, folletti e di tutta quella folla di creature timide e schive che da sempre accompagnano non viste la vita degli uomini e ne osservano – un po’ discoste – le azioni.
Poi, a un certo punto, sono sorte grandi fabbriche a punteggiare la conca con le loro ciminiere e a ricoprirla di fumo; allora una parte di quelle creature schive e delicate ha abbandonato Terni e si è ritirata nelle valli strette e scure in mezzo alle quali la Nera scorre rapida verso Orte. Ma gli gnomi sono rimasti. Gli gnomi, grandi armaioli, antichi artigiani, hanno guardato con meraviglia, come bambini, le fauci immense e infuocate degli altiforni; si sono infilati nelle fabbriche, indicandosi l’un l’altro, stupiti, i bagliori incandescenti del metallo fuso, tremanti davanti all’abbraccio spaventoso delle enormi presse, più terribili, ai loro occhi, di qualsiasi mostro incontrato o temuto nelle loro profonde oscurità. Ogni fabbrica ebbe allora i propri gnomi, accucciati nell’ombra con occhi ghiotti, pronti a guizzare dai loro nascondigli per rubare una barra d’acciaio. Alcuni sostengono addirittura che qualche fucile difettoso sia passato per le mani esperte degli gnomi prima di tornare, oliato e perfettamente funzionante, nei carrelli trascinati verso la stazione.
Passarono così gli anni e i decenni, inesorabili, come scorre la Nera attraverso la città dell’acciaio, come le ciminiere tossiscono alle nuvole il proprio fumo nero; finché un caldo giorno d’estate gli gnomi, che conoscono in anticipo gli avvenimenti umani e hanno imparato a preoccuparsene e a temerli, captano brutti annunci. È il 10 agosto 1943: gli uomini aspettano che scendano dal cielo miriadi di stelle a esaudire i loro desideri, e non sanno che la mattina successiva quello stesso cielo così limpido e gentile sarà oscurato da sciami di mostruosi uccellacci neri, le superfortezze costruite in una qualche Terni d’America allo scopo di spegnere col fuoco le fabbriche, le case, le vite altrui.
Gli gnomi invece lo sanno, ma non possono parlare agli uomini, per antiche e inviolabili disposizioni. Possono solo rientrare nelle gallerie strette e sicure che hanno costruito nei secoli accanto e sotto a quelle degli uomini, pronti a sparire nelle viscere della terra. Fino all’ultimo, tuttavia, vogliono restare alla luce, nei loro covi dentro alle fabbriche, per invincibile cupidigia nei confronti di quel metallo lucido che li abbaglia e per godere ancora il tepore del sole d’agosto.
Scendono per le loro gallerie, sveltissimi, solo quando cominciano a cadere le bombe; nello stesso momento, anche gli uomini si infilano nella terra per raggiungere i rifugi approntati laggiù, ma la loro discesa è piena di panico e di impreparazione e le loro gallerie sono costruite con minore maestria. Sono le 10.29 dell’11 agosto 1943, Terni è bombardata.
Gli aerei americani vengono dal mare: hanno seguito il Tevere e raggiunto la Nera ad Orte. La Nera ha tradito Terni, ha indicato con la propria striscia azzurra la via della città ai suoi distruttori. Quando le prime bombe cadono sul centro, le sirene hanno appena fatto in tempo a dare l’allarme: qualcuno muore sulla soglia di casa, qualcun altro cade all’ingresso di un rifugio, dove la folla si accalca in preda al terrore. Gli gnomi sentono dalle proprie tane i boati delle esplosioni: le volte tremano, scosse dalla pietra soprastante, ma non cedono. Nei rifugi degli gnomi nessuno ruba sul materiale. Uno gnomo arriva, trafelato: viene dalle acciaierie; annuncia che gli operai, lassù, hanno messo dei blocchi d’acciaio sulle proprie buche. L’acciaio non li tradirà, la morte non riuscirà a penetrarlo: gli operai delle acciaierie scamperanno al disastro. Gli gnomi lo sanno e ne sono felici.
Intanto gli uccellacci neri continuano a straziare la città, se ne vanno, poi tornano in forze: se prima erano dodici ora sono trentadue, chi è uscito dai rifugi si affretta a rientrarvi. Una bomba solitaria trova un foro infido nel terreno, ci si infila, scende fino a incontrare un tubo di metallo grigio: là dentro scorre l’acqua, l’acqua che è dappertutto a Terni e nella sua conca. L’acqua liberata dal tubo si infila in un’altra galleria, che è poi la presa d’aria di un rifugio: quella magra apertura che garantiva la vita adesso porta la morte agli uomini radunati laggiù. Muoiono tutti, affogati a venti metri sotto terra. Gli gnomi sentono anche questa disgrazia, la conoscono, a loro modo piangono.
Un aereo vola basso e mitraglia le strade, alla ricerca di qualcuno in fuga dalla terra: le pallottole fischiano per la strada, e alzano altra polvere in mezzo alla polvere. Un carrettiere si era nascosto in mezzo a quel fumo, pensando che il non veder nulla l’avrebbe almeno reso invisibile; muore in un momento, col suo cavallo, colpiti entrambi da un fischio cieco.
Terni, beccata dagli artigli feroci degli aeroplani, si affloscia; la città vecchia non esiste quasi più, e gli gnomi se ne vanno. Sfilano attraverso le loro gallerie e quasi toccano i rifugi crollati – dove hanno messo della sabbia invece del calcestruzzo a ricoprire i mattoni – e quella gente viva e condannata a morire. In un altro rifugio le macerie ostruiscono due delle uscite, ma le altre tre sono libere, e quei manovali ammassati laggiù, a 19 metri di profondità, facce sconvolte di ragazzi impauriti, rivedranno la luce del giorno in una Terni spianata e irriconoscibile. Gli gnomi, loro, continuano a camminare veloci verso nordest, verso le loro roccaforti nelle montagne: passano accanto alla stazione, dove tra poco getteranno della calce viva a ricoprire i morti, i feriti, i sepolti vivi. Non ci sono abbastanza braccia per spostare tutte quelle macerie, e non si possono rischiare epidemie.
Quando gli gnomi arrivano infine nel cuore delle proprie montagne, Terni ha già cominciato a piangere: un morto in strada, due morti davanti a una facciata rimasta miracolosamente in piedi, dieci morti all’ingresso di un rifugio, cento morti in una galleria ostruita. Mille morti sopra e sotto la città. Gli gnomi sanno tutto ma non sentono più, sono lontani; uno solo si sporge dal proprio nascondiglio, esce dalla propria tana e osserva sotto di sé la ferrovia per Giuncano, in fondo alla gola. Su di essa camminano sette uomini in fuga, sette muratori impazziti di terrore e decisi a raggiungere Spoleto e poi le Marche. Lo gnomo li guarda, forse sorride. Sono fortunati: tutti e sette sopravviveranno alla guerra.

[Un omaggio?]

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Tommaso Giancarli “tamas”
Nato nel 1980 in provincia di Ancona, di base è uno storico. Poi fa anche altre cose.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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