Zug

di Elena Marinelli “osvaldo”

La scorza di patate la mastico sempre troppo e diventa acida, mi si scompone in bocca e sa di amido, l’acido mi tappa lo stomaco e non ho più fame. Nel catino ci sono le scorze di almeno tre chili di patate, mi hanno insegnato questo trucco di masticarle tanto, per evitare il cibo vero, quando non c’è. E stasera per me non c’è: se rubi le scorze dal catino o dalla spazzatura, non se ne accorge nessuno.
Il giorno delle patate è il giovedì: è così che mi rendo conto delle settimane che passano, da quando ho scoperto il trucco delle patate. Lavoro giorno e notte da solo, anche se siamo in tre, ma ci posizionano a trecento metri di distanza l’uno dall’altro, è troppo, infatti ci perdiamo di vista: non ci vediamo, sappiamo solo che siamo in tre, a volte ci incontriamo, se ci lasciano fare due ore di sonno.
Sono ferroviere. Cioè: ero, mi devo abituare a dire ero. Quando sono arrivato non mi hanno nemmeno fatto passare per il controllo regolare, sapevano già tutto, mi hanno portato dai capi per la registrazione e mi hanno chiesto di mimare che tipo di lavoro facevo in Italia per le Ferrovie. Zug! mi dicevano, io all’inizio non capivo, poi un sottoufficiale ha tradotto treno e allora Sì, ho detto, io sono un ferroviere e ne so di treni. Ma loro già lo sapevano.
Non si capisce perché ti fanno le domande; uno è sincero per quello, secondo me: è che tanto non sai bene quello che vogliono sapere o cosa ti aspetta se dici una cosa o l’altra, allora arranchi congiunzioni, parole come treno che in questo periodo è come dire pane e acqua o scorza di patate, per me.
Mi urlano Zug! e inizia il turno, cerco di fare quello che posso e bene, alla svelta, altrimenti ce le danno forte fino a svenire. Non mi piace lavorare da solo, sempre presto la mattina o troppo tardi la sera: ultimamente i binari vanno messi a posto meno, finiamo prima e, sembra strano, ma la cosa mi preoccupa. È che a Dortmund i treni sono sempre passati spesso. Forse le persone a un certo punto finiscono, penso. Siamo finiti anche noi, sono finiti tutti quelli come me, oppure sono talmente magri da non pesare nemmeno, il treno va via più veloce e i binari non si rompono più. Ecco, questa cosa non la so: come fanno i treni a rompere i binari, se dipende dal peso, dal macchinista, se è semplicemente ovvio, dopo un po’ di chilometri.
Zug!
Cretino, mi hai fatto spaventare.
Se ti dico che ce ne andiamo?
Che vuol dire che ce ne andiamo?
Due soldati vogliono farci andare via, dice che la guerra sta finendo e loro vogliono provare a salvarsi facendo uno scambio, noi siamo lo scambio con gli americani.
Come, sta finendo? Come, gli americani?
Eh, dice che stanno arrivando gli americani. Possiamo aspettare o andare dagli americani. Questi qua ci hanno parlato due notti fa, si sono messi d’accordo.
Ma ci possiamo fidare?
E che ne so io?
L’uscita dietro alla cucina è piccola, appositamente libera, nella spazzatura ci sono bucce di pomodori e di cipolle, tante, aglio e porri, non è giovedì: questo è sicuro, ma fa niente, le cipolle le prendo lo stesso e me ne metto un pugno in bocca, comincio a masticarle dopo qualche secondo. Antonio ogni tanto mi guarda, Mario è in mezzo, mangio solo io.
Abbiamo appuntamento con i due soldati a mezzanotte e mezza, vicino alla spazzatura e allo stanzino delle armi e questa vicinanza non mi rende tranquillo. Ci avrebbero preso come sempre, per portarci a sistemare le rotaie; usciti dal campo, un soldato americano bianco con la divisa tedesca avrebbe tirato un calcio a un sasso come segnale e saremmo andati da lui, sicuri, per non dare nell’occhio e poi verso non so cosa con le gambe fiacche, lente. Faccio fatica a non strisciarle, mi avevano detto di fare più piano possibile, ma è difficile fare piano se stai scappando e non sei abituato.
A sinistra la luce delle stanze degli ufficiali è forte, si apre una finestra e si affaccia uno di loro per fumare: prova ad accendersi una sigaretta, ma niente, i cerini sono umidi, poi ancora e ancora, fino a quando dal seminterrato escono sei soldati armati di fucile, uno di loro avanza e fa segno di non sparare.Antonio mi tira la maglia sul polsino, non lo sento nemmeno quel dito rinsecchito, ma mi giro piano verso di lui, mi respira addosso.
Lo sapevo che non ci dovevamo fidare, Antò. E che ne so io. Ci sentiamo solo il fiato e i sospiri, non ci parliamo per davvero, lui mi guarda, indicando alle sue spalle. Sei soldati americani escono da un buco nel terreno alla nostra destra, ieri non c’era ne sono sicuro, e caricano il fucile, veloci, uno di loro avanza e fa il segno di non sparare.
I soldati traditori si tolgono il cappello, lasciano andare i fucili a terra e alzano le mani. E anche noi, di riflesso, come se fossimo tutti pezzi dello stesso treno che frena prima del cambio di binario. I tedeschi prendono un traditore, gli americani l’altro. Noi lì, in mezzo, mani alzate aspettiamo un cenno o uno sparo, l’attesa mi risale lo stomaco, è acida come l’acido delle patate e non lo so come, ma dico Innen, mentre con la mano indico la spazzatura e la porta della cucina.
Quando il treno cambia binario, fa il salto. Una volta sono stato nella cabina del macchinista, per vedere com’è. Si avvicina il bivio e i binari si stringono, prima uno poi l’altro, il secondo e poi il primo, non si fa in tempo a seguirli con gli occhi, sembrano rincorrersi parallelamente, come due palline che si innescano all’improvviso da sotto il treno e rotolano, prendono velocità e fanno a gara a chi arriva prima. Innen, ripeto. È solo un effetto ottico, una morsa fra due tenaglie, ma è finta, poi lo stridere dei freni prelude al salto, l’ultima rincorsa, quella decisiva, Innen, ripeto con la mano; ci stiamo rincatenando da soli: Antonio si stringe le labbra tra i denti, mi prende il polsino della maglia, Mario fa lo stesso con Antonio e poi chiude gli occhi, io sono il macchinista e freno.
Innen, ripeto piano.
Niente salto: sarà per la prossima volta, penso.

***

Questa storia è ispirata alla vicenda di Domenico Schiavone, deportato al lager di Dortmund nel 1943, dove lavorava per il ripristino delle rotaie. Una volta, tra il fuoco tedesco e quello americano, preferì tornare nel campo e prenderle di santa ragione per aver tentato la fuga. Il 25 novembre 2010 è stato insignito di una medaglia d’oro alla memoria per la i sacrifici fatti durante gli anni di prigionia.

[novelz]

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Elena Marinelli “osvaldo”
Barabbista per meriti conseguiti sul campo. Nasce nella molisola che non c’è, ha scritto un libro, legge sempre dal vivo e fa i biscotti. Tra le altre cose, ha un blog.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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