Dignità. Tre soggettive

di Simone Marchetti “Chettimar”

Buongiorno, sono un revisionista storico.

Vado in biblioteca, inforco gli occhiali, analizzo fonti e documenti, traggo delle conclusioni. Ho prodotto interi volumi di tesi rifinite nel più piccolo dettaglio. È evidente che l’Italia sia stata liberata dagli americani, non da volenterosi coi fucili e messaggere in bicicletta. Comitato di Liberazione Nazionale? Sì, comitato, come se non fosse chiaro che le fila le tiravano gli stalinisti. E i partigiani? Ah, la storiella della santificazione dei partigiani. Strage fascista, rappresaglia partigiana; strage partigiana, rappresaglia fascista: azione e reazione, atrocità uguali e contrarie.
Più passa il tempo, più il mio lavoro è semplice: sessantasei anni dalla Liberazione e l’anagrafe è dalla mia parte. I reduci della Resistenza diventano come i reduci delle guerre puniche: la loro non è più cronaca distante, ma storia. Recente, ma comunque storia. I contorni dei ricordi si sfumano, la testimonianza da diretta diventa sempre più indiretta e sbiadisce come una foto tenuta per troppo tempo esposta alla luce.
Mi hanno detto che metto tutto in un unico, indistinto calderone, preparo concetti di seconda scelta a fuoco lento ed ecco una bella minestra di storia patria da servire nelle mense d’Italia come prelibatezza scelta per la classe dirigente di domani. Mi hanno dato del capzioso, malevolo, intellettualmente disonesto. Ma guardate qua quanti libri, quante pubblicazioni, quanti ritagli di giornale: tutte argomentazioni studiate e rigorose.
Rimango uno studioso, riconoscetemi questa dignità.

***

Buongiorno, sono un revisionista di ritorno.

Come gli analfabeti di ritorno, non so se li avete presente: persone che hanno imparato a leggere e a scrivere a scuola ma che, per desuetudine e pigrizia, hanno smesso di farlo da tempo e si sono dimenticati come si fa.
Sono quella persona che, se mi raccontate aneddoti di vostro bisnonno quando sparava ai tedeschi sulle montagne, vi risponde: «Famiglia di comunisti, vero?» Non mi interessa sapere di più: mi basta fare una battuta. Ogni tanto mi capita di leggere qualcosa sul giornale: “La Resistenza ha avuto più ombre che luci” o “Alla fine anche i ragazzi di Salò avevano degli ideali” o “Un morto è un morto, a prescindere da che parte stava”. E, in fin dei conti, non mi sembrano cose del tutto irragionevoli. Ma non è affar mio sviscerare cose del passato, mica passo il tempo a occuparmi di Medioevo.
Mi potete trovare ovunque, non solo nelle terze pagine dei quotidiani o in scaffali periferici di una libreria. Voi con me parlate, discutete, ridete e piangete. Sono vostro amico, un vostro familiare o un perfetto sconosciuto. Vi piacerebbe disegnarmi un circoletto rosso attorno, dipingermi come il cattivo della situazione al grido di: «Accorruomo! Accorruomo! Dagli al revisionista!» Ma non potete, perché sono del tutto normale. Migliore di voi, a volte. Valori? Ne ho. Le tasse? Le pago. Tutte, pure il canone della televisione. Votare? Ho dovuto rifare la tessera elettorale da quanti timbri aveva. Ho degli hobby, degli interessi, lavoro sodo e faccio la raccolta differenziata.
Rimango un onesto cittadino, riconoscetemi questa dignità.

***

Buongiorno, non sono un revisionista.

Passo davanti a una libreria. In una delle due vetrine c’è un altro libro di quello lì. Sarà il quinto che pubblica, dice sempre le stesse cose e continua a vendere imperterrito. E quando lo intervistano, chiedendogli come si pone di fronte alle critiche alle sue tesi, fa sempre la figura dell’intellettuale anticonformista, che lui sì che dice le cose come stanno. Se facesse uscire un cartoncino con su scritto “I partigiani puzzano” otterrebbe lo stesso effetto e risparmierebbe una montagna di carta e di inchiostro.
Arrivo in ufficio. Alla macchinetta del caffè c’è un tizio che non ho mai visto. Sarà un cliente.
«Mio nonno era un repubblichino, Ottava Brigata Nera. I partigiani gli hanno spaccato le gambe, e secondo voi dovrei pure festeggiare? E comunque alla fine anche i ragazzi di Salò avevano degli ideali.»
Non dico niente. Prendo un caffè, lo sento borbottare qualcosa contro i comunisti mentre mi allontano. Anche stavolta sono stato zitto, accidenti a me. È così facile stare nella propria cameretta a darsi ragione, sostenendo superiorità che valgono all’interno di pochi metri quadrati per poi liquefarsi al primo accenno di dissenso. Vado nell’ufficio a fianco. Scambio due chiacchiere con le impiegate, parliamo di cosa faranno per Pasqua, chi parte, chi va dai genitori, chi pensa solo a recuperare il sonno arretrato. A Pasquetta? Il solito picnic. Pasquetta cade il venticinque aprile, ma l’unica Liberazione di cui parlano è quella dalle grane lavorative.
Esco. Passo davanti al monumento ai partigiani, come faccio tutti i giorni. C’è una corona con la fascia tricolore un po’ spelacchiata, la cambieranno tra qualche settimana, l’alzabandiera, la banda, il discorso vago e retorico del sindaco. Penso che se da piccolo non ho dovuto passare tutti i miei sabati pomeriggio a far ginnastica in uniforme, se ho il diritto di votare scheda nulla alle elezioni, se posso decidere domani di convertirmi all’ebraismo senza rischiare la vita è soprattutto merito di quella gente lì, ché se aspettavo “l’onore e la lealtà” della Repubblica di Salò a quest’ora parelerei tedesco e dovrei fare il saluto al nipote di Hitler.
A casa mi apro una birra e penso a quello che è successo oggi. La loro faziosità, la loro ignoranza, i miei silenzi. Mi fanno rabbia, non li capisco, non riesco a capacitarmi della loro ostinazione. Penso: sono persone indegne? Mi rispondo: no. Sono come me. Sono solo convinte di quello che credono e non ne fanno alcun mistero.
Testimonianza viene da testimone, quello che nelle staffette si passa da un corridore all’altro. Nella staffetta se prendi quattro atleti velocissimi ma che non hanno la tecnica di passaggio del testimone, la capacità di tendere il braccio in avanti per consegnarlo, la fiducia di tendere il braccio all’indietro per afferrarlo, la staffetta non solo non la vincono ma non riescono neanche a portarla a termine. E quindi cosa dovrei fare? Questo maledetto testimone come lo porto, io, che se faccio dieci metri di corsa muoio d’asma? Mi rispondo: con più coraggio. Dire che quei libri venderanno pure, ma sono pieni di balle e distorsioni. Rispondere che la guerra è un affare di piombo e cervella sparse, e che se i partigiani non sono andati per il sottile è perché la libertà te la difendi con tutti i mezzi che hai. Affermare con la stessa convinzione dei revisionisti che se oggi parliamo di valori come democrazia, uguaglianza e libertà di parola è perché ci sono stati uomini e donne che settant’anni fa ce li hanno consegnati impregnati del loro sangue, per portarli avanti, come il testimone in una staffetta.
Se non lo faccio, non riconoscetemi alcuna dignità.

[A Trick of the Tumblr]

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Simone Marchetti “Chettimar”
Ingegnere dalle 9 alle 5, pianista dalle 5 alle 9. Siculo-maremmano
di sangue, brianzolo di nascita, sabaudo di contegno. Specializzato in preparazione risotti, surrealismo verbale ed esprit de l’escalier.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Dignità. Tre soggettive

  1. E’ bravo questo Marchetti. Il secondo pezzo mi è arrivato alla bocca dello stomaco e mi fa ancora male.

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