Le cartoline

di Stefano Amato

Mia madre racconta spesso una storia a me e ai miei fratelli, ma ogni volta noi fingiamo di non averla mai sentita prima. La storia si svolge durante la seconda guerra mondiale, a cavallo tra il ’42 e il ’43, e comincia quando a mio nonno arrivò la cartolina, ovvero l’ordine di presentarsi al distretto militare e arruolarsi. Fin qui niente di strano, se non fosse che a mio nonno mancava un piede.
Glielo avevano amputato a diciassette anni, sul Piave. L’esercito era a corto di uomini e così avevano cominciato a reclutare anche i ragazzini del ’99. La notte prima che mio nonno partisse per il fronte, sua madre, le sue sorelle, le vicine di casa, la passarono in bianco per cucire a mio nonno decine di paia di calze. Calze pesanti, spesse, che gli evitassero tutti i guai che stavano passando i soldati sul Piave: congelamento degli arti, morte per assideramento, eccetera. Ne uccideva più il freddo che il piombo, si diceva. Ma sfortunatamente tutte le calze del mondo non sarebbero servite a salvare il piede di mio nonno, perché appena arrivato al fronte gli fecero buttare via tutto il superfluo. Lo spazio, gli dissero, serviva per le munizioni.
Forse proprio perché senza calze di ricambio, o perché abituato al clima mite della Sicilia, a mio nonno dopo pochi giorni si congelò un piede. Glielo amputarono a carne viva, senza anestesia né niente, probabilmente nella trincea stessa. Forse gli diedero un po’ di grappa e uno straccio da mordere, dice a questo punto della storia mia madre. Poi ci guarda in quel modo. Vedete?, sembra dirci. Vedete quanto siete fortunati, voi?
Nonostante il piede mozzato mio nonno riuscì in qualche modo a cavarsela. Trovò un modo per legarsi la gamba al pedale di una bicicletta e percorreva centinaia di chilometri al giorno. Trovò lavoro come usciere in un palazzo (lo Stato gli passava una pensione d’invalidità da fame), si sposò ed ebbe sette figli. Vivevano in dieci in due stanze senza elettricità né acqua calda. Sì, dieci: nove persone e una capra. Mia nonna non aveva più latte, e allora mio nonno aveva comprato una capra che fornisse il latte per l’ultimo nato. Era così preziosa, quella creatura, che veniva trattata meglio di tutti loro messi insieme, ci racconta mia madre. Vedete?
Comunque, mio nonno era senza un piede, ma un bel giorno gli arrivò lo stesso la cartolina: prego presentarsi al distretto il tal giorno alla tal ora, eccetera. Mio nonno, mia nonna, tutti pensarono a un errore. Anzi, ne erano sicuri. Un mutilato di guerra con tanto di pensione, arruolato? Impossibile.
Il giorno stabilito mio nonno andò al distretto, si mise in fila insieme agli altri, e quando venne il suo turno fece gentilmente presente agli ufficiali e al medico dell’esercito fascista che dovevano essersi sbagliati.
«Guardate, mi manca un piede.»
Quelli però la presero male. La guerra non andava come previsto e in più gli alleati stavano per sbarcare e fare piazza pulita di fascisti. Come si permetteva lui – uno storpio – di sprecare il loro tempo? Secondo lui avrebbero mandato al fronte un menomato? Insomma gli urlarono di tutto, lo ricoprirono di insulti e lo mandarono a casa.
Dopo qualche mese, dice mia madre, a mio nonno arrivò una seconda cartolina. Lì per lì pensò che forse era meglio non andare, questa volta, tanto ormai era chiaro che si trattava di un errore burocratico. Ma mia nonna non era d’accordo. Disse che potevano prenderlo per un disertore, e per i disertori non esistevano errori burocratici: esisteva la corte marziale, a volte la fucilazione. Così lo convinse a presentarsi di nuovo.
Il giorno stabilito mio nonno andò al distretto, si mise in fila, e quando arrivò il suo turno fece timidamente notare agli ufficiali e al medico dell’esercito fascista che la sua gamba finiva con un…
Non lo fecero nemmeno finire. Si misero di nuovo a strillargli contro che non poteva mica prenderli per il culo a quel modo. Se l’esercito italiano stava perdendo era anche colpa di gente come lui, gli dissero. E poi, per sottolineare meglio il concetto, uno degli ufficiali gli diede un gran ceffone. Umiliato e con la guancia livida mio nonno tornò a casa.
Arrivò una terza cartolina, dice mia madre, e poi ci fissa per controllare le nostre reazioni. Noi, anche se conosciamo la storia a memoria, la accontentiamo.
«Una terza cartolina? Ci prendi in giro?»
Questa volta mio nonno decise di non presentarsi al distretto. Quei fascisti sarebbero stati capaci di fucilarlo se si fosse fatto vedere. Si consultò con mia nonna e anche lei fu d’accordo, non aveva più senso andare: ormai l’avranno capito che è tutto un errore, meglio non irritarli più del dovuto e restarsene a casa. D’altronde, chi avrebbe il coraggio di accusare di diserzione un mutilato di guerra?
Così il giorno stabilito mio nonno andò al lavoro come sempre nella sua guardiola da usciere. Quando tornò a casa scoprì con piacere che non lo avevano cercato. Passarono le ore. Non si fece vivo nessuno. Bene, pensò lui.
All’ora di cena si era quasi scordato della faccenda, quando bussarono alla porta.
«Chi è?» chiese mia nonna.
Ma invece di rispondere quelli si misero a urlare di lasciarli entrare. Mia nonna aprì, e cinque fascisti in camicia nera irruppero nell’appartamento di due stanze, nove persone e una capra. Uno dei fascisti pronunciò ad alta voce il nome di mio nonno, poi gli chiese di confermare.
«Sono io» disse lui con un filo di voce.
Il fascista lo fissò per un istante, poi passò a leggere un documento nel quale si diceva che mio nonno era accusato di diserzione. Uno degli altri fascisti fece un passo in avanti e sputò sul pavimento.
A questo punto a mia madre piace creare suspense: finge di distrarsi, dice di non avere tempo per finire la storia. Noi la lasceremmo anche andare, ma è chiaro che muore dalla voglia di raccontare ancora una volta come andarono le cose. E così la preghiamo di continuare. È qualcosa che in qualche modo le dobbiamo. A lei, a suo padre. A sua madre. Perfino alla capra.
I fascisti erano lì, in piedi, continua allora lei. Uno aveva appena finito di leggere la condanna di mio nonno. Un altro aveva sputato per terra, mentre un paio avevano già tirato fuori le manette e si avvicinavano a mio nonno. In quel momento si fece avanti mia nonna e cominciò a strillare e a piangere. Afferrò uno dei fascisti e gli urlò in faccia che stavano commettendo un errore, stavano arrestando un in felice. Uno che pur essendo senza un piede si era già presentato al distretto due volte.
«Me lo chiamate un disertore, questo?»
A lei si unirono i sette figli, il più grande aveva dieci anni. Anche loro si misero a piangere, o a fingere di piangere, ma più forte della loro mamma. Si buttarono a terra, si aggrapparono alle gambe dei fascisti, strillarono. E la capra si mise a belare. In quei venti metri quadri non si capì più nulla. Fu il finimondo. I bambini più grandi tra un singhiozzo e l’altro pregavano i fascisti di lasciare stare il loro padre senza un piede.
«E ha funzionato?» chiediamo noi.
«Certo» dice mia madre.
Il fascista che aveva letto la sentenza disse a mio nonno che doveva ringraziare i suoi figli se questa volta la passava liscia. Radunò gli altri quattro e se ne andarono.
Mia madre ci fissa divertita. Non credo che si ricordi di avere partecipato a quell’azione: era troppo piccola. Questa è tutta roba che le hanno tramandato i suoi fratelli maggiori. E noi?, mi chiedo. A chi la tramanderemo noi?
«Arrivò una quarta cartolina» dice a quel punto mia madre.
«Come una quarta cartolina? E il nonno che ha fatto? È andato al distretto o è rimasto a casa?»
«Nessuno dei due» dice lei.
Ormai era l’estate del ’43, gli alleati sbarcarono e fecero piazza pulita. Non c’era più un distretto. Non arrivò nessun’altra cartolina.
Mio nonno morirà a casa nostra a ottantaquattro anni. Non ho mai capito perché, con sette figli che aveva, venne a passare la vecchiaia proprio a casa di mia madre. Io ero piccolo quando morì, ma ricordo bene quell’uomo senza un piede che zoppicava per casa, in faccia l’espressione perennemente incredula che gli aveva dato il Parkinson.
Magari mi sbaglio, e quella era la sua faccia e basta, ma lui, quando ci incontrava per casa, sembrava dirci: Vedete? Vedete quanto siete fortunati, voi? Non dovete dimenticarlo mai.

[Renault4L’apprendista libraio]

__________
Stefano Amato
Ha pubblicato alcuni racconti e un paio di romanzi, l’ultimo dei quali s’intitola Le sirene di Rotterdam (Transeuropa 2009). Scrive del suo lavoro di commesso di libreria sul sito apprendistalibraio.blogspot.com.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...