Camillo

di Andrea Vigani “chamberlain”

Credere. Obbedire. Combattere. Obbedire. Combattere. Credere. Non necessariamente in quest’ordine.
Rumore di cuoio che si piega, pelle che strofina su altra pelle, la fibbia di metallo che tintinna. Controlla la pistola. Canna, tamburo, proiettili, sicura. Salda la cintura. I bottoni, uno per uno. Sono duri. Le asole strette e corte, come il respiro, e devi spingerli dentro, il pollice che ti fa male, fino a che non c’entrano, i dannati. Togli il cappello. Salda la cintura. Controlla la pistola. Canna, tamburo, proiettili, sicura. Non necessariamente in quest’ordine.
Ripetiamo insieme e diciamo: ripetiamolo, e forse diventa vero.
Le prime esecuzioni ce le fanno preparare all’alba, quando il paese è ancora vuoto, così quelli che riescono a dormire, al freddo, in compagnia dei topi e dell’odore di piscio, oppure nascosti in mezzo ai boschi, si sveglieranno di soprassalto, e se arriveranno a sera, lo faranno con la morte nelle orecchie e l’odore acre della polvere da sparo. Gli uomini che hanno paura sono nervosi, lasciano tracce. I partigiani che lasciano tracce sono partigiani morti.
Il plotone di esecuzione deve essere composto da due camerati per ogni condannato, sistemati ad almeno trenta passi dal muro. Si sparano solo due proiettili, mirando al petto, e poi speri di non sentire quei singulti strozzati dal sangue e il capitano che pronuncia nitido il tuo nome, per comunicarti di avere vinto il colpo di grazia.
Credere.
Mia madre è felice di quello che faccio, sembra non aver paura. Mi scrive almeno tre volte al mese, e racconta dei suoi pomeriggi con le zie, di come sia l’unica con un figlio ufficiale e fascista leale che combatte per difendere la patria. Le sorelle, invece, una pena, tra imboscati e comunisti. Contenta lei. In fondo è anche per lei, per rispettare la volontà di mio padre, che mi sono arruolato.
Guardia Nazionale Repubblicana, quale onore. Se avessi immaginato di finire a sparare agli italiani sotto il comando dei tedeschi, forse sarei scappato anch’io, o forse no. Ma ho scelto di servire il Duce, e adesso sono ancora qui, e nessuno mi obbliga a farlo. Ma la vita deve continuare, almeno la mia.
Obbedire.
La prima esecuzione, lo ricordo bene, mi ha fatto trepidare. Forse non sono parole rispettose per i prigionieri stramazzati al suolo, ma non posso dimenticare il cuore che palpitava in gola come se volesse soffocarmi, il sapore metallico dell’adrenalina, quel colpo dritto in mezzo al petto, due occhi che mi crocifiggono e si spengono dentro ai miei. Il corpo che cede di schianto. È vero, ero curioso, volevo vedere come muore un uomo dopo che gli hai sparato. Resisti ancora, pensavo, ancora un momento, non cadere. Voglio vedere come ti spegni. E mentre quasi mi pentivo di quel pensiero, sentivo che quel grumo di sangue che opprimeva la bocca dello stomaco, e che stringeva i polmoni, si era dissolto, ingoiato, esploso. L’avevo fatto, avevo fucilato un comunista, e finalmente respiravo.
«Sarà un inverno lungo, tenente, però sarà l’ultimo.»
La guerra finisce, dicono, e noi ce ne torniamo tutti a casa. Ma io l’inverno ce l’ho dentro le ossa, non credo finirà mai.
Combattere.
Credere. Obbedire. Combattere. Obbedire. Combattere. Credere. Non necessariamente in quest’ordine. Rumore di cuoio che si piega, pelle che strofina su altra pelle, la fibbia di metallo che tintinna. Controlla la pistola. Canna, tamburo, proiettili, sicura.
Camillo, ti ho riconosciuto subito: il muso quadrato schiacciato nelle spalle, dritte e tese come assi di legno, gli occhi piccoli e neri e quella fierezza da bestia selvatica. Sembravi diverso, mangiato com’eri dalla guerra, ma per me sei sempre rimasto Camillino.
Ti osservavo senza che tu mi potessi vedere, confuso tra i camerati che ti avevano arrestato; mi ero acceso una sigaretta e guardavo il fango sulla fronte, e i capelli scompigliati dal vento, e mentre lo facevo non stavi salendo lentamente le scale per la matricola, ma correvi come un demonio per le strade di Cavezzo.
Mi inseguivi, mi stavi addosso, ero senza fiato. Trovavo rifugio dietro a una grande quercia poco sotto il sentiero, tappandomi la bocca perché non sentissi il mio affanno, ma non appena ti avvicinavi saltavo fuori dal mio nascondiglio e ti afferravo per il collo con un braccio. Ti divincolavi come un gatto, e con due mosse ti scioglievi da quella presa, schizzando di nuovo sulla strada. E riprendevamo a correre, senza mai fermarci, con i polmoni che bruciavano, fino
alla porta di casa, dove mia madre mi aspettava per levarmi da terra – ancora i pantaloni strappati – ma tu, indomito, ti prendevi la colpa, confessandole di avermi spinto in un cespuglio.
Ti ho riconosciuto, sai, e mi hai quasi rovinato la giornata. Come avrei potuto spararti? Sono venuto a cercarti, ti ho offerto una sigaretta e non l’hai voluta. Mi hai guardato negli occhi per un istante, poi ti sei girato, come se non fossi mai esistito. Il capitano ci ha chiamati in rassegna, mi sono messo sull’attenti e l’ho ascoltato in silenzio leggere i nomi dei condannati di domani mattina. E ho avuto la risposta che cercavo, immutabile, quella che, ingannando anche me stesso, assolve sempre i miei peccati.
Credere. Combattere. Obbedire.

Scusami, Camillo. Ho solo eseguito un ordine.

[La versione di chamberlain]

__________
Andrea Vigani “chamberlain”
Nato in pianura nel 1975. Non si è ancora pentito.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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