Pressione + Tempo

di Federico Pucci “Cratete”

Il marmo non è una roccia speciale, un minerale nobile di nascita. Il marmo è una soluzione solida: sedimenti più pressione più tempo uguale marmo. I sedimenti, poi, sono ere geologiche di telline e pesci e vite minuscole: vite morte seccate sbriciolate più pressione più tempo uguale marmo. La pazienza ha fatto il marmo, l’immaginazione lo ha nobilitato. Perché, quando lo guardi sulla schiena di una chiesa, il nostro bel marmo bianco ti sembra quanto di più unico e sacro possa esistere. Non una traccia di fossile marino, la storia è stata completamente cancellata, la pietra lucida e levigata come una pelle di donna. Eppure il risultato della somma di povere sostanze mescolate sta ben lì a sostenere un tetto, piastra fredda da appoggiarci la guancia sopra quando d’estate ti scottano le orecchie.

Il marmo è la prova che la terra si muove, anche se siamo costretti a ignorarlo: il mare si fa una passeggiata verso l’alto e la terra ne conserva il ricordo, secondo una traccia che pare una lunga scalinata. Quando nasci a Carrara, un giorno finisci per assomigliare al marmo: duro, forse, ma più che altro sedimentato, fatto a strati. Il mio babbo e il suo babbo prima di lui e generazioni intere di babbi e zii, tutti nelle cave di Colonnata a sputare sangue rosato sotto le piastrelle da cinquanta chili. C’è la ferrovia, lassù, che si carica cubi sassosi sulla schiena e li accompagna lentamente al porto di Avenza, dove la
navi non hanno memoria della fatica e se ne vanno. Noi invece restiamo fermi come massi a lasciarci i polmoni e le ossa, che diventino calcare, finché un giorno ci ritroveremo mescolati e compressi nei sassi delle cave e infine nel bagno di qualche borghese, o in una stazione del regno. Generazioni più pressione più tempo uguale resistenza all’oblio.

Per noialtri, gente di alta quota, prendere la via dei monti è prima di tutto un’esigenza geologica. Io, per conto mio, sui monti ci andavo tutte le volte che potevo. C’è una strada che parte dal centro di Massa e si arrampica sulla Tambura fin quasi a duemila metri: si chiama via Vandelli, dal nome di un ingegnere emiliano. Quando arrivi in cima, ti puoi voltare e dovresti vedere – tutt’intorno hai il mondo intero: davanti il mar Tirreno, a sinistra i boschi della Garfagnana, a destra la valle pigra del Magra, dietro le spalle altro Appennino e un po’ più in là Modena. Da casa mia alle cave, invece, erano pochi passi verticali: quello era il mio cortile segreto, un’arena squadrata per la mia immaginazione. Una volta mi sono anche perso dentro una caverna che pareva una cattedrale, alta bianca muta. Le strisce scure che a volte striano la pietra candida, l’ho capito quel giorno, non sono altro che generazioni di vite schiacciate e trasportate in alto, sottoterra, a sostenere il peso dei viventi, e quelle caverne conservavano un ricordo oscuro, quasi fossero antichissime necropoli. Così, da uomo, ho scelto di diventare pastore valdese per adorare il dio delle montagne.

Io penso di esserlo sempre stato, partigiano, prima ancora che si sparasse un colpo, ma un giorno son venuti a dirmi che lo ero diventato: anche questa è geologia, diventare quello che si è già da prima ancora di esser nato. La mia base era un collegio di montagna, l’unico posto in cui sarei voluto stare, l’unico in cui i manganelli fascisti non mi pestassero le costole. Poi arrivò la guerra e pian piano, a noi dissidenti, ci hanno presi quasi tutti e trascinati a valle come si fa con le mucche d’alpeggio. Mi hanno tolto il profilo dei monti e mi han condotto nella pianura più piatta che avessi mai visto: già il nome, Fossoli, diceva tutto, ma il reticolo di capanne di mattoni, il rumore del treno vibrato sui binari, l’umore della terra smemorata e molle, queste cose parlavano una lingua orribile e ancora sconosciuta. Un giorno il treno si è fermato per me e sono stato portato in Austria, in un posto mai sentito che in tedesco significa casello del pedaggio: una cosa era certa, allora, che anche noi eravamo arrivati qui per pagare.

Io che sono fuggito da Carrara per non andare in miniera mi ritrovo mezzo nudo fra quattro mura di filo spinato a sollevare blocchi di pietra giganteschi – potesse vedermi il mio babbo… Ogni mattina io e i miei compagni di prigionia siamo costretti a prendere in braccio dei macigni e trasportarli per una lunga scalinata, come nemmeno da noi si fa più. Gli altri, accanto a me, contano i gradini per non pensare alla fatica (sono 186, comunque), chiudono gli occhi per ben sperare di non essere il prossimo disgraziato buttato a calcioni nello strapiombo. Ma io non mi lascio fregare, no. Io scalo e rivedo la Tambura e la Brugiana, annuso l’odore greve di bacche selvatiche e osservo il panorama. Poi penso ai compagni nascosti, rimasti sui monti a sparare e pregare.

Esser partigiano, per me, significa prima di tutto resistere in ogni modo, a mio modo, alla più insensata delle tirannidi, e risalire dal fondo sabbioso di questo pantano del ventesimo secolo, ritrovarsi trasformati in pietra lucida e levigata, perfino più belli e più giusti di come eravamo. Concentrarsi sulla sedimentazione delle ossa, sul tempo che ci darà ragione, sulla memoria delle vite e delle morti che si fanno pareti di casa e di stazione. In primavera sono ormai ridotto a uno scheletro e, più di questo macigno grigio, mi pesa non poter tornare a casa a diventare marmo bianco, esser preso come una cosa e posato in una stanza affollata, perdere il fiato e addormentarmi e morire.

Forse diventerò marmo anche quassù e, senza dirci nulla, il tempo e la pressione faranno il loro compito e un giorno mi ritroverò a sostenere un’architrave, a raffreddare d’estate una guancia e un orecchio qualunque, a diventare testimone nelle minuscole crepe sedimentarie di un monumento più longevo del bronzo.
È il 25 aprile 1945 quando mi gasano. Ho come l’impressione di essermi perso qualcosa.

***

Jacopo Lombardini, nome di battaglia “Professore”, nato a Gragnana, frazione del comune di Carrara (MS), è stato ucciso nel campo di concentramento di Mauthausen-Gusen all’età di 53 anni. Era stato arrestato e internato in qualità di esponente politico del Partito d’Azione (di cui fu promotore) e commissario politico della V divisione alpina della brigata “Sergio Toia”.

[Cratete]

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Federico Pucci “Cratete”
È nato a Viareggio, viene da Massa, è cresciuto a Monza. Studia una disciplina il cui nome significa “amore della parola”. Ha la barba, gli piacciono le storie barbose, le musiche barbose, le coincidenze barbose, come il caso di Cratete che rompendosi una gamba inventò la civiltà europea. Non chiedetegli però di spiegarvi il perché.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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