Camicie rosse, camicie nere

di Andrea Reboldi “Meandthebay”

Mia nonna mi ha insegnato a fare le lasagne e a uccidere i conigli.
Uccidere i conigli è facile, bisogna dare un colpo secco alla base del collo, basta un pezzo di legno duro, un manico di scopa o un ramo, anche. Fare le lasagne è più difficile, perché ci vuole tempo a impastare farina e uova e spinaci, perché le lasagne di mia nonna sono verdi, e poi a stendere la pasta, girando la manovella all’infinito. Ci sono spesso lasagne, al pranzo della domenica, per i giorni di festa invece casoncelli, una specie di ravioli di qui. Poi, per secondo, uno degli animali del suo orto: coniglio o pollo o faraona, che è anche più buona del pollo e non si trova spesso quando si va a mangiare fuori.
Tutto quello che prepara mia nonna arriva in grandi piatti da portata bianchi, smaltati, un servizio completo, da signori, l’unico servizio buono che abbia mai visto a casa sua. Gli altri piatti, i piani e i fondi, sono invece quelli di tutti i giorni, non ce ne sono di speciali neanche per le grandi occasioni, come la festa del patrono del paese.
Mia nonna cucina molto bene, mia mamma anche, io pure, per un po’ ho creduto fosse una questione genetica, ma penso sia più che altro tradizione, perché mia nonna lavorava nell’osteria di famiglia negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. A sentir lei sembra che l’osteria fosse sempre stata lì, all’angolo della strada che porta in città: mi raccontava che
la sua bisnonna, quand’era ancora bambina, aveva portato il vino a un signore molto importante che si era fermato a pranzo, un signore con una bella barba e la camicia rossa, seduto a tavola in mezzo a molti altri uomini con la camicia dello stesso colore, e l’uomo con la barba le aveva anche detto Ciao carina come ti chiami? Io mi chiamo Giuseppe.
L’osteria era sempre stata lì perché era un’onesta osteria della pianura padana, porzioni abbondanti e prezzi modici; un’osteria bresciana a una ventina di chilometri dal lago di Garda. E sul lago di Garda c’è un paese che si chiama Salò, e quando mia nonna ancora lavorava all’osteria, verso la fine del ’43, a Salò avevano fondato una Repubblica, e i fascisti avevano cambiato nome, ma anche se si facevano chiamare repubblichini sempre fascisti rimanevano.
C’erano fascisti anche al paese, e andavano spesso a mangiare all’osteria, nonostante la famiglia di mia nonna non fosse fascista e avesse dato in sposa la figlia a un giovane uomo che in quegli anni aveva lavorato alla Breda, la fabbrica di armi, rubando tutto quello che era possibile rubare, e poi era andato anche lui nello stesso posto dove finivano le armi, la 7a Brigata Matteotti.
Mio nonno aveva la tessera del Partito Socialista Italiano sezione di Brescia numero quattordici, e suo fratello la tredici. Non era fascista, la famiglia di mia nonna, ma i fascisti del paese a mangiare all’osteria ci andavano lo stesso, per le porzioni, abbondanti, e i prezzi, modici.
Dopo il settembre del ’43 però all’osteria erano arrivati dei fascisti nuovi, da fuori, da Salò, che forse là sul lago non si fidavano più dei fascisti del paese, e ne avevan mandati di più giovani, e più cattivi. Venivano all’osteria e ordinavano piatti che non c’erano quel giorno, solo per sentirsi dire che no, l’ossobuco con i piselli quel giorno non c’era, e per rispondere che se invece loro volevano l’ossobuco con i piselli, allora c’era. Se ne fregavano se dovevano aspettare anche due ore per mangiare, il messaggio era chiaro: potevano avere tutto quello che chiedevano. Poi a un certo punto si erano forse stufati di aspettare per quello che non era sul menu, e avevano incominciato a portare il loro cibo, e a ordinare che cosa cucinare.
L’osteria restava chiusa mentre i fascisti mangiavano, un’ora a pranzo e un’ora a cena, e mia nonna apparecchiava il tavolo centrale in noce con la tovaglia e le posate e i piatti della RSI. Non era più l’osteria di mia nonna, quasi nessuno del paese veniva più a mangiare perché adesso era il ristorante dei repubblichini, e lo è stato per più di un anno.
Solo all’inizio del ’45 mia nonna aveva avuto sempre meno camicie nere da servire e poi in aprile di camicie nere non ce n’erano proprio più, scomparse, di colpo, nello stesso momento in cui erano arrivati soldati che parlavano un’altra lingua, regalavano gomme da masticare e mangiavano tutto senza chiedere di cambiare il menu.
Allora, ad aprile, mia nonna aveva preso pazienza e mangiando una tavoletta di cioccolato aveva grattato via il nero, il verde, il bianco e il rosso dai piatti di portata che erano rimasti all’osteria, fino a quando il simbolo della repubblica sociale di Salò era diventato invisibile.
Quei piatti sono l’unica cosa che si è tenuta,
quando poi ha chiuso l’osteria, e anche adesso, se li
tocco, a una delle estremità posso ancora intuire in bassorilievo la sagoma di un’aquila. Poi è meglio che tolga il dito in fretta, che mia nonna sta già scolando i casoncelli e presto ci verserà sopra il burro fuso, fumante, già quasi bruciato.
È pronto, chiama, e ci sediamo a tavola, tutti, tanti. Dopo, se c’è bel tempo, andiamo sul Lago di Garda, a fare una passeggiata, ma no, a Salò mia nonna non ci vuole proprio venire.

[Me and the Bay]

__________
Andrea Reboldi “Meandthebay”
Suona, scrive, corre e cuoce torte, ma probabilmente non fa bene nessuna di queste cose perché l’unico motivo per cui viene pagato è studiare il sistema immunitario. Vive a San Francisco, vede l’oceano dalla finestra della sua cucina e ha un divano Ikea arancione per tutti quelli che hanno voglia di venirlo a trovare.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Camicie rosse, camicie nere

  1. Graziano Filonzi ha detto:

    molto bello. Grazie

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