4k7

di Matteo Campanella “matte0ne”

R25, quattromilasettecento ohm. Apro il cassettino marcato 4.7k e ne estraggo una resistenza, ne verifico velocemente il codice a colori sul corpo per essere certo che sia del giusto valore e piego i terminali per poi procedere con la saldatura. Una Resistenza. Sorrido, non sono il solo ad avere una buona conoscenza dell’elettronica e della storia del mio Paese, ma sono di certo l’unico ad aver ascoltato per centinaia di volte il racconto del nonno, un racconto di resistenze disarmate.
Mi manca tanto, nonno Oliviero, quegli occhi celesti dietro ai grandi occhiali, i suoi consigli, le sue storie. Sono certo di avere ereditato l’amore per il mio lavoro da lui, me lo ha prima instillato per via genetica e poi lo ha deliberatamente coltivato con i suoi racconti, che hanno fatto da colonna sonora alle sere passate a osservarlo saldare al tavolo di lavoro. Ero estasiato dalla sua manualità, sempre attento a cogliere nuovi dettagli che affioravano alla memoria del vecchio, quasi fossero risvegliati dalle volute di fumo di pasta salda che inalava chino sui suoi circuiti.

La storia era sempre la stessa, quella di tanti nonni, un pezzo di seconda guerra mondiale, una storia di guerra e odio, deportazioni, prigionia, sopravvivenza, fame e morte. Disperazione e speranza. Nonno Oliviero era stato molto prodigo di particolari riguardo alle condizioni di vita e di morte nello Stalag X-B di Sandbostel, e ciò che mi stupiva sempre era il fatto che gli ospiti di quel campo di prigionia potessero nutrire la benché minima forma di speranza. Sei rinchiuso in una specie di carcere, costretto a sgombrare macerie e raccogliere patate per i crucchi, con i vestiti ridotti a brandelli, gli scarponi laceri; a ogni colpo di tosse controlli se per caso la tubercolosi ha deciso di venire a farti visita; senti solo e sempre freddo. Un freddo umido, maledetta palude, che ti entra nelle ossa, ti ghiaccia i pensieri, complice anche quel laghetto in mezzo alle baracche, la pozza dell’acqua piovana, unica speranza di bere qualcosa di vagamente potabile. Il mondo fuori? Non esiste il mondo fuori, dentro lo Stalag X-B. Certo, puoi avere un’idea concreta del recinto in filo spinato, ma non vai molto oltre, il mondo finisce con quei fazzoletti di terra ghiacciata che riesci a intravedere al di là delle palizzate, prima che il dettaglio visivo e la speranza si dissolvano contro il muro di nebbia.
Eppure, la speranza era la chiave della resistenza, per quegli uomini. E grazie a mio nonno, una resistenza era diventata la chiave della speranza.
Sì, la resistenza che Angiolillo aveva realizzato con della carta sporcata con la grafite della matita e l’aggiunta di tante bestemmie, come amava dire il Martignago, ché ti voglio a cercare quella che andava bene. E poi condensatori fatti con le scatolette di carne e i porta tessera, e stagnola e cartine di sigarette, e ancora bestemmie. E la bobina di sintonia, fatta col portasapone del nonno e il filo isolato rubato dalla dinamo della bicicletta di un crucco. E i pezzi di lavatoio di zinco – come si incazzavano i tedeschi per i sabotaggi del lavatoio –, i venti soldi di rame e i pezzi di coperta imbevuti nell’aceto dei sottaceti, per mettere insieme una bella pila anodica per la valvola di ricezione; l’unica cosa che nonno e gli altri non avevano potuto costruire era la 1Q5 che Martignago aveva fatto entrare nel campo nascosta in una borraccia col fondo truccato. Per finire, un barattolo di caffè, cartone e magneti della dinamo del crucco, sempre quello, per fare la cuffia.
Quella cuffia che mio nonno ogni sera, quando il campo rimaneva al buio, indossava nel magazzino del Talotti, alla baracca 69; anzi, alla flebile luce di un lumino a petrolio improvvisato, mio nonno diventava parte stessa di Radio Caterina, ché l’antenna andava tenuta in bocca, e la ricezione del ricevitore costantemente regolata variando la distanza fra il piede e il terreno umido. Mi sembra quasi di vederlo, nonno Oliviero, chino sulla minuscola accozzaglia di oggetti di scarto tramutati in radio, tanto piccola da poter essere nascosta dentro una gavetta, con il piede che ondeggiava incessantemente, quasi stesse pedalando, per garantirgli il miglior ascolto in cuffia; avrei voluto essere lì per vedere la scintilla nei suoi occhi, quella sera del 4 novembre del ’43, quando ascoltò per la prima volta Radio Londra. Immagino dovesse essere molto simile a quella che ormai mi ero abituato a scorgere nei suoi occhi quando lo incrociavo a notte fonda sulle scale, che veniva via dal suo piccolo laboratorio nel sottotetto, esausto ma felice per l’ennesima autocostruzione conclusa con successo. Simile eppure molto, molto diversa.
Da quella sera il mondo cessò di svanire nella nebbia oltre le palizzate e gli uomini dello Stalag X-B poterono alimentare la speranza, sentendosi di nuovo parte di ciò che era loro negato dallo status di prigionieri; si presero anche qualche soddisfazione, come quel mattino che i tedeschi rimasero interdetti alla vista insolita dei loro volti sorridenti e di molte barchette di carta che galleggiavano nel laghetto di acqua piovana. Era il 6 giugno 1944 e Radio Caterina aveva captato la notizia dello sbarco degli alleati in Normandia, mentre i tedeschi del campo non ne sapevano ancora nulla.

Internet, tv e radio via satellite, telefono. Libertà. Io sono figlio dei tempi moderni, un nativo digitale mancato, e non sono mai stato rinchiuso in niente di più angusto e vessatorio di una stanza di ospedale (due settimane fa, quando mi sono rotto la gamba), ma anche in quel caso sono rimasto completamente connesso con il mondo fuori; per quanto mi possa sforzare, so che non potrò mai provare il senso di lontananza, isolamento e distacco che aveva provato mio nonno insieme agli uomini dello Stalag X-B. Mai con quella stessa disperata intensità.
Mi coglie un dubbio assurdo, metto giù il saldatore e prendo il laptop, digito la URL del sito della BBC. Scuoto la testa, non mi ritenevo così suggestionabile, la pagina si compone sotto i miei occhi in un lampo, la connessione va che è una meraviglia, ho il mondo in mano. Top News Story: Gaddafi Renews Attack On Rebels. Il sorriso mi scompare di colpo. Penso alla Libia tagliata fuori, allo Stalag X-B, a Radio Caterina. Spero che ci siano molti uomini come nonno Oliviero, laggiù.

[Matt E0ne’s photostream]

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Matteo Campanella “matte0ne”
Nasce su una splendida isola del Sud, troppo tardi per partecipare allo sbarco sulla Luna e non abbastanza presto per seguirlo in televisione senza sbavare. In una vasta pianura del Nord trascorre il suo tempo, osservandolo e cercando di fissarne gli istanti meritevoli in immagini o in parole, accontentandosi il più delle volte di un buon ricordo sfuocato.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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