Dojo Yoshin Ryu

di Simone Rossi “simone rossi”

La prima regola è che resistere è inutile.
La seconda regola è che non vincerai spesso, quindi non devi sperare di vincere spesso.
La terza regola è che non devi farti distrarre.
La quarta regola è che non devi farti distrarre.
È importante.
L’unico modo per seguire le regole è una corretta respirazione.

***

Gioele fa judo. Ha trent’anni, è cintura nera, fa le supplenze di ginnastica e insegna judo nella palestra del padre della sua ragazza, Sara, mia sorella.
Come ha fatto quel nano di Gioele Conti a mettere a tappeto Enzo Rossi, mio padre, novanta chili di cintura nera che fece pure le selezioni per Mosca ’80, quella sì che sarebbe una storia interessante: il giovane nano sudato che tende la mano al vecchio leone al tappeto, mio padre impagliato, l’epica, il Tempo, mia sorella Sara a gambe incrociate a bordo del tatami, il passaggio delle consegne, delle cinture, Puoi allenare in questo dojo, Puoi vedere mia figlia, le cene, i litigi, i tagli alla scuola pubblica.
Io non facevo judo, cioè, un po’ l’ho fatto da piccolo, per forza, anche mia sorella, con un padre così, figurarsi, ma non direi che Enzo Rossi sia stato quel tipo di padre. A otto anni ho iniziato a giocare a basket e a suonare la batteria e ho smesso di fare judo, anche perché non sono mai stato un gran talento. Poi ho smesso anche di giocare a basket, non ero un gran talento neanche lì. Nel frattempo mia sorella continuava a fare judo e cresceva e diventava sempre più brava, finché a diciassette anni Sara era un fenomeno del judo e mio babbo era così contento di aver tirato su una figlia judoka – uno che fa judo si chiama judoka. Io Sara la prendevo sempre per il culo: Ah, ah, judo oca. Era bravina Sara, più brava di me, pesa cinquanta chili, quando eravamo piccoli l’ho picchiata abbastanza, ma a judo ha sempre vinto lei.
Il judo nasce come versione morbida del jujitsu, la più antica arte marziale di difesa a mani nude.
Ju vuol dire morbido, arrendevole, cedevole.
Jitsu vuol dire arte, metodo.
Do, più o meno, vuol dire la stessa cosa di jitsu.
Insomma, judo e jujitsu si possono considerare quasi sinonimi e vogliono dire entrambi la via dell’arrendevolezza, il metodo della resa, l’arte della morbidezza. Anche dojo, più che palestra, sarebbe il luogo in cui si segue la Via.
La prima regola del jujitsu è che resistere è inutile.
In un giorno imprecisato del sedicesimo secolo il medico giapponese Shirobei Akiyama si prende un anno sabbatico e perlustra a piedi le campagne del nord della Cina alla ricerca di medicine alternative, tecniche di guarigione della nonna e piante officinali dai nomi evocativi. Gira e rigira passano i giorni le settimane i mesi le stagioni e il dottor Akiyama non trova niente che lo interessi veramente. Frustrato, Shirobei si ritira per cento giorni a meditare in un tempio in mezzo ai monti, mangia chili di fave crude e beve litri di tè bollente. La mattina del centesimo giorno si sveglia, va alla finestra e fuori c’è la neve.
È venuta giù tutta la notte. Il giardino del tempio è coperto di bianco: la fontana, il prato, le pietre piatte, il ciliegio, il salice, il muretto, tutto.
Shirobei Akiyama guarda gli alberi in silenzio.
Voglio tornare a casa, pensa.
Stàc.
Sotto il peso della neve un ramo di ciliegio non resiste si spezza e cade. Sotto il peso della neve il ramo del salice si piega, la neve scivola, il ramo rialza la testa ed è ancora lì, verde.
La prima regola è che resistere è inutile.
Non so se questa leggenda sia vera, dice Gioele, di certo è curioso notare come il salice di Shirobei Akiyama sembri un po’ l’albero di mele di Isaac Newton e l’albero di mele del Paradiso Terrestre, in ogni caso questo è il mito fondativo del jujitsu. Il dottor Akiyama dice l’equivalente cinese di Eureka, enuncia le Quattro Regole e inventa il jujitsu, Gioele racconta questa storiella a parecchie ragazze e tutte fanno la faccia stupita, Figo, cintura nera, finché una sera, all’improvviso, Ah, sì, il salice, la so già.
Ma dai. Come fai a saperla?
Mio padre è maestro di judo, il judo è la versione morbida del jujitsu, i samurai dicevano che i maschi fanno jujitsu e le femmine fanno judo, mio fratello mi prendeva sempre per il culo, mi chiamava judo oca, comunque mi chiamo Sara, piacere.
Comunque mi chiamo Gioele, piacere.
E fai judo.
Sono cintura nera.
Ma dai. Mio babbo insegna judo ai ragazzini. Da giovane spaccava, è andato anche alle Olimpiadi.

E fai judo anche tu?
Ho smesso cinque anni fa, continuavo a lussarmi questa spalla.
E tuo babbo ha un dojo?
A questo punto mia sorella pensa che solo gli impallinati del judo lo chiamano dojo, è una cazzo di palestra, Gioele, una palestra dove le mamme portano i bambini ciccioni a fare judo. Comunque sì, gli dice, ma da dove vieni? Ma dalle tue parti lo chiamate veramente dojo? Dojo, pensa te, è come quelli che l’ufficio lo chiamano studio, o redazione, ma alla fine è sempre un ufficio, è come i bambini che dicono ci vediamo al dojo, ma alla fine è sempre ci vediamo a judo.
La sai la storia di Gino Bianchi?
Chi?
Non la sai. La seconda regola è che non vincerai spesso, quindi non devi sperare di vincere spesso Sara, stammi a sentire. Gino Bianchi era un marinaio genovese dei primi del Novecento, un tipo loschissimo che aveva imparato a fare a botte dai colleghi marsigliesi. Il codice penale francese dei primi del ’900 stabiliva che il pugno chiuso era un corpo contundente a tutti gli effetti: gli omicidi a pugno chiuso erano considerati omicidi aggravati, come le coltellate, c’era l’ergastolo, la pena di morte. Invece un ceffone a mano aperta no, e neanche un calcio in faccia: calci e schiaffi erano considerati armi leggere, si rimaneva nei limiti legali della rissa, non era un reato vero, non si andava in galera. Allora i marinai loschi francesi dei primi del ’900 inventarono questo modo di ammazzarsi senza andare in galera che si chiama boxe francese, o savate.
La terza regola è che non devi farti distrarre, cosa c’entra Gino Bianchi con mio padre?
La quarta regola è che non devi farti distrarre, Sara, un altro modo di ammazzarsi senza andare in galera è fare il militare e Gino Bianchi di sleppe ne aveva prese e ne aveva date parecchie, finché il 15 marzo del ’43 si arruola con la Marina Militare Italiana, c’è la seconda guerra mondiale e Gino Bianchi e i suoi amici militari loschi italiani si imbarcano a Genova e quarantacinque giorni dopo sbarcano a Tianjin, sul Mar Giallo, a nord della Cina, che nel ’43 era una colonia giapponese e l’Italia nel ’43 era alleata con i tedeschi e i giapponesi. Bella squadra, pensa Gino Bianchi, chissà quanto menano i marinai cinesi, pensa Gino Bianchi, chissà quanto menano i militari giapponesi.
Non ci crede nessuno due anni dopo quando la guerra è finita e Gino torna dalla Cina e dice Ragazzi, voi non potete capire, i soldati giapponesi e i marinai cinesi fanno a sleppe in un modo che non avevo mai visto prima, è meglio della boxe francese, tutta una cosa di leve e strangolamenti, capriole, strattoni, sgambetti, ho visto dei giapponesi secchi secchi sbattere a terra dei cinesi da un quintale, state a vedere, si chiama jujitsu, Carmine, prova a darmi una sleppa in faccia.
Carmine pesa un quintale e non se lo fa ripetere e parte a mano aperta, ma Gino è un pesce e si scansa e morbido come il ramo di un salice gli afferra l’avambraccio continua il suo gesto e lo trascina a terra e un quintale pesa meno di una manciata di neve e Gino gli fa lo sgambetto e Carmine finisce con il culo per terra.
Enzo Rossi quando vede entrare nel dojo un bambino secco secco la prima cosa che gli dice è: Più grossi sono, più forte è la botta che fanno quando cascano. I calci e le sleppe in faccia che Gino Bianchi e i suoi loschi commilitoni marinai hanno preso e hanno dato nel porto di Tianjin non li saprà mai nessuno, sono marinai, non ci crederà mai nessuno. Non ci credevano nemmeno loro quando sono tornati in Italia e avevano perso la guerra.

***

È una storia inventata, a parte mio padre che si chiama in effetti Enzo Rossi, ma fa un lavoro che con il judo non c’entra niente. E poi sono figlio unico e non ho mai suonato la batteria. Gino Bianchi si chiamava veramente Gino Bianchi e ha veramente portato in Italia il jujitsu (la traslitterazione corretta è ju jutsu).
Pensavo a questa figura del bambino che fa judo che cresce e diventa un trentenne judoka, un bambino con la candela al naso che cresce e diventa un adulto fatto e finito se persevera nel suo esercizio quotidiano di resistenza, con la corretta respirazione, la concentrazione, la convinzione che non vinceremo spesso e la concentrazione, di nuovo, è importante.
Non è vero che resistere è inutile, pensavo.

[simone-rossi.it]

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Simone Rossi “simone rossi”
Barabbista per meriti conseguiti sul campo. Nasce in Romagna, ha scritto un libro, anzi due, suona sempre i chitarrini e fa le polpette. Tra le altre cose, ha un blog senza il punto.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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