La guerra è così

di Mariangela Vaglio “Galatea”

I due ragazzini erano carini, ma proprio carini carini. Avevano dei visi lisci, dalla pelle bianca, quasi candida, come se non avesse mai visto la luce di un vero sole, e senza nemmeno un accenno di peluria, non perché si radessero ogni mattina, come imponevano gli ordini, ma perché erano troppo giovani e la barba non cresceva ancora.
Quando se li ritrovò alla porta, la Giovanna, detta Nenèa, che era da tutti considerata una delle più belle donne della Giudecca, se li guardò un po’ stranita, quei due biondini che avevano bussato all’uscio. Il più grande, che forse aveva diciassette anni, ma non ci avrebbe giurato, stava tutto impettito e diritto dentro all’uniforme, per darsi un tono e sembrare più adulto; l’altro, appena dietro, anche lui sembrava aver ingoiato una scopa, cosa che rendeva ancor più disagevole tenere fra la braccia il grosso sacco di farina che reggeva.
Sulle prime, la Nenèa rimase imparpagliata, non sapendo come comportarsi. Che doveva fare con quei due, che le si presentavano all’uscio così, all’improvviso, in una casa di donne sole, perché i fratelli non erano ancora tornati dal fronte o erano scappati a fare i partigiani? Quella era una casa rispettabile, ancorché povera, e lei ci teneva a non far nascere chiacchiere, che già era sola e madre di una bimba piccola, ci mancava pure che la scambiassero per una poco di buono. E quei due, per quanto quasi bimbi, erano pur sempre crucchi e nazisti, e la sua era una famiglia che con i crucchi e con i nazisti buoni rapporti non li sapeva proprio tenere.
Ma l’impasse durò il tempo di uno sguardo. Abituata a tirare su ragazzini, perché si era allevata sette fratelli, la Nenèa indovinò subito tutto l’imbarazzo dei due, e la fatica che facevano per nasconderlo. Cui si aggiungeva quello per guardarla negli occhi, mentre le parlavano, invece che puntare l’occhio sul suo generoso décolleté. Così fece ciò che le parve più giusto fare: sorrise e chiese, nel più puro veneziano: «Cossa volé?» certa che loro avrebbero capito perché un Cossa volè? è una lingua internazionale.
I due ragazzini lo capirono, e il più grande, Hans, che era il capo, si arrangiò a motti e mezze parole a spiegare qual era il problema: cioè che loro avevano la farina, e sapevano che invece le donne di casa no; mentre le donne di casa sapevano lavare e stirare le camicie, e loro invece ecco, quello non lo sapevano fare; però, per quanto poco più che bambini, erano pur sempre due quasi ufficiali dell’esercito tedesco, e le camicie il comandante le voleva in ordine, così come li voleva sbarbati, ogni mattina. Per cui, per evitare grane, quando avevan visto quella casa abitata solo da donne, Hans aveva avuto una pensata improntata da sana logica crucca, e che dimostrava perché dei due lui fosse il più alto in grado: farina contro camicie lavate e stirate, e tutti erano contenti, alé.
Per vagliare la richiesta bizzarra, la sera, a casa della Nenèa fu convocato un consiglio di famiglia in piena regola: c’erano la Nenèa stessa, sua figlia Margherita, che nascosta sotto il tavolo ascoltava i discorsi degli adulti, perché in quella casa le donne non erano mai troppo piccole per prendere delle decisioni; la sorella maestra, la Rossa, che faceva su e giù dalla campagna, contrabbandando salumi e messaggi per i partigiani, e la madre delle due, la Carolina, un donnino alto come un soldo di cacio, famosa per aver fatto scappare, una volta, un intero manipolo di fascisti con la minaccia di mitragliarli dal poggiolo con i suoi vasi da fiori.
Invitato speciale era il Bòn, che di giorno faceva il tipografo, e di notte stampava e distribuiva i fogli clandestini, smistava gli ordini per i partigiani e organizzava la Resistenza in città.
«Mi no ghe lavo le camise ai tedeschi! Che i mòra tutti e con le camise sporche, ostrega!» diceva la Carolina, le braccia incrociate e la faccia di chi non intende cambiare idea nemmeno a fucilarla.
Il Bòn, con la sua pipa spenta che pendeva dalle labbra, per un po’ meditò silenziosamente, appoggiato al muro. Era un uomo non alto, non bello, con le dita sempre sporche di inchiostro, e di così poche parole che quando ne diceva una era un evento, e tutti la mettevano in pratica subito.
«Podarìa esser un modo par tegnirli soto controlo… i xé pur sempre qua de guardia e ‘sti tedeschi g’ha minà tuta la Giudeca, i so’ morti cani…» disse infatti, e poi riprese a tenere fra le labbra la pipa, che era vuota, perché non trovava più tabacco decente e si rifiutava di metterci dentro la cicoria.
La Nenèa non ebbe il coraggio di ribattere, anche se pure a lei lavare le camicie ai tedeschi pareva un po’ un tradimento; ma del resto quei due ragazzini, che avevano la stessa età dei più piccoli dei suoi fratelli, e magari avevano pure loro, da qualche parte, su in Tedescheria, una mamma e una sorella, le facevano sentire un’oppressione al petto come una pietra che non andava né su né giù. Così, mentre la Carolina e il Bòn ancora discutevano, lei tagliò la testa al toro e disse:
«No li xé che do putei, via… ghe lavemo le camise, e, intanto, li tegnimo de ocio! Cussì, se i cruchi se move, avertimo subito i compagni!»
Cussì, come disse la Nenèa, la mattina dopo l’accordo con i due tedeschini fu stretto, con il patto più solenne e cioè la stretta di mano: Hans lasciò a casa della Nenèa il sacco di farina e due camicie da lavare e stirare, poi, serio come un ragazzino che imita i gesti di un adulto per far colpo su una ragazza, batté i tacchi e si produsse nel baciamano più goffo che la storia ricordi, anche se la Nenèa forse non se ne accorse bene, perché, in fondo, era il primo baciamano che le facevano in vita sua.
La vita andò avanti così, alla Giudecca, per tutto febbraio e marzo: con i tedeschini fuori e la Nenèa e le donne di casa dentro, a lavare e stirare, e di nascosto a tenere d’occhio i portaordini nazisti che passavano davanti alla postazione, per segnalarli al Bòn e ai compagni. Era anche tranquilla, la Giudecca, perché la guerra è una roba strana, che quando ci pensi non la sai spiegare: è vita come quella di sempre, solo che c’è la guerra.
Tutto scorreva come sempre: la Rossa andava in bicicletta su e giù da scuola, Margherita tornava a casa e faceva i compiti, salutava dalla finestra i due ragazzi in uniforme, impettiti, che le sorridevano di nascosto, talvolta, e persino giocherellavano con lei, quando si attardava in strada con gli altri monelli.
E poi di botto un corri corri, un grido, un allarme che suonava, il suono cupo degli aerei che arrivavano dal cielo, la Rossa, la Nenèa e la Margheritina via a nascondersi sotto al letto, perché nell’isola di rifugi non ce n’erano, tremanti e abbracciate forte forte, e mentre il rombo del motore si sentiva proprio sopra la casa, il ratatatà delle mitraglia di Hans cercava di colpirlo, e la Nenèa, la Rossa e la Margheritina che non sapevano mai che augurarsi, che il crucco lo centrasse, per proteggerle e farlo andar via per sempre, o che lo mancasse, perché erano loro, gli Alleati, che s’aspettava. Una sera di mezzo Aprile, il Bòn passò per casa della Nenèa, con le dita sporche e la pipa spenta, come al solito.
«Doman fèmo saltar la banchina del porto, in boca del canal» disse.
«A che ora?»
«A le zinque. Zerché de star in casa bone, che non se sa mai.»
La Nenèa meditò che il giorno dopo doveva consegnare le camicie stirate ad Hans, ma sapeva che i due ragazzi dovevano smontare la guardia un po’ prima delle cinque, quindi calcolò che la cosa non li avrebbe toccati. Alle quattro e mezza uscì di casa, con le camicie stirate ravvolte in un panno, perché non si gualcissero. Ma quando arrivò davanti alla bettolina, e fece per porgerle, sentì la radio della postazione che gracchiava qualcosa in crucco, e Hans, di solito così gentile, le fece un segno brusco di andarsene via:
«Banditen!» gridò. «Al porto! Rauss!»
La fece quasi cadere per terra, per voltarsi e montare sull’imbarcazione, assieme all’altro.
La Nenèa ebbe come l’istinto di aggrapparsi al suo braccio e gridargli:
«No, non ndè! I g’ha minà tuto, ven ‘ndè a far copar e basta!»
Ma poi vide quello sguardo nei loro occhi, che non era più quello di ragazzini, ma uno cattivo da adulti, da soldati, che partivano con i mitra per uccidere, e avrebbero ucciso chiunque si fosse trovato davanti, fosse stato lei, il Bòn, o persino Margheritina.
Perché è così la guerra, è una roba strana: che un momento sei un ragazzino che guarda il décolleté alle belle donne più grandi e si fa stirare le camicie, e l’attimo dopo devi sparare, e uccidere, perché gli altri sono i nemici. Così stette zitta, la Nenèa, e ferma, sulla fondamenta, a guardare la bettolina dei tedeschi che si allontanava, faceva rotta verso la banchisa di fronte a Stucki, dove si indovinava un trambusto lontano e poco chiaro; e quando era lì lì per attraccare, vide la fiammata, sentì lo scoppio e poi non vide e non sentì più niente perché le lacrime le appannarono gli occhi, mentre le camicie bianche avvolte nel panno cadevano per terra, là.
Due giorni dopo, al funerale dei due tedeschini, c’era tutta la Giudecca, persino il Bòn.
«I so morti cani, no pensavo che i gavaria ciamà anca i do toseti.» disse, a mo’ di epitaffio, uscendo.
La Nenèa ricacciò l’ultima lacrima che le rimaneva, pensando ai suoi fratelli, della stessa età, che non sapeva bene dov’erano, ma potevano essere anche loro a mettere bombe e a saltar per aria, senza neppure una donna pietosa che prima stirasse loro la camicia.
«Xè cussì la guera» mormorò «che co te toca de morir, te toca.»

[Il nuovo mondo di Galatea]

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Mariangela Vaglio “Galatea”
Dal 2006 tiene un blog di racconti e satira dal “mitico” Nordest perché è una donna ostinata.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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