Come giocare la palla

di Fabrizio Gabrielli “tabacchino”

Mi chiamo Berni, sono il vicecomandante del Battaglione Ravenna e quando dico che non basta che la sfera ti arrivi tra i piedi, devi già sapere poi come giocarla un istante prima degli altri, il comandante Nico annuisce serioso.
Ci son partite che nel tabellone ce le mette la Storia, sorteggiatrice poco clemente. Il destino tesse gli incroci, sfide a botta secca, senza possibilità d’appello, senza andata e ritorno: e tu devi solo capire con chi vuoi stare, che maglia indossare, quali gesti tecnici farai. Lo sai, anche se è difficile: li devi saper prevedere.
La Storia, in certi passi, o scegli come vivertela o sei scelto. A Gamogna, in quella parte d’Appennino che cuce Toscana ed Emilia poco distante dall’arteria incancrenita e purulenta della Linea Gotica, ogni giorno dell’estate del quarantaquattro è un giorno buono per morire.
Il dieci luglio: il dieci luglio di più, che è pure Santa Felicita, e l’unica felicità è quella che agli uomini di Silvio Corbari e a quelli della 36a Brigata Bianconcini sembra esplodere in faccia quando ci incrociamo e io gli ricordo che “quando si riceve la palla bisogna aver già chiaro in mente come giocarla”.
Io li sento dire quant’era forte, però, Berni, eh?, Berni, questo è il nome che mi son dato quando ho scelto con chi stare, e chi sfidare. Il dieci luglio ci sarebbe da dire pure che è nato Carl Orff, quello dei Carmina Burana, che ci tambureggiavano le cervici, in quei giorni. Il dieci luglio di più.

Conosco tutti gli alberi e tutte le piante dell’Appennino. Quando ero un passerotto ho fatto l’Istituto Agrario, ad Imola. Imparavo come tenere la contabilità agraria e pure accenni di tecnica delle produzioni, e intanto coltivavo le mie passioni: leggevo Keats, impazzivo per Bruegel il Vecchio, e tiravo calci alla palla, ròbe così. Football non si diceva già più football, che poi al camerata podestà di Faenza, chi lo sentiva?
Quando avevo sedici anni facevo il terzino destro pei biancocelesti faentini. Il terzino non ha l’importanza, nel gioco, del trequartista o del centravanti.
Quando sfiora la sfera il pubblico non s’ammutolisce, dice passa!, passa!, e spera che si faccia vedere il numero dieci, quello che sa già che giocata fare ancor prima che il cuoio sbatta sull’altro cuoio, delle scarpette. Però quella di difendere, concretamente e moralmente, un’area, una zona, è la vocazione che devi per forza avere se sei un terzino, e anche se sei un mezzadro: la tua zona è la fascia, una fascia di terreno coltivato a mais, la tua integrità etica, il tuo territorio. Lì innalzi e sventoli il tuo vessillo, la tua bandiera, e non passa, lo straniero.
Io quella vocazione ce l’avevo, e come. E sarei stato disposto a renderle conto all’estremo. Dicevano ci sapessi fare. Che come difendevo la fascia io. Che c’ero portato. A fare il terzino, mica il mezzadro. Un osservatore un giorno mi vede sperticarmi in coperture: vieni a giocare con noi, a Firenze, mi fa. La maglia viola sulle spalle pesa come un macigno,quando sei poco più d’un ragazzino. Urlano: horri. Più forte horri. E io: horro. Trionfante, verso la serie A.

È il millenovecentotrentuno e giochiamo la nostra prima partita in casa da neopromossi, poco prima del calcio d’inizio i gerarchi fascisti scivolano fino al cerchio di centrocampo; c’è la banda, si canta Giovinezza, si intitola lo stadio allo squadrista Giovanni Berta morto diec’anni prima in uno scontro con i comunisti. A me quando non c’era da allenarsi o giocare piaceva andare agli incontri con gli scrittori, stringere le mani dei poeti e degli attori, visitare mostre e musei.
Una volta, in uno di questi incontri culturali, m’han raccontato la storia di quando Berta l’han gettato in Arno dal Ponte Sospeso.
Un poeta, poi, aveva recitato, una volta che per poco non finiva tutto in malora, quei versi che fanno «Hanno ammazzato Gianni Berta / Figlio d’un pescecane / Beato il comunista / che gli schiacciò le mane». Nel nuovo stadio Giovanni Berta c’è da salutare romanamente il pubblico, prima dell’inizio delle gare.

Un bel giorno lo so mica cosa mi passa pel cervello, mi vien voglia di provare a vedere cosa può succedere se il braccio, io, non lo alzo. E infatti: non lo alzo. Ma cosa si sarà messo in testa, Brunetto, dice qualcuno. Perché forse non ve l’ho detto, ma prima di esistere resistendo, o resistere esistendo, fa lo stesso, mi chiamavo Bruno, io. Bruno Neri. Non succede nulla, lì per lì. Ma dentro di me, ecco, in quella parte di stomaco dove si decide che giocata fare prima ancora che ti arrivi la palla, è fin troppo chiaro con chi mi debba schierare. Mi sento già meglio.
Nel millenovecentotrentatré ci sono i mondiali goliardici a Torino, “Una fulgida giornata di giovinezza allo Stadio Mussolini”, titolano su La Gazzetta del Popolo, e se l’Italia tiene fede al motto vincere e vinceremo è anche merito, in gran parte, delle mie coperture e dei miei movimenti di raccordo, che ormai il terzino non lo faccio più, gioco davanti alla difesa, da centromediano metodista, una vita da gregario, la mia, come si chiede ai giovini fassisti, dopotutto. Una vita di sacrifici e sfrontatezza.
A Firenze, dopo quel gesto del nonsaluto, qualche grana ce l’ho avuta, poi. Niente di serio, per carità, ma qualche squadrista che mi fischiava c’era, insomma, non ero risultato molto simpatico.
Allora ho deciso di andare a giocare a Lucca, c’era l’ungherese Erbstein che era un grande allenatore anche se ebreo, prima che l’aria diventasse troppo pesante, magari, avrei potuto imparare qualcosa da lui, mi son detto.
Se semini quando s’ha da seminare e poi irrighi quando s’ha da irrigare e gli stai dietro, alle tue piantagioni, poi li raccogli, i frutti: è un’altra ròba che ho imparato all’istituto tecnico agrario, ad Imola.
Io, i miei frutti, per raccoglierli l’ho raccolti: mister Vittorio Pozzo una volta m’ha pure convocato con la nazionale maggiore, e sono finito sulla gazzetta rosa, “passato com’è noto nei ranghi della Lucchese in virtù della sua elevata classe, ha meritato di arrivare alla meta a cui aspirava. Giocatore serio, coscienzioso, tenace”, hanno scritto.
E poi ci arrivi mica, a giocare col Torino, se non sei serio e tenace, non per darmi delle arie. Sotto la Mole ci son rimasto quattro anni: poi ero stufo e ho scelto di ritirarmi dalla carriera professionistica, ho appeso le scarpe al chiodo e me ne son tornato nella città mia, a Faenza. In Europa c’era già la guerra.
In Italia, ancora no.

C’ho un cugino, io, il figlio del fratello di mio padre, si chiama Virgilio e fa il notaio a Milano. Mi ha dato una mano seria, mio cugino, quando m’ero ficcato in testa di investire i soldi tirati su a calciare una palla per acquistare un’officina meccanica, che prima era di Antonio Melandri, l’avevo pure visto più volte intonare oh che gelida manina al teatro di Faenza, al Melandri, era un buon tenore.Virgilio è in contatto con don Sturzo, Ugo La Malfa, Giovanni Gronchi.
Virgilio è un antifascista, dice questa storia del Duce ha da finire, io gli rispondo che quando la palla t’arriva devi già sapere come giocarla, però presta attenzione, anche l’avversario si immagina che tu la giocherai come la giocherai, e ti rompe una gamba, se del caso. Virgilio, poi, un giorno si farà beccare pure per aver detto questa storia del Duce e del Führer e della guerra ha da finire, lo fermeranno i tedeschi, lo tortureranno, lo deporteranno a Bolzano, in un lager, anche se non è ebreo, che mica ci portavano solo gli ebrei, nei lager.

Io questi rischi volevo correrli mica, a me, guarda, m’è bastato vedere la situazione per mollare l’officina, tornarmene a Faenza e allenare i biancocelesti per un po’. Qualcuno mi si avvicinava e mi diceva che ero stato un grande, quella volta allo Stadio Berta, in cui non avevo salutato romanamente. Grande o non grande, io mi sentivo un buon italiano, come tutti, certe volte ero felice e certe volte avevo paura, e come a tutti mi veniva da piangere quando nel quarantatré m’è arrivata la chiamata alle armi. Mi veniva da piangere per la paura.
Mi spediscono in Sicilia, ero in Trinacria io quando son sbarcati gl’alleati, sta andando tutto a puttane, m’è venuto da pensare, quella volta, che eppure le parolacce io sono un tipo che non le dice mai.
Quando son tornato ancora una volta a Faenza c’ho trovato Virgilio.
Virgilio gli piaceva fare delle giocate pericolosissime e infatti aveva attrezzato un manipolo di cospiratori, facciamo una formazione partigiana, diceva. Io mi metto a fare quel che facevo in mezzo al campo, da centromediano metodista: mi occupo di coordinare e di imbastire le manovre, e poi di recuperare i lanci di armi e viveri degli alleati. Li raccolgo come raccoglievo palloni sul prato verde. Pensa il destino, alle volte. La guerra è un fiume in piena, ma io non ho più paura né niente, e poi ai fiumi ci sono abituato, ho sempre vissuto e fatto il calciatore sulla riva dei fiumi: il Lamone, l’Arno, il Po. Ora c’è il Serchio, il Serchio che scorre nelle vallate dell’appennino tosco-emiliano e certe volte porta giù pure i cadaveri, qualche volta partigiani, qualche altra repubblichini, qualche altra ancora nazifascisti. Non guarda in faccia a nessuno, il fiume Serchio.
Il football non lo ferma neppure la guerra, e noialtri che abbiamo mangiato pane e calcio per anni, come fai a startene fermo?
Un giorno di maggio, il sette, affrontiamo il Bologna, io son tornato ad indossare la maglia del Faenza, tra le fila dei rossoblu c’è pure Dino Fiorini.

Dino è una bandiera dei felsinei, ha vinto quattro scudetti e due coppe internazionali, quando le uniche battaglie transnazionali erano quelle per portarsi a casa la Coppa delle Esposizioni di Parigi. Ha pure fatto il modello pei prodotti di bellezza Bourjois.
Dino, quando s’è trattato di scegliere quale maglia indossare, quella appiccicata alla pelle sotto la tenuta di gioco, ha deciso che sarebbe stata nera. Fa il tenente nella Guardia Nazionale Repubblicana, e ogni volta che gli passo vicino, in quella partita, mi tira dei gran calcioni sugli stinchi.
Certe volte non si tratta di capire come giocare la palla prim’ancora che t’arrivi, ma di far male all’avversario, a prescindere. Anche se non ha molto senso, dopotutto.
Sai chi han fucilato a Monterenzio, poi?, m’ha detto Nico stamattina mentre c’arrampicavamo verso Gamogna.
No, chi? gli ho risposto io.
Dino, Dino Fiorini, quello del Bologna. Il repubblichino.

Gamogna sta sull’Appennino, sul crinale che è una sutura tra Toscana ed Emilia, poco distante dall’arteria incancrenita e purulenta della Linea Gotica, e ogni giorno dell’estate del quarantaquattro è un giorno buono per morire. Il dieci luglio: il dieci luglio di più.
Sono con Vittorio Bellenghi detto Nico, il comandante del Battaglione Ravenna, mi piace fargli da vice, condividere le responsabilità: c’inerpichiamo mitra in collo in perlustrazione: s’ha da recuperare un lancio su Monte Livata, vediamo un po’ com’è la situazione, ci diciamo.
Erbstein diceva che quando la squadra avversaria ti prende in contropiede sei fottuto, è una questione di posizioni, diceva, di strategie, diceva, se riesci ad attivare un contropiede nove su dieci che ti porti a casa la vittoria. Se lo fanno gli altri, sei fottuto.
Noialtri ci troviamo tra i piedi una palla avvelenata, il maledetto dieci di luglio, un drappello di tedeschi ci si para di fronte, sono tanti e sono armati, ci nasce la consapevolezza in seno che con una raffica di passaggi, poi, l’avversario può annichilirci e scapparsene via, verso la rete.
Raffiche di mitra. Sentiamo la vita che ci si sbrodola via. Rete per l’avversario. Quando si riceve la palla bisogna aver già deciso come giocarla, dicevo sempre io, lo ripetevo pure stamattina a Vittorio. A meno che non ci metta le mani il destino, mi viene da pensare, allora non puoi davvero farci nulla, e mi capita quel che non ho provato mai. È come se un qualcosa stesse cadendomi giù dallo stomaco, giù, come in un burrone senza fine.

***

Gamogna è ancora una cucitura tra Emilia e Toscana. Tra queste antiche pietre, c’è scritto su una lapide, il 10 luglio 1944, una lapide rosicchiata dal tempo, i comandanti Bruno Neri e Vittorio Bellenghi sono morti subendo l’oltraggio brutale della rabbia nazista.

[L’inafferrabile weltanschauung del pesce rosso]

__________
Fabrizio Gabrielli “tabacchino”
Al paese è tabacchino per via d’un nonno ch’era tabacco. Uno pel quale era sempre stato chiaro, da che parte schierarsi, tabacco: sfollato, alla macchia, alle donne dava il sigaro, ai tedeschi fuoco.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...