Diciannove luglio millenovecentoquarantatré

di Benedetta Torchia “Sonqua”

Corro, corro. Da quella parte. Subito. Dove erano gli arditi. Corro, corro. Polvere sul cimitero. Povera Lara. Era andata lì a lucidare la sua lapide. Magari riesce a tornare. Anche la chiesa hanno preso. La Cappella principale di Campo del Verano non si vede più. È andata giù subito dopo il muro. Venti esplosioni ho sentito su quel lato. Neanche i morti si sono salvati stavolta.

Me l’aveva detto, la voce, di andar via. Di non restare.
L’aveva detto, la voce, di convincere la mamma. Me l’aveva detto che il babbo lo sapeva e me lo mandava a dire. Era vero.
Ma la mamma mica mi dava retta, a me. Ci doveva venire il babbo a convincerla, a lei, a spostarsi di nuovo. Che i fascisti, diceva che avevano voluto già la sua casa vicino al Colosseo per buttarla giù e farci le strade nuove. Non gliela voleva dare a nessuno, questa casa qui. Poi la casa non si poteva lasciare. Babbo ci aveva nascosti dei fogli. Gli arditi ogni tanto passavano a prenderli. Ci doveva venire il babbo a convincere la mamma.

Io l’ho detto che la voce lo diceva che sarebbero arrivati gli alleati. Che ci aiutavano. Che ci pensavano loro una volta tanto ai fascisti. Che dovevamo andare via da lì. Ma la mamma diceva che la gente lì era gente che si era fatta i muscoli lavorando e di rabbia ne avevano tanta. I fascisti a San Lorenzo ci erano entrati solo con la marcia su Roma e poi subito erano usciti di nuovo e quelle case lì erano importanti anche se ognuno aveva già versato il suo sangue. E che non gli succedeva niente a quelle strade lì. E poi come si fa a dare retta a una voce. Una voce che mi aveva sorpreso il giorno prima.

Io l’avevo detto a mamma che avevo sentito una voce. Era una voce profonda. Scura come il vicolo che attraversavo. Ma più nascosta. E non sono riuscito a vedere nessuno. Né un volto, né una mano. Solo la voce. Ma il babbo ci doveva venire lui a convincere la mamma, a portare via Nerina, Azzurra e Aurora. Perché di santi non ne avevano voluti in casa e le figlie si chiamavano come i colori e come il sole che sorge. E io corro, corro. Magari riesco a trovare la mamma. Sarà stata lì a fare le stesse cose di sempre. A lamentarsi della polvere e del rumore. In questo quartiere che non voleva lasciare libero per paura che i fascisti si prendessero pure questo. Quanto fumo c’è. Mi bruciano gli occhi.
C’è tanta polvere. Inciampo. Dietro di me sono saltate le rotaie del tram e i pali della luce. Niente. Non lo so che si deve fare dopo che siamo rimasti vivi. Corro, corro. Su strade che non riconosco. Il tratto di piazza Baldini. Non sono neanche sicuro di sapere dove sono. Corro avanti. Lo stabile all’angolo con via Baldini, completamente raso al suolo.
Piango e corro.
Stabili ai numeri 5 e 9, cinque piani, quasi del tutto crollati. Il mio, il mio. Corro, stabili ai numeri 33 e 35, cinque e quattro piani, molto danneggiati. Le bombe che non smettono. Cercano la stazione.
Me l’aveva detto la voce che cercavano di tagliare i collegamenti ai fascisti. E mia mamma mica ci credeva. Diceva che gli alleati lo sapevano che San Lorenzo non si era mai piegato. È dagli anni venti che resiste ai fascisti. Che giravano sempre tutti insieme, lì. Perché se ne girava uno da solo, usciva sempre un po’ pesto e non era perché era andato ad allenarsi alla scuola di boxe. Dicevano. Comunque, mia mamma non ci aveva creduto che buttavano le bombe.
Via dei Piceni angolo via dei Reti. Il deposito del legno. Brucia. Il fumo nero mi brucia la gola. Le fiamme alte mi fanno cambiare strada. Vorrei solo ci fosse meno rumore. Io sento solo la voce che mi dice di prendere su tutto e andar via. Giù verso scalo San Lorenzo è tutto un polverone. Ecco, cadono anche lì. Le mura. Spezzonate. Mitragliate. Corro: via degli Ausoni, via dei Sardi, via dei Liguri , piazza Campani, viale degli Apuli. Giro di nuovo. Salto le urla.

Incontro Saverio. Il pastificio è quasi distrutto. Le fonderie Bastianelli anche. La birreria Wiihrer brucia e brucia. È mattina. La gente ci lavorava. Più avanti è venuto giù di corsa Gino. Il rifugio di via dei Volsci è crollato. C’erano persone. Ma non hanno visto né la mamma, né Azzurra.
Prendo fiato. Aurora e Nerina non c’erano di sicuro senza la mamma. La tipografia. La tipografia è stata colpita. Sembra un falò. Distrutto tutto. I testi ufficiali e i manifesti nascosti nel cunicolo del magazzino di sotto.
Aveva torto, mamma. Gli alleati non lo potevano sapere che la gente di qui erano operai che lavorano in silenzio ma i fascisti li tenevano fuori. Gli alleati non lo sapevano immaginare che il fumo spostava la traiettorie delle bombe di quasi mezzo chilometro. Corro. Via dei Reti. Fabbricati danneggiati. I cortili. I cortili non esistono più. Sono bocche spalancate all’esterno. Corro. Via dei Sabelli. Eccola, casa mia. C’è. Ci sono tutte insieme alla mamma. Sono sicuro. Corro. Eccolo il fabbricato. È danneggiato ma il corpo centrale è rimasto intatto. Salgo, salgo, salgo. Tre a tre. Agli ultimi piani sono più bassi, i gradini. Eccomi. Il ballatoio. Giro. Le porte sono aperte. Incontro qualcuno ma ho il fiatone e non ce la faccio a chiedere nulla.
E poi cosa vuoi chiedere ora. La mia porta. È aperta. Dio quanta polvere. Corridoio. Quale porta scelgo. Quale. Dove vi cerco.
Dritto.
Apro.
Il cielo. È di nuovo estate.
Le punte delle mie scarpe guardano le macerie in basso. E sopra, il tetto non esiste più. Il palazzo, spezzato in due. La mamma è giù. Con le ciabatte ai piedi. Stesa sui calcinacci con una patina di polvere che sembra finta come le statue del cimitero. Ha sangue scuro sulle orecchie. Mi guardo la punta delle scarpe. Forse mi tuffo anche io in questa bocca che continua a bruciare. Per bruciare anche io con tutti i palazzi che partono da qui e arrivano a via delle mura.

Ci doveva venire il babbo a convincerci. Il babbo che aveva convinto anche quelli che erano iscritti alla sede del partito socialista a unirsi ai gruppi ribelli. La voce non è bastata. Io che parlavo della voce non ci sono riuscito. Sento piangere Aurora. Non so perché. Chiudo in fretta la porta. Magari non si accorge che la casa è a metà. Magari non si accorge di niente. Magari se facciamo tutti un po’ di silenzio riusciamo ad andare via come diceva la voce.
Zitti zitti.
Di soppiatto. Senza che succeda niente. Da qui. La casa ha il tetto. Di nuovo. Il soggiorno è il soggiorno e la cucina è ancora al cucina. E Aurora è sotto il tavolo che piange. Andiamo, andiamo via. Nel corridoio. Giù per le scale. Nerina e Azzurra non le ho più trovate. Ecco per questo bisogna sentire le voci. Mica per star lì a fermarsi inutilmente. Ecco perché. Io gliel’ho spiegato al dottore che ogni tanto mi fermo e ascolto. Ma anche lui non lo riesco a convincere. Si raccomanda ad Aurora perché continui a prendere le pillole e non si ricorda quanti anni ho. Qui ci voleva il babbo a convincere tutti. Invece i morti sono stati tremila.

E sono morti anche quelli che li avrebbero aiutati volentieri, gli alleati, a cacciare via i fascisti che erano entrati a San Lorenzo solo con la scusa di marciare su Roma.

[Sonqua]

__________
Benedetta Torchia “Sonqua”
Nata e in corso d’opera.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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