Mazza e pindolo

di Mitia Chiarin “Fatacarabina”

Martino era il più bravo di tutti a giocare a mazza e pindolo. Per questo l’avevano nominato sindaco del Biancotto, l’istituto di fondamenta dei Cereri a Dorsoduro che aveva dato una casa agli orfani dei partigiani di tutto il Nord Italia. Dove c’era la casa dei balilla, nel 1947 aprì i battenti l’istituto dei figli dei partigiani morti durante la Resistenza. I ragazzini vivevano in comunità, giocavano, imparavano a dipingere, recitavano. E sperimentavano la democrazia in una società laica. Un sogno, ma allora, vinta la guerra contro i nazisti, ci fu un momento in cui pareva possibile davvero un paese diverso.
Si autogestivano e disciplinavano, i ragazzi del Biancotto. Erano arrivati a creare una Repubblica, tutta loro, con l’elezione annuale del sindaco e degli assessori. Erano un’ottantina, tutti maschi, tra i 6 e i 18 anni. Martino l’anno prima era stato nominato sindaco, con un voto quasi plebiscitario. Roba da bolscevichi, dissero i maestri. Merito della mazza e del pindolo, pensò lui.
Era l’ultimo sindaco, perché si era deciso che, di lì a qualche mese, al Biancotto si sarebbe sperimentato qualcosa di diverso, il collettivo, un’assemblea in cui ogni decisione veniva presa assieme, discutendo e poi votando coi maestri.
Aveva dodici anni, Martino. I suoi capelli erano neri e folti e aveva già un accenno di baffi sul labbro carnoso. Aveva le gambe lunghe ed era molto svelto con la parola. Rispondeva sempre a tono a chiunque, ma ogni tanto amava il silenzio. Restava muto per ore quando pensava alla sua mamma che era andata a Verona a lavorare come domestica. E lo stesso capitava quando pensava a suo padre, Primo. Lui a casa alla fine della Resistenza non era mai tornato. Gli avevano detto che era disperso, quindi non era certo che fosse morto, ma lui, Martino, si sentiva un orfano. Portava ai piedi gli scarponi vecchi che suo padre gli aveva regalato prima di partire con i compagni. A lui stavano grandi, ma indossava due paia di calzini di lana e ci correva benissimo dentro. Non li faceva toccare a nessuno, quegli scarponi. Perché a camminarci dentro gli pareva di sentirli i passi di suo padre quando tornava dalla stalla, dopo aver munto la Pina, e portava il latte della vacca a tavola, in cucina, e riempiva a metà le scodelle e poi ci metteva dentro la polenta di mais. Si mangiava tutti assieme, tutti in silenzio.
Martino stava silenzioso anche quando giocava a mazza e pindolo. Si metteva lì con il bastone a calcolare la traiettoria del colpo da dare al pezzo di legno, che aveva i lati a punta. Poi stringeva forte la mazza e tirava il colpo e il pezzo di legno andava in aria e arrivava sempre più lontano di tutti gli altri. I suoi avversari ci provavano a tirare di risposta vicino a lui, per respingerlo, ma non ci riuscivano quasi mai.
Poi un giorno arrivò davanti al cancello del Biancotto, Oceano, all’anagrafe Tonino. Se ne stava con la mano appoggiata al cancello d’ingresso per tenersi in equilibrio e con l’altra cercava di infilarsi la scarpa che aveva perso correndo. Martino pensò che quel ragazzino era decisamente brutto con quella testa così grande. Al Biancotto non c’era nessuno così. Il cranio era grande due volte la sua testa, pensò Martino, guardandolo. Aveva gli occhi enormi e sembrava sul procinto di piangere. Teneva la lingua in bella vista, in mezzo alle labbra socchiuse, in un costante sberleffo.
Uno dei maestri vide lo sguardo incerto di Martino e gli chiese cosa succedeva.
«Quello là, sul cancello,» rispose Martino «perché tiene una testa così grande?»
«È un bambino macrocefalo. È nato così, con la testa piena d’acqua» rispose il maestro.
«Acqua? Ma riesce a respirare lo stesso?» replicò Martino.
«Sì, certo che respira» replicò il maestro, sorridendo.
«Non è normale» gli disse il ragazzino.
«Martino, non esistono differenze tra le persone. Ricordalo sempre che siamo tutti uguali. Te e quel ragazzino o io e te. Non esiste uno più o meno normale di un altro. A lui è solo capitato qualcosa al momento della nascita.»
«Ha l’oceano dentro la testa» disse Martino, fissandolo.
Poi tirò con la mazza un colpo netto sul pindolo che volò, sparato, fino a rimbalzare sul cancello di ferro all’ingresso dell’istituto. Tonino sentì il colpo e prese paura, mollò la mano dalla ringhiera e cadde per terra. Martino corse verso il cancello e lo aprì.
«Oceano, ti sei fatto male?»
«Non mi chiamo Oceano, mi chiamo Tonino.»
«Beh dai, qua tutti abbiamo dei soprannomi. E io ti chiamo Oceano.»
«E te chi sei per darmi il nome che vuoi?»
Martino appoggiò le mani ai fianchi, tirò in fuori il petto, come faceva quando doveva recitare la parte del balilla cattivo, e gli disse: «Io sono Martino, il sindaco del Biancotto.»
Tonino era intento ad infilarsi la scarpa che aveva perso, seduto per terra con un piede a mezz’aria. Di anni ne aveva tredici, uno in più di Martino, ma il suo corpo era rimasto quello di un seienne, a parte la grande testa che talvolta gli pesava e allora la reggeva con tutte e due le mani. Sua madre, che lavorava al mercato di Rialto, si era accorta di quello strano sviluppo sei mesi dopo il parto.
«Come l’hai persa la scarpa?» gli chiese Martino, mentre si chinava per aiutarlo ad infilarla.
«Eh, mi succede sempre quando passo davanti alla panetteria del Toni e suo figlio piccolo, Geremia, mi corre dietro con la mazza e mi urla che sono un mostro. E allora io scappo e finisce che perdo sempre questa scarpa che mi sta larga.»
«Calzini in doppia» gli disse il sindaco sorridendo.
«Mettiti due calzini e vedrai che la scarpa non la perdi più. Al Geremia, invece ci pensiamo assieme, va bene?»
Oceano gli sorrise, mostrandogli la lingua.
«Sai giocare a mazza e pindolo?»
Il sindaco aiutò Oceano ad alzarsi e gli fece varcare l’ingresso del Biancotto.
«Qua ci giochiamo tutti e tu qui puoi venire a giocare tutti i pomeriggi, quando vuoi. E io ti insegno.»
Al Biancotto al doposcuola andavano a giocare sia i ragazzini di Dorsoduro che i figli degli operai della Giudecca. Se dicevi a Venezia che eri del Biancotto tutti sapevano chi eri. La città si dava da fare per non far mancare niente a quei ragazzi.
Gli operai di Porto Marghera rinunciavano ad un pasto per mandar i soldi. C’erano le collette del Comune, degli intellettuali della città. C’era sempre la verdura, quella avanzata al mercato di Rialto e pure il carbone della Vetrocoke. C’erano le vedove dei partigiani, che si organizzavano per far le volontarie. C’erano i maestri volontari che arrivavano anche da Roma. Si viveva in comunità ma a scuola si andava fuori, a quella pubblica, con tutti gli altri ragazzi. Lì mica era sempre facile. C’erano genitori e maestri che pensavano che se un bambino non andava a messa e diceva che «ci si aiuta da soli, Dio non c’entra», mica andava bene. E allora certi ragazzini con gli orfani dei partigiani mica ci volevano giocare. Come Geremia, il figlio del panettiere, che anche lui era bravo a mazza e pindolo ma alla fine aveva smesso di sfidare Martino perché perdeva sempre e lo apostrofava quando lo vedeva in giro dandogli del bastardo. Martino faceva finta di non sentire. Faceva finta che Geremia non ci fosse. Semplice.
Ma adesso era tutto diverso. Oceano tutti i pomeriggi per un mese varcò la porta del Biancotto. Si sedeva su una panca ad aspettare Martino e poi assieme provavano e provavano a tirare il pindolo con la mazza, finché Oceano non fu pronto, a sentire il sindaco. E allora andarono assieme davanti alla panetteria, col bastone sotto il braccio.
«Toh guarda il bastardo assieme al mostro, che bella coppia.»
Geremia uscì dal negozio del padre con le mani sporche di farina. Aveva tredici anni ma sembrava più piccolo, era più basso di Martino e non aveva alcun accenno di peli. Di capelli in testa ne aveva pochi.
«Cosa volete da me? Non ve lo ha detto nessuno che siete così brutti che si dovrebbe chiamare il gendarme?» Geremia si burlava di loro.
Martino fece un passo avanti. «Noi giochiamo a mazza e pindolo. A te mica riguarda.»
Geremia pulì le mani sui pantaloni. «Eh no! Mi riguarda eccome perché qua davanti ci gioco solo io, questa è proprietà privata. E qua, mostri non ne voglio.»
Martino mise a terra il pindolo, incurante delle urla di Geremia, e passò la mazza a Tonino.
«Bon, Oceano, adesso fai come ti ho insegnato.»
Geremia scoppiò a ridere.
«Oddio, ma non sapevo che ci fosse il circo! Adesso chiederai anche i soldi per lo spettacolo, bastardo? Papà, papà vieni a vedere i mostri!»
Oceano prese la mira. Martino gli teneva la mano aperta sulla spalla. La grossa testa di Oceano si spostò a destra e Martino sentì la pressione del cranio sulla sua mano, ma non mollò la presa. Un bel sospiro e Oceano partì col colpo. Fu un lancio perfetto. Il migliore mai visto in tutta Venezia. Il pindolo schizzò in aria e centrò sulla testa, di punta, Geremia. Il ragazzino rimase un attimo interdetto, dopo il colpo, incapace di dire niente e poi cadde a terra svenuto.
Si svegliò dopo due giorni passati a letto, con tanto di estrema unzione perché il medico pensava che oramai non ci fosse più niente da fare. Il colpo del pindolo sul cranio gli aveva aperto un buco che ci mise mesi a chiudersi, ma rimase una sorta di conca e con quei pochi capelli che Geremia aveva in testa, il segno si notava sempre.
Oceano e Martino, tre settimane dopo, lo videro che piangeva davanti al cancello del Biancotto.
«Non sono un mostro!» urlava tra le lacrime.
I due amici andarono a vedere.
«Che succede, fornaio?» gli chiese il sindaco.
«Mi prendono in giro per il buco che ho in testa, nessuno vuole più giocare con me. Dicono che sono orribile.»
Oceano gli spalancò il cancello.
«Entra e gioca con noi. Qui non ci sono mostri, ma solo bambini.»

***

Questa storia è liberamente ispirata all’attività del Convitto privato e laico Francesco Biancotto, aperto dal giugno del 1947 a Venezia e poi gestito dall’Anpi, tra non poche difficoltà, fino al 1957. Un convitto che si collegò ai convitti scuola della Rinascita, ispirati ai concetti del pedagogo russo Anton Makarenko.

[Le storie di Mitia]

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Mitia Chiarin “Fatacarabina”
Giornalista veneziana nata in una giornata afosa nell’agosto del 1970. Nipote del “Saetta”, figlia del “Carlo”, ex sassofonista, ex raccoglitrice di pomodori, speranzosa cantastorie, ha da tempo il lato sinistro del cervello in Patagonia, il destro è qui, in Italia.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Mazza e pindolo

  1. pazziammo ha detto:

    Reblogged this on Pazziammo and commented:
    Nella giornata della Liberazione ripubblichiamo il racconto “Mazzo e pindolo” dal libro collettivo Schegge di Liberazione

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