Le cose che ci siamo persi (Sarzana, 1921)

di Gianluca Chiappini “Chiagia”

Le cose che ci siamo persi, io e Amedeo, sono parecchie. E non dico di prima, di quando da ragazzi non potevamo mai fare quello che volevamo perché quelli erano tempi che la fame picchiava parecchio e prima di divertirti dovevi riempire la pancia e mica era facile.
Vero che noi eravamo privilegiati, con il nostro lavoro che ci metteva nelle tasche poche lire con le quali fare un’uscita con le ragazze che se eri fortunato veniva fuori qualcosa di buono. Io lo vedevo arrivare all’officina, le mani ancora sporche di grasso e il sorriso furbo, e capivo che era la serata buona, che aveva avuto le palanche.
L’ultima di quelle uscite era stata pochi giorni prima di quel luglio, la sera che io avevo compiuto diciott’anni e l’avevo preso per i fondelli perché a lui gliene mancavano ancora due, per compierli. Ci eravamo ubriacati, quella sera, e davvero ci sembrava che non ci saremmo più persi niente.
Poi invece era successo che ci aveva chiamati Mario, uno che lavorava con Amedeo, e ci aveva chiesto se eravamo buoni fascisti. Gli avevamo detto di sì, più per fare bella figura che altro. Allora ci aveva chiesto se eravamo pronti a fare la guerra perché la rivoluzione fascista riuscisse. E noi mica ne avevamo voglia, di fare la guerra, io poi figurati che mio padre l’avevo visto partire per l’ultima e tornare dritto nella cassa. Però quando ti trovi lì e hai detto sì la prima volta poi ti vergogni a far vedere che hai paura e Amedeo mi fissava come a spronarmi, dai, digli di sì, che noi ci stiamo a fare la guerra.
Così ci siamo ritrovati in questa storia.

Una mattina abbiamo lasciato Spezia su un camion e ci hanno portato, assieme ad altri ragazzi, fino a Pontremoli. Dove era arrivato uno importante, da Firenze dicevano, che ci doveva dire delle cose. Raccontò che la settimana prima avevano arrestato un comandante fascista, Renato Ricci di Carrara. Stava marciando su Sarzana per dare una bella lezione a quella città piena di comunisti, l’unica, cazzo, l’unica che ancora si rifiutava di aprire un fascio.
Che lo capisci bene che poi se ne rimane una dà l’esempio alle altre, e allora hai voglia del culo che ci siamo fatti per piegare Spezia, Massa e le altre città, basta un attimo e i comunisti mettono i loro soviet dappertutto. Io non lo sapevo cosa fosse un soviet, ma certo non mi sembrava il caso di chiederlo, quindi rimasi zitto ad ascoltare. Ricci pensava di farla facile, invece a fregarlo furono i carabinieri che presero lui e tutti gli altri e li rinchiusero alla Fortezza Firmafede. I carabinieri, roba da matti. Che invece di difendere i fascisti prendevano le parti di quei rossi maledetti. Roba da matti.
Ma stavolta Sarzana la lezione l’avrebbe avuta davvero, perché mercoledì sarebbero venuti dalla Toscana tanti di quei fascisti che non se lo immaginavano nemmeno. Avrebbero portato armi e benzina, così da mettere in piedi una festa che non l’avevano mai vista prima.
Si andava a liberare Ricci. E noi cosa c’entriamo, chiese uno. Voi, disse quello di Firenze, prenderete Sarzana dall’altra parte. Lasciate Spezia martedì e vi sistemate vicino ad Ameglia. Poi aspettate fino alla sera successiva che qualcuno venga a dirvi che tutto è pronto.
All’alba di giovedì entriamo. Ti succede che il giorno prima facevi l’operaio e pensavi alle ragazze e quello dopo ti apprestavi a fare la guerra, che poi noi ce la siamo persa, ma quello è un altro discorso.

La sera del 19, martedì, stavamo sul greto del Magra a fumare. Amedeo tirava i sassi sull’acqua e stava zitto, cosa insolita per lui che sembrava non smettesse mai di parlare. Poi quel suo collega, che sembrava fare da capo, si avvicinò a noi con una giacca in mano. La porse a me e mi disse di provarla. Mi misi a ridere e lui mi disse ancora di provarla. Non mi andava, stretta di spalle. Invece ad Amedeo andava alla perfezione, e lui aveva un’espressione strana mentre la indossava, che lui una giacca non se l’era mai messa e allora l’ho preso in giro e gli ho detto se pensava di essere un attore del cinema.
Poi Mario ci disse di ascoltare bene. Nella giacca, dentro, avevano cucito un messaggio. Erano cose importanti, non ci doveva interessare cosa. Ci chiese se ci piaceva correre, perché l’indomani avremmo avuto un po’ di strada da fare. Saremmo partiti la mattina presto in direzione di Carrara, passando dall’interno che sul mare c’erano i posti di blocco. Arrivati all’Avenza avremmo incontrato i carraresi e avremmo dovuto dargli il messaggio. Bastava essere svelti di gambe, tutto lì. E noi abbiamo detto di sì, anche se un po’ ci dispiaceva di lasciare quel gruppo, che all’idea di arrivare di qua con gli altri spezzini ci eravamo affezionati.
E poi avevamo paura di andare da soli, ma quello non ce lo dicevamo nemmeno tra noi, pensa agli altri. Comunque abbiamo detto di sì, ed è andata come è andata.

Quando siamo partiti ancora era buio e si vedevano solo le lucine delle sigarette accese di quelli che non dormivano. Amedeo si è messo la giacca addosso, io ho preso il sacchetto con un po’ di pane e siamo andati. Ma di strada ne abbiamo fatta poca. Perché forse si era sparsa la voce, ma quando siamo arrivati a Romito c’era un posto di blocco.
Noi, l’avrete capito, non avevamo mica il sangue freddo. Io se mi mettevi in mano un pezzo da tornire ero il più bravo del mondo, ma non è che sapevo cosa fare se ti fermavano in un posto di blocco. Amedeo mi ha detto piano di stare calmi, che non sarebbe successo niente. Ma io quando ho visto che avevano i fucili contro di noi, quando li ho sentiti urlare, non ce l’ho fatta. Ho preso Amedeo per un braccio e l’ho tirato dietro, giù per l’argine. Ma anche lì di strada ne abbiamo fatta poca, si vede che quel giorno era destino. Pochi passi e li avevamo addosso. Giù botte e poi parlare. Quando ci hanno perquisito e hanno trovato il foglietto è successo il finimondo.
Ci hanno preso, portato via e, insomma, ci siamo persi la giornata più importante.

Che poi quella giornata non è stata quel che si dice gloriosa, per la nostra parte. Ma il risultato è stato raggiunto, in qualche modo, e quella è la cosa più importante, dicono.
All’alba di giovedì, che noi eravamo già mezzi rotti dagli interrogatori, la colonna dei fascisti iniziò a marciare su Sarzana. La città era sotto assedio, non c’erano vie di mezzo. O stavi di qua, e difendevi le mura, o te ne uscivi ad attaccarle. Dicevano che gli anarchici avevano messo il tritolo nella torre di Piazza Mazzini, figurati. Tutti insieme, comunisti, socialisti, anarchici, quei matti degli Arditi, pronti a respingere l’attacco. A capo della colonna fascista c’era uno che si chiamava Dumini, e dicevano che avrebbe fatto una bella carriera. Lui era impettito come un napoleone, bello convinto che in quattro e quattr’otto avrebbero fatto pulizia di quei quattro barboni che stavano là dentro. E allora sì che sarebbero iniziate le feste, la benzina c’era apposta, i bastoni anche. Invece quando arrivò alla Stazione ebbe una brutta sorpresa.
C’erano i carabinieri, di nuovo, e poi la pubblica sicurezza e l’esercito. Tutti uniti a dirgli di tornare indietro, che dovevano rispettare la legge, che si vede che non lo sapevano che la legge ormai era una cosa molto relativa. Dumini non perse la calma e pose le sue condizioni. Chiese la liberazione di Ricci e degli altri e solo allora se ne sarebbero andati. Che probabilmente non era mica vero, che se ne sarebbero andati, perché tutti quelli che erano venuti da lontano, fino da Grosseto, ormai si volevano divertire. Ma lui lo disse.
Poi però qualcuno sparò, gli uni han dato la colpa agli altri, ed è stato un macello. Alcuni dei fascisti sono stati ammazzati subito, altri sono caduti a terra feriti. Il resto della colonna, e parliamo di centinaia di persone, si è disperso in pochi minuti mentre da Sarzana arrivavano i rossi ad infierire e a quel punto la forza pubblica aveva il suo bel da fare per far tornare la calma.

Noi ci siamo persi tutto, l’assalto e la rotta. I ragazzi che sono stati caricati su un treno fatto partire frettolosamente verso Carrara e quelli che sono scappati nelle campagne, stanati uno a uno dalle bande dei contadini rossi. A chi gli è andata bene sono state botte, tante, agli altri forconi nella pancia e corde attorno al collo. Un macello, vi assicuro. Ci siamo persi il momento in cui vennero liberati Ricci e gli altri, che al procuratore gli sembrava la cosa giusta da fare per fermare il casino, ed è perciò che vi dico che alla fine in qualche modo tutto quanto è servito. Ci siamo persi il momento in cui la polizia scovava gli ultimi fascisti, nascosti sotto il letto del capostazione, e li scortava fuori dalla città, che ancora restava libera dal fascismo.

***

La storia dei due ragazzi spezzini la dissero subito, a Renato Ricci, non appena arrivò a Carrara. Lui ordinò che fossero cercati dappertutto e quando seppe che non erano tra i prigionieri disse di continuare a cercarli. Che bastavano i sedici morti di Sarzana. Ma la notizia del martirio non sfuggì alla propaganda fascista e in poche ore i nomi di Amedeo Maiani, sedici anni, e di Augusto Bisagno, diciotto anni, divennero pretesto per nuove violenze in tutto il Paese. I loro corpi furono ritrovati una settimana dopo a Ghigliolo, sulla collina che porta a Fosdinovo. Sfigurati dalle torture, probabilmente uccisi dopo che avevano detto quello che sapevano.
Sarzana ebbe un governo democratico fino al 25 gennaio 1923.

[La pipa di Magritte]

__________
Gianluca Chiappini “chiagia”
Nasce a La Spezia, ovunque essa sia, e lì vive e procrea. Quando scrive qualcosa lo fa leggere alla mamma: se piange è ok, se critica va cestinato. In un’altra vita era un foglio bianco e questo è il contrappasso.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

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