L’uomo nero

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

Non mi è mai piaciuto fare l’uomo nero. Mi è sempre piaciuto correre, nascondermi, appostarmi, sfuggire alla cattura e cercare la salvezza. Anzi. A dirla tutta ho sempre preferito combattere, fronteggiare l’avversario, anche quando è più forte di me, anche quando è più grande di me. Affrontarlo da solo, diretto, anche per vedere se è davvero più forte di me o più bravo di me.
Ma non mi è mai piaciuto fare l’uomo nero.
Ero in vacanza in montagna, d’estate. Dodici anni circa, abbastanza grande da poter andare a giocare da solo ma comunque abbastanza piccolo da dover rincasare prima del tramonto. Una giornata qualsiasi. Un cielo azzurro, aperto. Di quelli che lasciano colare giù il freddo alla sera. Un po’ crudele. In mezzo al giardinetto una pista di pattinaggio o da hockey sul prato tutta contornata da sbarre di protezione. Un gruppetto vario di bambini, statistica espressione dei luoghi d’origine dei villeggianti, tutti forestieri meridionali per quel paesino che ancora custodisce la linea dei fortini austriaci della prima guerra mondiale. Parole che s’inseguono, accenti diversi che si mescolano mentre giochiamo liberi dagli adulti.
Giocavamo alle sfide, alle prove di coraggio, alle torture in formato tascabile.
Provaci tu, a resistere ai pizzichi più forti che mai hai provato, quelli che pinzano e girano, come se la mano disegnasse una U, senza gridare, senza far versi o buttare una lacrima.
Resisti tu al solletico sui palmi delle mani, sotto i piedi, dietro le ginocchia, al dito-lombrico che si agita davanti alla tua faccia, senza accennare a una smorfia, se ci riesci.
Alla gara di sguardi che ti seccava le palpebre, sai giocare? A chi non ride per primo davanti a facce astruse? A braccio di ferro dove si rischia la sconfitta contro le femmine, disonore assoluto? Alla battaglia dei pollici, riesci a non soccombere?
E poi c’è la salamella, con quelle mani piccine che ti prendono gli avambracci e cominciano a torcere in senso opposto una all’altra e dopo senti la tua pelle come se volesse evaporare, oppure il naso premuto forte che non riesci mai a controllare e ti fa sempre uscire due goccioline umide, oppure l’arricciata di peli dell’avambraccio, ma quella io allora non riuscivo a sperimentarla, son sempre stato piuttosto glabro da piccolo.
Non sapevo per cosa facessimo tutte quelle prove. Non penso fosse solo per capire chi era il più forte tra noi, reciproci sconosciuti: forse era per darci un termine di paragone con la violenza che avremmo trovato negli anni successivi e nel mondo. Davvero non lo sapevo bene.
In un momento di pausa le ragazzine più grandi ci convincono per un nuovo gioco: uno da una parte, tutti gli altri dall’altra. Quello da solo può solo avanzare, dall’altra parte gli altri gli vanno incontro cercando di schivarlo. Basta un suo tocco e chi è toccato diventa come lui, basta un suo tocco e si diventa l’uomo nero e si ricomincia insieme a lui a perseguitare gli altri. L’ultimo a restare intoccabile avrebbe vinto la gara. Io lo conoscevo come il gioco del lupo, ma gli altri insistevano sull’uomo nero, quello della filastrocca, ma a casa mia, io avevo un’altra storia dell’uomo nero. Sempre le più grandi decidono che devo cominciare io, non ricordo se c’era un motivo preciso, se era una questione di sesso, statura, provenienza o classe sociale, se era perché sembravo un bonaccione o se, senza volere, avevo vinto un casting.
Certamente il mio fisico piuttosto rotondo avrà influito nella scelta. Il sottoscritto era l’amore gastronomico di nonne, zie e mamma. Non mi perdevo mai un bis di lasagne o un arrostino con patate, perché sei giovane e devi crescere, perché bruci tante energie – dicevano – perché se no sei un patito, che non vuol dire tifoso da noi, no, vuol dire che soffri, che patisci sofferenze. E la cuoca queste cose le sente, e soffre pure lei. E tu vuoi scontentare la cuoca? No, e allora sotto.
I primi passaggi del gioco, con tutte quelle facce e quelle voci che mi sfrecciano incontro, mentre corro e rido, senza sapere il perché, mi sembrano una giostra, un rondò, un giro di danza in cui sono l’ospite d’onore, il re, la persona importante, il centro, quello che muove tutti gli ingranaggi.
Ma poi i giri si susseguono, rapidi, concitati, ne perdo il conto eppure continuo a rimanere solo, da un lato, mentre una siepe di ragazzetti m’incita a ripartire. Le gambe si fanno più rigide, sento la gola seccarsi, le risate degli altri smettono di essere di divertimento, diventano di scherno, ridono di me, insulti in dialetti troppo lontani cominciano a piombarmi addosso mentre grosse gocce di sudore cadono sul pavimento di pietra rosa della pista. La rabbia comincia a montarmi dentro, preme più forte del cuore ed escogita sistemi violenti per primeggiare. L’adrenalina e il cervelletto subito s’alleano: un bastone da montagna lasciato incustodito, i sassi bianchi del gioco della settimana, le bocce di plastica, persino gli sputi vengono catalogati come strumenti leciti per zittire la folla maleducata. Ma voglio seguire le regole e come le bestie in cattività digrigno solo i denti mentre continua la sconcia processione.
Il vento si alza, gli uccelli si agitano e si richiamano per l’arrivo della sera, il cielo comincia a diventare blu scuro, la temperatura s’abbassa, le montagne stanno per nascondere il sole ma io non me ne accorgo. Ho perso la cognizione del tempo, persa la capacità di ragionare, di smetterla, di dire basta, continuo ad avanzare, sponda contro sponda. Gli altri mi passano vicino, mi sfiorano, fingono di ostacolarmi. Abilissimi clown dalle facce deformate di una corrida umana, arrivano alle cattiverie gratuite, alle minacce.
L’andatura rallenta ma l’astio sale ancora: vorrei prenderli a pugni, prenderli a calci, a morsi. O peggio ancora, roba da danni permanenti. Souvenir della vacanza in montagna, vamolà. Tutti, dal primo all’ultimo, e soprattutto quel piccoletto che sempre mi sguscia sotto e sicuro non lo fanno mangiare a tavola, che se lo prendo lo frantumo.
Sono un lago di sudore, ogni mio passo produce cascate, ogni movimento della testa un aureola di gocce. La faccia è una maschera umida, dove dalla rabbia scappa pure qualche lacrima, ben mimetizzata.
Mi fermo. Un po’ in tralice.
Non voglio più giocare.
Non voglio più fare niente.
Il rancore è così forte che mi sento vibrare.
Mi siedo, devo sembrare un piccolo buddha completamente bagnato.
Rifiuto il mio ruolo.
Rifiuto l’idea dell’uomo nero.
Rifiuto l’idea di prendere i bambini con la forza, di convincerli con le minacce o con l’astuzia a passare da un’altra parte.
Rifiuto l’imposizione degli altri su di me.
Rimango lì, immobile, una statua grondante, granitico nel mio rifiuto. Sulle prime temono sia una tattica. Continuano a insultarmi. I più coraggiosi si avvicinano a qualche metro e scappano subito.
Passo qualche minuto da solo a vedere quanta cattiveria cova in ognuno di noi, guardando le loro facce e le loro paure. Che sono le nostre. Di tutti.
E mi scappa un sorriso, di quelli lunghi, stirati. Allora si avvicinano ancora di più, con quelle facce stupite, tutt’intorno, stretti stretti, zitti zitti. E allora scoppio a ridere. Da solo. Gli sarò sembrato un matto.
Poi dico solo una parola: Basta.
E il silenzio dopo rimane.
Rimane quei tre secondi che scandiscono un momento importante o un accordo raggiunto. Una mano dal mucchio spunta a tirarmi su.

Quel giorno ho imparato a dire di no, anche se tutti vogliono il contrario da te. Quel giorno ho combattuto senza fare male. E ho vinto.
Ma mai più l’uomo nero, va bene?

[Barabba]

__________
Luca Zirondoli “carlo dulinizo”
Socio tecnovillano fondatore di Barabba. Vincitore di concorsi letterari, lampadiniere, magazziniere, poeta e gran brava persona. Una volta ha scritto un libro senza volere.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2011. Contrassegna il permalink.

Una risposta a L’uomo nero

  1. Sara Bonezzi ha detto:

    E’ veramente bellissimo!
    Così “tangibile” e semplicemente Vero.
    Complimenti

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