Niente di particolare

di “Ubikindred”

Nella mia famiglia non si tramandano grandi storie di eroismi. Non abbiamo grandi racconti di Resistenza. La mia famiglia è di origine piemontese, e i piemontesi non amano i gesti esagerati. Se qualcuno si desse fuoco in piazza, verrebbe guardato male. Ma non per il motivo o per l’insensatezza del gesto. Semplicemente perché verrebbe considerato qualcosa di troppo chiassoso.
Certo, poi, per tutte le regole c’è l’eccezione. Come quel trisavolo un po’ bislacco, anarchico, nell’Italia umbertina, che veniva incarcerato regolarmente, un giorno prima che il Re sfilasse in pubblico, a Torino. Lui lo sapeva. I poliziotti lo sapevano, era un rituale. Si presentavano a casa, lo portavano in guardina per un paio di giorni e poi lo riportavano dove l’avevano preso. Tutto fatto con estrema riservatezza e con quell’eleganza minimalista che comunque era una conditio sine qua non. Lui non faceva scenate e loro lo trattavano con un certo riguardo. Un martire della libertà part time, diciamo. Come non vedere l’eleganza della soluzione?
È da questo tipo di famiglia che veniva mio nonno, Carlo, milanese trapiantato in tenera età, tranquillo impiegato direttivo dell’ATM, Azienda Tramviaria Municipale (cambiata surretiziamente, in tempi più moderni e irriguardosi, in Azienda Trasporti Milanesi, onde evitare di dover ridipingere il logo su centinaia di tram e autobus, ché i milanesi, si sa, sono gente di una certa qual praticità).
Non era un ragazzino, era già un uomo fatto, di trentacinque anni, con una moglie e un bimbo di tre anni, entrambi sfollati nell’esotica Limonta a causa dei bombardamenti. Era un uomo fatto, che la guerra aveva forzatamente distolto da una onesta e dignitosa carriera, per gettarlo, sia pure temporaneamente, nell’assurdità della guerra. Dopotutto stiamo parlando di un ragioniere diplomato, gente che serviva nell’esercito, un uomo con la testa sulle spalle. Incaricato di uno dei pezzi di contraerea che servivano a offrire quella simbolica resistenza, di cui si sentiva comunque grande necessità, ai bombardamenti alleati.
Chissà quante volte aveva provato ad abbattere il fantomatico “Pippo”, l’aereo che ogni sera alle otto in punto, veniva a lanciare una ed una sola bomba, nei cieli di Milano, per poi scomparire all’orizzonte (un’arma psicologica; erano avanti, questi benedetti Alleati, nell’arte della guerra), senza alcun successo. Chissà quanto doveva essere stato frustrante per lui, abituato alla logica degli orari e degli scambi, non poter fare in modo che le cose andassero come sarebbero dovute andare.
Per sommo dileggio, quel giorno d‘estate, qualcosa d’altro andò storto. A mio nonno scoppiò una fulminante appendicite. Fu mandato appena in tempo, all’ospedale militare di Baggio e riacchiappato alla vita per i capelli, ché l’appendicite, maledetta, stava già per sfociare in una peritonite, che l’avrebbe quasi certamente ucciso.
A causa dell’operazione d’emergenza, dovette rimanere fermo in ospedale per diversi giorni. E in quei giorni avvenne qualcosa di assolutamente normale. Qualcosa che non avrebbe nessun peso in alcuna narrazione. Mio nonno Carlo fece amicizia con un giovane dottore tedesco, di stanza all’ospedale militare.
Quale fosse la Lingua con cui comunicavano, non ci è dato saperlo. Forse il giovane dottore aveva imparato l’Italiano. Forse parlavano in Francese, lingua che ogni persona di una certa cultura doveva conoscere. O forse, addirittura, si parlavano nella Lingua della Perfida Albione, lingua che mio nonno, impiegato preciso e cocciuto, aveva imparato di sua volontà, comprando diversi libri in Inglese e costringendosi a tradurli, nelle lunghe sere senza televisione.
Non ci è dato sapere, appunto, ma sappiamo che parlavano, parlavano tanto. E che in quei pochi giorni fu una piacevole scoperta, per entrambi, trovare qualcuno con cui chiacchierare serenamente del più e del meno, in quell’ospedale militare che non doveva offrire grandi svaghi, tanto meno in periodo di guerra.
La ferita dell’operazione guarì e, come era prevedibile, mio nonno fu richiamato al battaglione, per tornare a occuparsi come prima del suo pezzo d’artiglieria. Con una raccomandazione: sarebbe dovuto tornare, di lì a poco, per farsi vedere, dato che, soprattutto nella Milano del 1943, avere un’infezione postoperatoria e rischiare di morire poteva essere un evento purtroppo assai facile.
Quello che nessuno avrebbe potuto prevedere, fu che, in quell’intervallo di tempo tra l’operazione e la visita di controllo, avvenisse qualcosa di totalmente inaspettato: l’8 Settembre.
Intendiamoci, l’8 Settembre viene tutti gli anni, ma quell’8 Settembre, non ve lo devo certo venire a raccontare io, fu un 8 Settembre un po’ differente dagli altri.
Mio nonno però, armistizio o meno, badogliano o lealista, aveva comunque un impegno dal quale non poteva esimersi. E non era fuggire sulle colline per organizzare la Resistenza. E non era neppure (e per fortuna) andare ad arruolarsi con chi voleva difendere l’onore dell’Italia dall’onta del tradimento. Mio nonno Carlo, preciso impiegato dell’ATM, doveva andare alla sua visita di controllo.
E così fece, presentandosi di buon mattino, presso l’ospedale militare di Baggio. Quello che avvenne nessuno, neppure lui, seppe mai come definirlo. Fortuna, caso, provvidenza, nessuno lo sa e lui, verosimilmente, continuò a chiederselo per i lunghi anni a venire, tra un conto delle spese per il rinnovo del parco tram e un progetto per un nuovo scambio.
Quello che avvenne fu che, proprio nel momento in cui stava per entrare nell’ospedale, vide il viso del dottore, quel dottore tedesco, che aveva imparato a considerare un amico, apparire ad una finestra e urlargli: “Scappa! Scappa subito! Carlo, scappa! Qui nell’ospedale ci sono i soldati tedeschi! Stanno prendendo tutti i malati per portarli via! Scappa, ti dico!
E mio nonno, per quanto questo potesse, forse, sembrare poco dignitoso, scappò. Scappò a gambe levate.
Cosa sarebbe successo se mio nonno fosse entrato in quell’ospedale, purtroppo, lo sappiamo. Lo sappiamo a causa dei tanti soldati italiani che furono presi, infilati in vagoni diretti in Germania e portati a lavorare, quando non a morire, lontani da casa.
Mio nonno no.
Mio nonno si salvò.
Mio nonno si salvò perché aveva fatto amicizia con un dottore, che probabilmente, si sentiva lontano da casa e solo.
Credo che mio nonno non abbia mai saputo che fine abbia fatto il dottorino tedesco. Chissà, forse provò a rintracciarlo. Forse non ci provò mai. È un’altra delle cose che non ci è dato sapere.
Ma certamente una cosa la sappiamo, che Carlo si salvò, grazie al gesto d’amicizia di qualcuno che doveva essere, teoricamente, dall’altra parte. Di qualcuno che, verosimilmente, nell’avvertirlo era andato contro al suo dovere.
Ecco, io non so se questo sia un grande gesto di resistenza. Non c’è eroismo. Non ci sono persone che scientemente rischiano la vita per la libertà. C’è solo qualcuno che va contro a quello che certamente era il suo dovere, che non fa quello che gli altri si aspettano da lui, per quanto esecrabile e orrendo, per amicizia.
Per quelle parole scambiate nei pomeriggi d’Estate.
Per quei racconti di parenti, amici e chissà cos’altro, che si regalano due uomini soli.
No, non è un grande gesto di Resistenza.
Non fu niente di particolare.

[ArtataMente]

__________
“Ubikindred”
Il vostro vecchio amico Ubi. Nient’altro da aggiungere.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in outtakes. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...