Il cappotto del barbiere

di Laura Fenelli

Di mio nonno so raccontare poco. Quando l’ho conosciuto, quando sono nata, era già malato, di una malattia che gli ha tolto la capacità di muoversi, la tranquillità nello stare in pubblico, e poi, piano piano, gli ha rosicchiato l’indipendenza, le parole, i sorrisi. Così, la storia che mi è stata sempre raccontata, la storia di quando il nonno andò a recuperare il cappotto che i tedeschi gli avevano preso, la storia del nonno che cammina impettito, e pensa “ora mi sparano, ora mi sparano” e ancora “cosa mi è venuto in mente, è solo un cappotto”, è una storia che faccio fatica a collegare a una persona reale. Il nonno, quando l’ho conosciuto io, camminava pochissimo. Camminava male. Non voleva il bastone. Era quasi sempre in casa.
Eppure li ha fatti, quei metri, con il cappotto addosso per il freddo, la schiena all’osteria, il buio intorno.
Era giovane, il nonno, quando decise di sposarsi. Credo che l’avesse deciso la nonna, che bisognava sposarsi. Era la nonna che voleva partire. Voleva sfollare. Il nonno, perso nelle nuvole, il nonno che cantava, voglio vivere così, col sole in fronte, il nonno, dicono, arrivavano le bombe e non scendeva più in cantina, restava in casa, restava a lavorare. Morirà sotto le bombe, diceva la nonna. Morirà e non mi avrà nemmeno sposato. Tutte le volte che me lo han detto, io ho sempre pensato che forse fosse già malato. Forse faceva già fatica a fare le scale.
E invece no, era giovane, e innamorato, e ingenuo.
Pensava che non gli sarebbe successo niente di male. La nonna no. La nonna aveva avuto, ragazzina, i tedeschi in casa, e lei sotto il letto, nascosta, mentre le patate rotolavano fuori. La nonna era bella. Bionda, il seno grosso. Chissà cosa mi avrebbero fatto se mi avessero trovato, mi dice ancora.
Si nascose sotto il letto, non la trovarono.
E così volle sposarsi. Sposarsi e partire. Sposarsi e sfollare in campagna.
Sfollarono proprio sulla linea del fronte, raccontano i miei zii, ridendo, ai pranzi di Natale. Tipico del nonno, scegliere sempre il posto sbagliato. Comprare la casa in cima alla salita. Partire per viaggi rocamboleschi. Sfollare sulla linea del fronte, mentre i tedeschi e i partigiani combattevano.
Eppure, stavano bene. Stavano così bene che la zia è nata nell’estate del ’45, ride mia madre al pranzo di Santo Stefano. E il nonno, pensa, dopo il 25 aprile non voleva più tornare. Voleva restare in campagna, mangiare dall’orto. La nonna no, era una donna pratica, e con il pancione prese la bici e tornò in città. Tanto poi arriva anche lui, diceva. E fu così che il nonno scese dalla campagna, rinunciò all’orto, prese il negozio.
Sfollati, lavoravano entrambi. La nonna parrucchiera, il nonno barbiere. E lavoravamo tanto, soprattutto all’inizio, dice la nonna. Lavoravamo perché tutte le signore e i signori che avevano la villa in campagna volevano farsi i capelli, mantenere un po’ di eleganza. E mangiavamo bene, mi racconta. Ci pagavano con polli, e capponi. Dovevano essere felici, appena sposati, in campagna. Così felici che il nonno avrebbe voluto restare, dopo. Riesco quasi a vederlo, e mi pare di vederlo camminare, felice, per Marzolara.
E poi un giorno arrivarono i tedeschi. Chissà dove glieli fece, i capelli e la barba, il nonno, ai tedeschi. Non ho mai capito se avesse un negozio. O se lavoravano in casa. Forse erano in casa.
E così, le forbici in mano, il rasoio, il nonno lavorò con i tedeschi. Doveva essere inverno, e il nonno aveva un solo cappotto, stava lì, marrone, appoggiato su una sedia. Chissà come glielo chiesero, i tedeschi, il cappotto. Probabilmente non lo domandarono nemmeno, lo presero soltanto e se ne andarono.
Tutte le volte che mi han raccontato questa storia, hanno sempre cercato di farmi capire una cosa. Non era per il freddo. Sì, certo, avrebbe avuto freddo. Ma era per l’onore, la reputazione. Cosa avrebbero detto in paese, a vedere andare i tedeschi con il cappotto del barbiere. Il nonno non avrebbe più lavorato. E nemmeno la nonna. Sarebbero morti di fame, se non crepavano di freddo.
Passavano le ore, e il nonno ne parlava, ne parlava, la nonna, spaventata, non sapeva come consigliarlo. Se vai a riprendertelo, ti ammazzano. Se non vai, immagina la vergogna. I tedeschi con il cappotto del barbiere. Noi moriremo di fame, se tu non sarai già crepato di freddo.
Era notte, ormai, quando il nonno si decise. La nonna stava dietro la finestra, ad aspettarlo, e mi pare di vederla, sposa giovane, forse già incinta. Chissà come lo aveva salutato. Il nonno camminava verso l’osteria. C’erano i tedeschi, che bevevano e giocavano. Uno di loro aveva addosso il suo cappotto, il cappotto del barbiere. Chissà come glielo disse, il nonno, che voleva indietro il cappotto. Chissà se disse che sua moglie era incinta, e il cappotto gli serviva da coperta, la notte, per proteggere la sua sposa. Non so come, non ce l’ha mai detto, forse, ormai, non se lo ricordava nemmeno più. La paura, la paura nera provata in quel momento, la follia di un gesto inutilmente eroico, gli hanno accavallato e confuso i ricordi.
Eppure prese il cappotto. Era fiero che tutti, intorno, lo stessero guardando. Il barbiere, guardalo, è venuto a riprendere ai tedeschi il suo cappotto. Quello che mi ha raccontato, sempre, negli anni, è stata la strada del ritorno. Era buio, e sentiva i tedeschi ridere, dentro l’osteria. Per i lunghi passi che lo separavano dalla casa, dalla sua sposa, che lo aspettava dietro le tendine della finestra, pensava una sola cosa. Ridono. E ridono perché ora escono e mi sparano alla schiena.
Li sento tutti, uno dopo l’altro, quei passi. La casa era vicina. I tedeschi sapevano dove trovarlo, avrebbero potuto andare a prenderlo il giorno dopo, ma no, lui lo sapeva, mi spareranno ora.
Li sento tutti, i passi, verso casa dove la nonna aspetta e si immagina madre, e vedova, e sola.
Il nonno cammina spedito, come mai gli ho visto fare, da quando son nata.
Intorno è buio.
Nessuno sparo rompe il silenzio.

__________
Laura Fenelli
Prova da anni a diventare una storica dell’arte. Nel frattempo, vive precaria, si occupa di santi e maiali, abita a Firenze ma sta per trasferirsi a Londra. Legge più o meno da sempre, scrive tantissimo: elenchi di cose da fare, diari, blog, email, sms, curriculum, libri. È la prima volta che prova a scrivere qualcosa che non parli di sé e non parli di storia dell’arte.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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2 risposte a Il cappotto del barbiere

  1. elisabetta palandri ha detto:

    E’ una bella ‘prima volta’. La penna c’è. L’arte senza dubbio.
    REGINA

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