Un filo di speranza

di Paola Sinnone “Paola e basta”

Amava vagabondare.
Spesso si assentava da casa, si sarebbe potuta considerare un po’ libertina, ma era ritrosa e non si faceva avvicinare o accarezzare facilmente da estranei.
Si chiamava Pucci: una bella gatta grigia, occhi verde smeraldo, altezzosa e indipendente. Di primo acchito si sarebbe potuta definire una gatta di razza siamese, ma un occhio più esperto avrebbe subito intuito che la sua mamma si era probabilmente presa qualche libertà. Essendo, come tutti i gatti non di razza, molto sveglia, aveva ben presto capito che sapersi arrangiare era l’unico modo per sopravvivere e, per non pesare sul bilancio familiare, era diventata abilissima nella caccia. Quando tornava a casa ed esibiva orgogliosa la preda, coda dritta in attesa di ricevere i complimenti, provocava il panico di Milly che la inseguiva cercando di liberare lo sfortunato di turno, passero o topolino che fosse, dalle sue fauci.
La Pucci aveva anche un’altra abilità per cui si era meritata la riconoscenza della famiglia: parecchi minuti prima del suono delle sirene si metteva in assetto da bombardamento miagolando furiosamente e correndo per tutta la casa. Ciò consentiva di guadagnare minuti preziosi per potersi rifugiare in cantina.
La cantina per Milly era una seconda casa e quasi tutte le notti andando a letto pensava a come sarebbe stato bello passare una notte intera nel suo letto, seppur vestita per ogni evenienza. Viveva con naturalezza le contraddizioni di quei tempi: tanto temeva i bombardamenti, tanto si rendeva conto che erano l’unico mezzo per far sloggiare i tedeschi. E sognava, sognava come tutte le ragazzine di questo mondo sognano.
Forse chiamarla ragazzina è un po’ eccessivo dato che era molto minuta, bionda con le treccine e, come si usava una volta, gonnellina cucita dalla mamma e calzini corti. Sicuramente nessuno le avrebbe dato tredici anni e anche il suo carattere non la aiutava certo a dimostrare la sua età da adolescente. Timida, un po’ chiusa in sé stessa, un’amica del cuore con cui condivideva la passione per il teatro, le ore passate a recitare da sola davanti allo specchio sognando un pubblico in visibilio. Un mondo di sogni per sfuggire a una realtà che, pur facendo parte del quotidiano, non le apparteneva.
La Pucci però era sua e niente e nessuno avrebbe mai potuto farle mancare quell’amore ricambiato.
Quella gatta così indipendente e apparentemente menefreghista era soggiogata da Milly e da lei accettava ogni forma di amorevole vessazione, tanto da permetterle di farsi mettere in testa una cuffietta da neonato o addirittura un cinturino al collo.
Già, il cinturino. Milly non avrebbe mai potuto pensare ciò che questo apparentemente innocuo e innocente collarino avrebbe comportato.
I giorni per Milly si succedevano uguali uno all’altro, interrotti solo dai resoconti serali dei genitori sempre più tristi e sempre più drammatici, e non si rendeva conto della fortuna che aveva vivendo con la mamma, il papà e la nonna.
Milano era una città di donne, bambini e anziani dove tutti si arrabattavano a sopravvivere sperando nel ritorno dei propri cari: chi al fronte, chi alla macchia, chi deportato, chi unito alla Resistenza.
Lo zio Mario non dava notizie da parecchio tempo e stando alle ultime lettere arrivate, seppur quasi illeggibili per la censura, doveva trovarsi in un campo di lavoro da qualche parte nei territori occupati dai tedeschi.
Uomini in città in effetti ce n’erano, ma era meglio non incontrarli. “Delinquent sensa mestè” o “Barlafuss fa nagott” erano i più gentili tra gli epiteti che il padre di Milly usava quando parlava delle camicie nere.
Il papà di Milly era stato sicuramente fortunato perché troppo giovane per la Prima Guerra Mondiale e troppo vecchio per essere mandato al fronte nella Seconda. Di fede socialista, seguace di Sandro Pertini, aveva anche avuto la fortuna di poter lavorare senza doversi iscrivere al partito fascista agevolato dal fatto che il suo datore di lavoro era ebreo, agevolazione che per lui aveva comportato l’impegno di portare avanti l’azienda nel periodo in cui il titolare “era stato assente”.
Di questo però Milly non si curava, aveva altri pensieri per la testa. La Pucci non tornava a casa da giorni e non si era mai assentata prima d’ora per un periodo così lungo. In quei giorni in cui tutti vivevano ogni ora come se fosse l’ultima, con la consapevolezza che il giorno successivo probabilmente la propria casa sarebbe stata un cumulo di macerie, la ragazzina non riusciva a pensare ad altro che alla sua gatta.
L’ora di cena era l’unico momento della giornata in cui la famiglia si riuniva e ognuno faceva a gara raccontando le proprie disavventure quotidiane, piccole o grandi che fossero, ma quella sera, quando suo padre tornò a casa bianco come un cadavere, si sedette a tavola e iniziò a parlare, Milly riuscì unicamente a recepire alcuni frammenti del discorso: “…era una pattuglia mista…” “…tutti armati ci hanno fatto mettere in fila…” “…chi non aveva il tesserino del partito veniva fucilato all’istante…” “…per fortuna era una camicia nera e non un tedesco, mi ha chiesto di fargli vedere qualunque cosa, anche il tesserino del tram…” “…non so come ho fatto a tornare a casa, mi tremavano le gambe…” “…tutti quei morti, anche il signor…”
Milly si mise a piangere e sua madre la rincuorò “Tranquilla, tuo padre è qui sano e salvo”. Già, era sano e salvo lui… Avrebbe mai potuto confessare che piangeva per la Pucci?
Il giorno dopo la gatta fece ritorno come se niente fosse, più baldanzosa che mai, pelo curato e non ispido come nelle precedenti assenze, sicuramente non denutrita e con una spavalderia che la povera ragazzina interpretò come un segno di tradimento. La palpò per assicurarsi che non avesse ferite ed accarezzandola si accorse che non aveva più il cinturino al collo! Impossibile, pensò, non avrebbe mai potuto liberarsene da sola, eppure… Non si fa avvicinare da nessun estraneo, non ha ferite, sta benissimo. Che avesse trovato un’altra famiglia?
Questo dubbio la innervosiva, la sua mente vagava altrove. Neanche la cerimonia serale di sintonizzare la radio la distraeva e del resto al “tum tum” che segnava l’inizio della trasmissione in lingua italiana di Radio Londra seguivano comunicati sempre più ermetici. “Messaggi in codice per i partigiani”, le aveva spiegato suo padre.
Ben presto la Pucci si ritrovò con un nuovo cinturino al collo, ma questa volta accompagnato da un bigliettino.
Solo dall’ingenuità di una ragazzina tredicenne sarebbe potuta scaturire l’idea geniale di scrivere un messaggio ed assicurarlo al collarino. Del resto voleva andare a fondo di questa vicenda a qualunque costo. “Vorrei sapere dove va la mia gatta” aveva scritto con la sua calligrafia infantile su un foglietto di carta.
Chiunque avrebbe riso di questa pensata, Milly se ne rendeva conto, perciò non disse niente a nessuno ed aspettò paziente e fiduciosa che la sua iniziativa avesse avuto il risultato sperato.
Non rimase perciò particolarmente meravigliata quando la gatta Pucci di ritorno da una delle sue scorribande, le portò la risposta. Un altro biglietto legato al collarino che Milly lesse con impazienza: “Se vuoi saperlo vieni in Via Foppa al n. X e chiedi della portinaia”.
Questo sicuramente non se lo aspettava e il suo cuore iniziò a sobbalzare per l’eccitazione. Chissà quali pensieri contrastanti hanno attraversato la mente di Milly in quel momento, combattuta tra la paura, la timidezza e il desiderio di sciogliere il mistero. La curiosità prese il sopravvento e, armata di un coraggio per lei sicuramente inusuale, percorse a piedi il chilometro che la separava da quell’indirizzo.
La portinaia di Via Foppa guardò con tenerezza quella bambina spaurita e decise di fidarsi confidandole il suo segreto, cosa insolita per quei tempi in cui tutti avevano paura di tutti e la parola d’ordine non scritta era stare zitti e negare sempre, a qualunque costo.
Sembrava incredibile, eppure la piccola Milly da quel giorno era entrata in contatto con il mondo fino ad allora per lei sconosciuto della clandestinità. Più di lei, forse la sua gatta che era diventata una sorta di vivandiera, l’inconsapevole filo che univa un ragazzo di sedici anni chiuso da mesi in una cantina buia e una ragazzina che aveva la fortuna di poter vedere la luce del sole ogni volta che lo desiderava.
Per il ragazzo quella gatta così affettuosa aveva rappresentato sino a quel momento l’unica compagnia che poteva permettersi in attesa di poter finalmente uscire dalla città e unirsi alla Resistenza.
“Ti prego” aveva detto la portinaia “non impedire alla gatta di uscire, mio figlio si è molto affezionato”… “e mi raccomando”, aveva poi aggiunto, “non dire niente a nessuno!”
Le cantine e le soffitte milanesi, tutti lo sapevano anche se non ne parlavano, erano un rifugio per i molti costretti a nascondersi: disertori, partigiani, ebrei o, come in questo caso, semplici ragazzi che cercavano di sfuggire alle retate di reclutamento da parte dei nazisti. Anche la piccola Milly ne era al corrente, ma mai avrebbe pensato di poter avere un ruolo importante per uno di essi.
A quel primo biglietto molti altri ne seguirono e iniziò così un insolito rapporto epistolare tra Milly e un ragazzo che non avrebbe mai conosciuto.
La Pucci continuò a fare la spola tra le due case per parecchio tempo, ignara portatrice di speranza.

Avevo sempre desiderato un gattino e finalmente quando avevo sei anni mi fu regalato uno splendido micio grigio con gli occhi verdi. Mia madre disse “Se non sai come chiamarlo, cosa ne pensi di Pucci? A me sembra un bel nome”.

__________
Paola Sinnone “Paola e basta”
Nata a Milano nel lontano 1959. Dopo questa certezza, un susseguirsi di esperienze scolastiche e lavorative variegate e sicuramente incoerenti. Con una formazione universitaria nell’ambito scientifico, si è buttata nel mondo del lavoro nel settore tecnico immobiliare imprenditoriale per poi scivolare nell’abisso amministrativo. Adesso basta: vuole ricominciare a sognare, come solo le ragazzine sanno sognare.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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