Di madre in figlio

di Federico Giacanelli “Bolso” feat. Elena Giacanelli Boriosi “una ragazza del 1931”

I ricordi bisogna maneggiarli con cura. Diventano parte di noi appena vengono raccontati. I ricordi della Liberazione sono già parte di noi. Sono una nostra premessa. Perché sono stati vissuti e raccontati.
Si comincia da bambini. Immagini e racconti in apparenza separati fanno intuire di essere la continuazione di una storia. Gli episodi possono essere secondari rispetto ai grandi avvenimenti ma la realtà del vissuto dà al racconto una forza formativa senza pari.
Ci cresci dentro e così decidi di farti raccontare ancora una volta quelle storie. Così, una notte arriva una mail da tua madre.

Mi chiamo Elena Boriosi in Giacanelli.
Sono nata il 12 maggio 1931 a Umbertide in provincia di Perugia. L’Umbria è attraversata dal fiume Tevere la cui valle è l’unica zona pianeggiante; per il resto è terra montuosa e collinare ed era all’epoca ricca di boschi di querce e di oliveti.
L’anno scolastico 1943-44 fu un anno pieno di avvenimenti che sono rimasti indelebili nella mia memoria e che hanno segnato tutta la mia preadolescenza e l’adolescenza influenzando perciò tutta la mia vita.

Il ricordo più preciso colloca il racconto in una sera d’estate, seduti su un lettino sotto le stelle del mare Adriatico. Poteva essere il 1976 o il 1977 ma poco importa. Ciò che importa sono gli otto o nove anni di età di quel bambino che chiede alla madre di raccontargli ancora di quando era piccola, del tempo di guerra.

Il giorno 8 settembre mentre tutta la gente ballava e cantava in strada, sentii dire mio padre (il quale aveva fatto la I grande guerra 15-18): c’è poco da essere allegri, ora comincerà il bello e i tedeschi ce la faranno pagare.

Non è la prima volta che il bambino fa queste domande. Quei racconti hanno qualcosa di speciale, che non si trova nelle favole, qualcosa che egli non riesce a cogliere ma che si ostina a voler sentire ancora una volta.

Due giorni dopo vidi per strada i tedeschi con le motociclette con il sidecar che cercavano insieme ai fascisti i ribelli (chiamati poi da noi tutti partigiani).

C’è la mamma da bambina, appena qualche anno più vecchia dell’età attuale di suo figlio, c’è un’Italia che non corrisponde a quella che il bambino vede intorno a sé: povera, contadina, senza strade, senza cibo, senza telefoni eppure così familiare.

La scuola funzionava in ore strane e a turni, perciò i miei genitori mi mandavano a ripetizione da un’amica di mia sorella Rina che si chiamava Gina Borgarelli e ci andavo insieme alla mia compagna Giovanna Pambuffetti.

Ci sono anche i combattimenti, i bombardamenti, le armi, ma sono quasi un dettaglio sullo sfondo. Sono il motore inarrestabile della Storia.

La mattina del 25 aprile 1944, fui trattenuta da mia sorella Rina che mi doveva dare un libro per la Gina, così per 5 minuti di ritardo non potei passare a prendere la Giovanna.
Quella mattina proprio alle nove il centro storico del mio paese di Umbertide fu bombardato e quasi raso al suolo. Sotto le macerie rimasero vive per molte ore la professoressa Gina, sua nonna e la mia compagna Giovannina. Oltre il dolore, si sviluppò in me una forte senso di colpa per non essere anch’io a lezione come la Giovannina.

C’è la forza di esserci passati attraverso. Da bambini. Di avercela fatta senza mezzi. La forza di attraversare a piedi campagne disastrate.

Il giorno dopo lasciammo la nostra casa e ci recammo a piedi per più di dieci chilometri nella casa di un nostro colono a Santa Maria da Sette.
Qui cominciai a capire che i ragazzi di questa casa erano spariti non so dove e vennero varie volte sia i fascisti che i tedeschi a cercarli con aria minacciosa.

C’è la forza di un mito fondante. C’è la forza di una realtà vissuta. Un ossimoro che riesce a comporsi nella testa di un bambino come nient’altro al mondo.

La mattina del 22 maggio 1944 vidi mio padre che mi sfiorò con una carezza perché andava a sospendere i lavori di taglio del bosco con suo cugino e i loro operai (erano fornitori di traversine per le ferrovie dello Stato) in quanto il fronte di guerra, cioè la ritirata dei tedeschi, si stava avvicinando troppo e gli agguati partigiani sempre più frequenti con rappresaglie terribili anche contro persone inermi.
Saliti sul trenino Appennino che sembrava un giocattolo con soli tre vagoncini per recarsi sul luogo dei lavori a Torre dei Calzolari, una frazione oltre la città di Gubbio, una formazione di aerei inglesi, di ritorno da un bombardamento a Terni, ubriachi e drogati, (così li sentimmo raccontare a casa nostra, quando ci si insediarono come Alleati) scaricarono le bombe residue e mitragliarono quel trenino come fosse veramente un giocattolo, visto dall’alto.

Il ricordo del bambino si ferma su una foto del suo album d’infanzia: vediamo lui a tre anni in una bella salopette rossa che mette un fiorellino sull’erba alta al bordo di una strada dove una volta c’era una quercia.

Il corpo di mio padre fu trovato dopo due giorni sotto la terra della quercia sradicata da una bomba. Quella quercia l’aveva piantata lui, con suo padre, quando era piccolo.

Il cimitero di Umbertide si raggiunge attraverso una salita bordata di cipressi, una collinetta serena e silenzio, tappa regolare nel viaggio dall’Emilia verso Perugia. Il bambino ricorda i tanti saluti che ha portato al nonno Roberto che non ha mai conosciuto.

Dopo pochi giorni mio fratello di dieci anni, fu portato in montagna, a Pietralunga dove si sentivano protetti dai numerosi partigiani.
Mia sorella maggiore Rina rimase a guardia della casa a Umbertide, ma era in realtà collegata a tre uomini e un altra donna di un gruppo partigiano che preparava il Comitato di Liberazione (CL).
Io, rimasta sola con mia madre e la mia sorella minore di quattro anni e mezzo, sentii intimarci dai tedeschi e fascisti di lasciare la casa in mezz’ora.

Ci siamo noi. Italiani che hanno visto il fondo del baratro e che provano a risalirlo. Senza mezzi, senza capirci qualcosa. Risalire comunque.

Ricordo questo secondo sfollamento con i nostri contadini e le mucche attraverso le colline. Camminammo quasi un giorno intero senza mangiare né bere, finché arrivammo alla casa di un podere di mia zia Clarice (la vedova dello zio Ruggero morto con mio padre) e ci ospitarono pur avendo altri trentacinque ospiti sfollati. Dormimmo nella stalla e noi bambini nella mangiatoia vicini a due vitellini.
Qui assistetti ad una scena quasi da film: arrivarono un gruppo disciolto di tedeschi che pretesero uova, galline o conigli e uccisero con i fucili gli animali che trovarono, cuocendoli sull’aia. Bevvero il vino spillandolo dalle botti del contadino, finché si sbronzarono a tal punto che il contadino ci ordinò di nasconderci, donne e bambini in un nascondiglio sotto un albero. Era una specie di galleria senza altra uscita e chiusa sul davanti con delle frasche e fascine di legno. Vi rimanemmo impauriti e quasi senza più aria per respirare fino a quando questo gruppo sbandato di tedeschi non riprese il cammino.

Il bambino è curioso, vuole sapere dalla madre com’era il buco, come poteva esistere una porta di foglie, vuole risentire il racconto, vuole ancora racconti nuovi. Vuole sapere e poi cos’è successo.

Una mattina presto, sentendo urlare e piangere tante donne, appresi che i tedeschi avevano strappato dai letti cinque ragazzi non ancora ventenni e portati sul muretto del cimitero di un piccolissimo centro chiamato Camporeggiano. Non resistetti ad andare a vedere cosa stesse succedendo perché non capivo cosa avessero fatto quei poveri ragazzi insonnoliti e nudi dalla cintola in su.
Nascosta dietro un grosso ulivo, sentii una sventagliata di mitra e vidi piegarsi e cadere quei giovani con le budella fumanti, al fresco del mattino.

L’uomo di oggi si ricorda dei suoi dodici anni da bambino. Ma non funziona, non corrisponde, non va.

Senza mai saperlo, ho fatto spesso la “staffetta” partigiana, perché dovevo portare dei libri in tedesco a due signori coniugi molto gentili. Seppi solo dopo la Liberazione che erano ebrei confinati a Umbertide.

Il bambino vuole sapere di quella volta dei libri con i foglietti dentro e di quegli altri foglietti nel cestino delle uova. Della paura che ti fa correre via.

Una volta avevo, una decina di metri davanti a me, il mio amichetto Sigfrido. Era più grande di me Frido, forse aveva quindici anni. Arrivarono i fascisti con due tedeschi e gli intimarono l’alt.
Frido si mise a correre e fu freddato con vari colpi di mitra e io vidi di nuovo budella fumanti volare in aria.
Rimasi impietrita e non mi chiesero nulla, nemmeno dei famosi libri da consegnare che portavo con me, insieme al cestino delle uova con i messaggi. Fu così che mi salvai a tredici anni.

Il bambino ripensa alle tante visite al cimitero di Umbertide, al vento che muove i cipressi, ai saluti al nonno e allo zio e a quelli sulla tomba di Sigfrido, un bambino come lui ma che non è mai diventato adulto.

Nella mia mente di adolescente è rimasta impressa l’idea che la guerra è orribile e la paura non finisce mai, anche quando arrivarono i “liberatori”. Ma soprattutto che la guerra non risolve mai i problemi, anzi, crea molti problemi, dolori e soprattutto lutti e distruzioni.

La Resistenza è in noi. Un mito fondante che non è un mito, è un racconto. Una fotografia asciutta. Il racconto di ciò che si è visto con i propri occhi e vissuto con il proprio Io.
La guerra, la Resistenza, la Liberazione, sono un canto che ci ha attraversato. Sentirla cantare ci permette di continuare a cantarlo. E a raccontarlo.
Il mito, la realtà, il racconto, il ricordo, il canto.
Non smettere mai.

[Fed’s Bolsoblog]

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Federico Giacanelli “Bolso”
42 anni suonati ma non ancora suonato. Ha fatto il fisico per capire ordine alle cose della vita. Ha fatto l’informatico per mettere in ordine i dati della vita. Ha fatto il fotografo per catturare la bellezza dell’ordine delle cose della vita. Scrive sul web perché l’ordine delle cose senza le connessioni non porta a niente. È convinto di star andando da qualche parte ed è convinto altresì che è più bello andarci tutti insieme perché non riesce ad essere felice se non sono felici anche gli altri. È convinto che la Resistenza sia stato un momento in cui gli italiani stavano andando finalmente insieme da qualche parte.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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Una risposta a Di madre in figlio

  1. traslochi ha detto:

    Mi ricorda i racconti che mi faceva mio nonno, prigioniero in germania. lui però era molto restio nel farlo, come se volesse dimenticare una volta per tutte.

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