Gatti e capre

di Cristiano Bocchi “soundcatcher”

Il 21 Gennaio 2011 è morto nella Casa di Riposo di Semproniano Sommi Ciaffarafà, ultimo reduce del glorioso 7° Raggruppamento Bande Partigiane del “Tenente Gino”.

Ci si stava simpatici con Sommi anzi, ci si piaceva a vicenda malgrado la differenza d’età, l’estrazione sociale, e tutte le cose che distanziano irreversibilmente chi nasce durante una guerra da chi nasce dopo.
Portavo la mia classe alla casa di riposo per Natale, pratica consueta un po’ ovunque ma indispensabile a chi ritiene il “passaggio di testimone generazionale” elemento ineludibile per la civile società. I nonni che non hanno nipoti chiacchierano coi nipoti di altri nonni, i quali portano regali e dolciumi a chi i nipoti li ha lontani o non li ha affatto.
Poi si canta la canzoncina della scuola, ci si abbraccia e si torna a casa, con la coscienza pulita e il torrone duro che all’ospizio invece è sprecato. Proprio durante uno di questi rituali il discorso cadde sulla guerra e la suora educatrice, Giuseppa, ci informò quasi casualmente su chi avessimo davanti.
Sommi era il braccio destro del Tenente Gino: la loro brigata partigiana operava dall’Amiata al lago di Bolsena, da Grosseto alle risaie senesi.
Una volta Cioni Carlo, primogenito segaligno di un piccolo imprenditore locale gli domandò:
– quanti nemici hai ammazzato?
– troppi – rispose.
– troppi tedeschi?
– troppi tedeschi e pochi fascisti.
Quando parlava della “sua” vicenda, Sommi era glaciale. Sguardo fisso sull’interlocutore, voce debole ma ferma, mani che almeno durante il dialogo non tremavano. Da me voleva sentire la storia, quella con la esse maiuscola, quella che, diceva lui, si impara nelle scuole “grosse”. A nulla serviva la mia reticenza:
– la storia dei libri è stata il tuo presente, non posso insegnarti nulla più di quello che hai vissuto – spiegavo, ma non demordeva.

Gli interessavano soprattutto le alte gerarchie naziste e dopo ogni mia piccola lezione, era solito dare un soprannome ai protagonisti: penso fosse il suo modo di riportare la storia dei “grandi” a un livello più approcciabile: rurale, casereccio, toscano. Così Hitler diventò “baffino” e Goering, “ciccioporco”.

– Il tuo ciccioporco – gli raccontavo – aveva un’uniforme candida, a volte bianca, e amava pensare a se stesso come il dio Apollo. Gli altri generali vestivano in nero, grigio, marrone, ma lui esigeva una divisa chiara sulla quale indossare una corona d’alloro: così agghindato, andava a caccia. Possedeva una grande tenuta, con cervi e selvaggina d’ogni tipo: sono famose le foto in cui ordinava personalmente gli animali uccisi, in ordine di peso, dimensioni, colore.
La Gestapo l’ha pensata e creata lui, ha fatto parte e comandato lo squadrone aereo del Barone Rosso ed è riuscito, durante il processo di Norimberga, a rimediare dagli americani una pillola di cianuro con cui ha evitato l’impiccagione.

– Ne ho sentito parlare dell’aviazione crucca – mi raccontò un giorno Sommi – e anche se di Stuka non ne ho visti manco uno, m’è sempre sembrata un’idea diabolica piazzare una sirena sotto la pancia dell’aereo per spaventare i nemici durante la picchiata: devi sapere che di notte, in guerra, anche il miagolio di un gatto in calore può fare paura…
… come quella volta, che mi mandarono a Monte Antico a rimediare da mangiare: la primavera era lunga e la fatica doppia. Avevamo altre tre bocche da sfamare e le reclute, come è risaputo, non le sazi mai, sia in caserma che “alla macchia”.
Insomma, ti dicevo, mi mandano da solo in cerca d’ova, pane nero, farina di castagne e tutto quello che si può mettere sotto i denti, ma i paesi erano deserti e gli usci delle case sprangati. Non trovai niente a Civitella né a Sant’Angelo in Colle ma a Paganico si diceva che il gerarca gestisse personalmente il “magazzino alimentare”. In realtà era un capannone ricavato dalle stalle di una vecchia cascina, in cui venivano ammassati tutti i “regali”, più o meno volontari, che i paesani gli facevano.
Sotto c’era una cantina, fresca e zeppa di vino, adibita a conservare i prodotti migliori che il caldo sciupa: cacio, insaccati, miele e confettura a barattoli, castagne secche e tanto altro ben di Dio. Per strada avevo conosciuto un minatore, mezzo sbandato, che si era dato alla macchia a causa di contrasti coi padroni. Si presentò come “Capraccia”, soprannominato così per via della barba pizzuta e bianca. Era più secco di me e, pare impossibile, molto più affamato. Da giovanotto, ero stato minatore anche io: cavavo lignite a Baccinello; un lavoraccio che non auguro a nessuno…
Fu lui a raccontarmi del magazzino del gerarca e si decise d’ispezionarlo insieme. Per far finta d’esse’ braccianti rubammo dei fazzoletti di stoffa stesi ad asciugare: con quattro nodi agli angoli il caldo te li appiccica ‘n capo che è una bellezza.
Nascoste le giubbe si rimase in canottiera: parevamo faticatori nati!

Comunque ci s’ebbe fortuna e il travestimento servì a poco: piazzale deserto, nessuno di guardia e la porta sprangata della stalla si sfasciò subito. Faticammo un po’ di più con quella della cantina ma l’odore che veniva da sotto ci mise addosso una forza che manco Ercole! L’unico inconveniente fu un gattaccio rosso e grasso che si mise a soffiare appena entrati.
Non ci sembrò una gran preoccupazione.

Si prese parecchia roba, tanta quanta ne potevamo portare, anzi: toccò tornare indietro a prendere le giubbe e pienarle come sacchi. Tutta l’operazione durò una ventina di minuti buoni ma, te lo ridico, ci s’ebbe parecchia fortuna.

Si venne a sapere poi, che il gerarca e i suoi sgherri erano alla stazione dei treni a fare rappresentanza: c’era l’inaugurazione de “la Freccia dell’Argentario”, treno di nuovissima fabbricazione che da Firenze arrivava ad Orbetello; pare ci fosse anche la banda… in ogni caso noi festeggiammo di più!
Antonio, questo il vero nome di Capraccia, insistette per scappare verso Cinigiano: voleva mettere più strada possibile tra i nostri salami ed il generoso gerarca di Paganico.

Sul tardo pomeriggio ci si fermò ma non ricordo bene dove, anche perché durante il cammino fummo presi da una tale sete che solo il vino rubato seppe calmare.
Decidemmo di bivaccare fuori Vallerona: la buona stagione ci permise un fuoco piccolo, la nostra avventatezza ci regalò la pancia piena: un vero lusso!

Chiacchierammo di tutto: la guerra, l’esercito allo sbando, le imprese della Decima M.A.S., la miniera, le donne di Maremma. Poi si principiò a cantare e se non fosse stato per l’urlo di una bestia famelica, che tutto ci sembrò fuorché l’ennesimo gatto, avremmo continuato fino a mattina.

Era già giorno pieno quando ci salutammo e la nostra conoscenza fruttò più di quei due salami a testa che ci erano rimasti.
Antonio faceva parte della ventitreesima “Guido Boscaglia”, una Brigata Garibaldi che cercavamo di contattare da mesi; il nostro raggruppamento, il settimo, ne avrebbe tratto gran giovamento.

Difatti il 23 Gennaio successivo ci ritrovammo vicino a Montalto a far saltare un ponte sul Fiora e in quei giorni, credimi, nemmeno gli stukas del “ciccioporco” ci avrebbero fermati… ma questa te l’ho già raccontata, vero?
Spesso capitava che Suor Giuseppa lo riaccompagnasse in camera che già dormiva.

Il 21 Gennaio 2011 è morto nella Casa di Riposo di Semproniano Sommi Ciaffarafà, ultimo reduce della Brigata Partigiana del “Tenente Gino”, un amico.

__________
Cristiano Bocchi “soundcatcher”
Omone.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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Una risposta a Gatti e capre

  1. Marti ha detto:

    Le persone giuste sanno vivere e raccontare. Ed ascoltare. Brutta, la guerra. Bella, la liberazione.

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