Il tavolo di mio padre

di Betta Bertozzi “simon crubellier”

Mio nonno non è partito per la guerra, perché ha pagato tutti quelli che c’erano da pagare. Li ha ammansiti coi prosciutti, li ha domati con le mortadelle, per ungere ciascun ingranaggio ha saputo scegliere la carne adatta. Ed è rimasto a casa. Mio nonno, alla fine, non dev’esserne stato poi così fiero perché una notte, mio nonno Nello, una notte è uscito nella nebbia, nel freddo, ha preso in consegna un gruppo di partigiani e gli ha fatto passare la linea gotica. Perché mio nonno non era un eroe, ma nemmeno un bastardo. Mia nonna raccontava di averlo atteso per ore, vicino alla finestra, con un figlio appena nato in braccio e una figlia grande addormentata al piano di sopra. Mio zio si chiama Ideo, perché un’idea mio nonno ce l’aveva, un’idea repubblicana, dico, ma poi la guerra è fatta di fucili veri, di proiettili veri che ti pigli in petto, di freddo e di fame, e mio nonno aveva cambiato idea. Ma quella notte, in mezzo ai quei filari, dentro la nebbia, coi partigiani che dovevano passare il Montone, la linea gotica, lo stretto confine fra quando sei salvo e quando sei contro un muro e dai le spalle a un plotone di tedeschi schierati, quella notte mio nonno si è ricordato di avercela, un’idea. Il vicino di casa, per dire, l’idea non ce l’aveva, quando tornando dai campi s’era trovato rastrellato, messo in fila, contato, salito su un treno e spedito a Buchenwald. Ma c’era andato comunque, perché certi inviti non li puoi rifiutare. Puoi non capirli, ma se non ci vai sei morto. E allora Gino è andato, a Buchenwald, e quando è tornato non ha detto niente a nessuno. Non ha detto del freddo, delle botte, della fame, della sete e del dolore. Non ha fatto vedere a nessuno il numero, non l’ha mai letto in tedesco ad anima viva, e quando gli chiedono perché tiene le maniche giù anche d’estate, Gino dice che è perché ha freddo, quel freddo schifoso, quel freddo crucco che gli è rimasto nelle ossa. Quel maledetto freddo che s’è portato a casa da Buchenwald. Però qualche anno fa l’han trovato, il tedesco che l’ha portato là, l’han trovato e han fatto un processo a Genova, e Gino c’è andato. Non solo c’è andato, Gino, ha anche parlato. Ha detto ai giudici del giorno che tornava dal campo, e sulla strada polverosa di Roncadello ha visto quel blocco, ma lo sapeva lui che se scappava per il fosso gli sparavano alle spalle. “Cosa possono mai farmi, cos’ho fatto? Niente ho fatto, niente ho fatto, io.” E allora Gino ha tirato dritto, guardando in faccia il posto di blocco, anche se sentiva tutto, e vedeva tutto, anche la polvere dei suoi passi che gl’indorava le scarpe, sporche di terra e di fatica e li ha guardati negli occhi, quei crucchi maledetti e cattivi, e così uguali a lui e sporchi di polvere e di fatica e di paura, che han detto che servivano braccia in Germania e che toccava a lui. Quando ti rastrellano e ti portano via, non hai il tempo di andare a casa a fare i bagagli, e poi Gino una valigia nemmeno ce l’aveva, ma una famiglia sì, e la sua mamma è morta di crepacuore, e Gino se lo sentiva, quando era Buchenwald, in quel fango di uomini, in quel freddo senza dio, in quel grigio di niente. E poi la fame, le botte, la conta, la corsa, le ossa che ti escono dal corpo e tu che non pensi, non vivi, non sai niente e tiri dritto in quel fango impastato di morti, di fatica, di sconfitta. Gino gliel’ha detto, e sul giornale c’era scritto che mentre lo stavano a sentire a Genova, piangevano tutti. Piangevano per Gino, e per quel fango di uomini, di ossa bruciate e dicarne umana fatta arrosto. “Smettetela di piangere per me, piangete per la mia mamma che pensava peggio ed è morta, ma cosa c’è di peggio di una terra segnata col filo spinato, bagnata del sangue dei morti, battuta dal vento del dolore?” Perché un contadino lo sa dire cos’è il campo della morte, chi meglio di un contadino può distinguere il campo della morte da quello della vita? Gino me l’ha chiesto l’ultima volta che son passata a trovarlo, l’ultima volta che mi è corso incontro, magro come uno stecco, perché Gino il peso non l’ha più rifatto, che un ricordo di quando eri morto a casa te lo devi portare, per capire la differenza. Devi pedalare per campare, e se pedali t’asciughi. Però pedala te d’inverno, per costruire una linea con un nome cretino, che potrebbe anche essere Walter, sulle creste dei monti fra la Romagna e la Toscana. Gli uomini andavano tutti i giorni al Carnaio con le biciclette, andavano a fare la strada. Me l’ha detto l’assessore alla cultura del paese del mio papà, l’ultima volta che ci son andata, per i sopralluoghi di un film. Cercavo la casa di una famiglia felice, come c’era nel film. E lei m’ha raccontato la fila di quegli uomini che tutte le mattine alle cinque salivano il Carnaio in fila indiana, uno via l’altro, ognuno coi suoi pensieri. Ognuno col suo dolore. Ognuno con la sua pena. E via di piccone, e giù di pala, e mucchi di terra ai lati. Mio papà faceva l’interprete, ma non parlava il tedesco. Ma il mio papà era sveglio, che la miseria tempera il cervello e gli fa la punta, come alle mie matite. Mio papà andava avanti a polpette di erba, che mio nonno era il comunista del paese e mia nonna la beghina, e prima si tirava su la casa del popolo e poi si faceva la spesa. Quando apro la posta e mi è arrivata una traduzione, io penso sempre a mio papà, chino su un tavolo da niente, con un cappotto da niente, nel freddo dell’inverno del ‘44. Non lo sapeva che avrebbe avuto i soldi di un suocero ricco, non lo sapeva che sarebbe stato amico di Gino, patito come lui di fame, e come lui magro “di costituzione”. Il mio papà prendeva nota dei metri fatti, e dei nomi degli operai e di quelli che avrebbero continuato a scavare altrove. Segnava i vivi e i morti. E posso vederlo il mio papà, un tipo magro coi capelli neri e gli occhi che la faccia li teneva appena. Affamati di vita e di libertà e di sogni. E posso sentirlo, quando scrivo, il mio papà dolente. Che segna i morti e i vivi, in un inverno scritto di morti. Io, che scrivo la vita e parto da lì. Da un tavolo di legno scarno, piantato in mezzo a una strada piena di sassi, spianata di morti, fra la neve che s’imbratta di voglia di libertà.

[11ruesimoncrubellier]

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Betta Bertozzi “simon crubellier”
simon crubellier, lo dice il ragionamento stesso, vive col suo gatto in una parigi insolita, al numero 11 di una strada che non esiste, al quarto piano di un palazzo inventato. simon crubellier e il suo gatto sono di sesso femminile. Sono scrittori, autori, editor, sceneggiatori e ciclisti. Al momento, stanno assaggiando e scrivendo un libro di cucina.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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