Prigionieri della Liberazione

di Federica Capponi “blondeinside”

Ci hanno catturato la mattina presto subito dopo l’alba prendendoci di spalle. Ho sentito solo un colpo in testa e poi sono svenuto.
Mi sono risvegliato legato ad un palo con una vecchia catena da bicicletta, sentivo il tintinnio del metallo ad ogni piccolo movimento. È stata l’umidità dell’aria mischiata all’odore di chiuso a farmi capire che mi trovavo in una cantina. Helmut era legato all’estremità opposta alla mia e non riuscivo a scorgerlo. Non avevo più gli occhiali e quando finalmente sono riuscito a mettere a fuoco, la prima cosa che ho visto è stato questo ragazzo in piedi, a qualche metro di distanza, che mi stava fissando imbracciando un fucile. Non capivo che cosa stesse succedendo. Ho soltanto pensato che mi restavano pochi minuti da vivere.

Mi avevano detto di legarli e di sorvegliarli, di usare il badile per farli stare zitti se fosse stato necessario. Il più alto era un po’ più vecchio di me, l’altro non avrei saputo dirlo, aveva il volto imbrattato di sangue.
Domenico l’aveva preso a pugni in faccia perché mentre lo trascinavano giù in cantina si dibatteva.
Avevo aspettato senza fare niente per tutta la mattina con il fucile in mano nell’attesa che Domenico ritornasse. “Noi andiamo a cercarne altri, tu aspettaci qui”, mi aveva detto prima di lasciarmi il fucile e uscire di nuovo.
Appena qualcosa si muoveva scattavo in piedi e puntavo. Ero talmente spaventato che probabilmente avrei sparato appena uno dei due avesse aperto bocca.

Ancora un po’ intontito ho cercato di muovere le gambe che non sentivo più, quando il ragazzo mi ha colpito in piena faccia con il calcio del fucile.
Non sono svenuto ma ho provato a farglielo credere. Ho appoggiato la testa di lato, ho chiuso gli occhi e ho cercato di restare immobile ma non ci sono riuscito, le mie gambe hanno cominciato a tremare. Il ragazzo allora ha iniziato ad urlarmi di stare fermo, di non muovermi perché altrimenti avrebbe sparato. Ha continuato a ripeterlo all’infinito come faceva il nostro tenente quando andavamo a rastrellare la gente. Quando sono arrivato in Italia mi hanno detto che dovevo imparare a memoria due frasi: “stai fermo” e “favorisca i documenti”. In seguito ho imparato molte altre frasi, ma in quel momento ho pensato che le ultime due parole che avrei udito erano anche le prime due che avevo imparato.
Poi ho sentito una porta aprirsi e qualcuno che entrava.

A un certo punto il più alto aveva cominciato a muoversi, si stava svegliando. Non sapevo cosa fare, avevo paura, sentivo solo il mio cuore battere assieme al tintinnio della catena da bicicletta che avevo usato per immobilizzarli. Pensavo che forse l’avevo legato male, che mi sarebbe saltato addosso e che mi avrebbe ucciso. Allora mi sono alzato in piedi e l’ho colpito in faccia più forte che ho potuto con il calcio del fucile.
Dovevo farli stare zitti, mi avevano detto di farli tacere. Ho cominciato a urlare “stai fermo altrimenti ti ammazzo”, non ricordo più quante volte ho ripetuto quella frase. “Ma quanto ci mettono a tornare gli altri? Perché non arrivano? Se non torno a casa per pranzo mio padre verrà a cercarmi.” Questo stavo pensando nel momento esatto in cui, finalmente, Domenico e gli altri tornarono.

Il mio occhio destro si era gonfiato e non riuscivo ad aprirlo. Con l’occhio sinistro, il più miope dei due, vedevo solo le ombre di tre uomini.
Uno dei tre ha preso in disparte il ragazzo e ha cominciato a parlargli sottovoce. Non sono riuscito a sentire niente e per tutto il tempo ho immaginato che ci avrebbero impiccato e che avrei finito i miei giorni appeso a un albero. Poi Helmut si è svegliato e ha cominciato a urlare all’impazzata. Non ho avuto il coraggio di fermarlo, di dirgli di stare zitto, se se la prendevano con lui forse io l’avrei scampata. Poi è successo tutto troppo in fretta. Le urla di quell’uomo, il rumore di ossa spezzate, l’odore del sangue, le grida di Helmut che si sono via via trasformate in lamenti, poi in gemiti e poi, infine, in silenzio.

Appena entrato Domenico mi aveva preso da parte per dirmi che gli americani erano arrivati a Bologna, che avevamo pochissimo tempo e che non potevamo giustiziarli a fucilate, era troppo pericoloso, il rumore degli spari avrebbe attirato troppa attenzione. Io volevo solo andarmene, avevo fatto quello che mi avevano chiesto e volevo tornare a casa, ma il tedesco imbrattato di sangue si era svegliato e aveva cominciato ad urlare. Domenico allora si era voltato, aveva preso il badile appoggiato al muro e aveva cominciato a colpirlo, a colpirlo ancora e ancora; continuava a ripetere la stessa frase ad ogni badilata: “Stai zitto tedesco di merda. Crepa”. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel corpo che lentamente stava cominciando a perdere vita sotto i miei occhi. Provavo l’impulso impellente di scappare il più lontano possibile da quell’orrore, ma i miei piedi sembravano incollati al pavimento. Mi resi conto che era morto solo quando sentii la voce di mio padre alle mie spalle che diceva: “ma cosa hai fatto Domenico? L’hai ammazzato.”

Se posso ancora raccontare questa storia lo devo a quell’uomo, di cui non so nemmeno il nome, che è entrato pochi secondi dopo che Helmut è morto. Se non fosse arrivato lui, probabilmente sarei morto nello stesso modo anch’io. Quell’uomo mi ha liberato e mi ha lasciato andare.
“La guerra è finita, l’Italia è stata liberata, vattene prima che ti ammazzi con le mie mani”. Questo mi ha detto mentre mi liberava i polsi.

***

Questa storia si basa su un fatto realmente accaduto a Bazzano, il giorno della Liberazione.

[Blondeinside’s Blog]

__________
Federica Capponi “blondeinside”
La bionda dentro vive attualmente in un punto imprecisato della pianura padana e da un paio d’anni ha smesso di dire la sua età in pubblico.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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