La favoletta dell’omino

di Andrea Vigani “chamberlain”

L’omino sedeva da solo, incastrato tra il muro di legno e una panca in cui si era faticosamente infilato, e aspettava. Aspettava da così tanto tempo che nemmeno lui sapeva quanto.
L’omino era una persona naturalmente nervosa, e a questo suo nervosismo si doveva aggiungere una certa predisposizione al comando, che rendeva particolarmente insopportabile dover attendere così tanto prima di essere ricevuto. E per cosa poi? Per incontrare un poeta. Uno scribacchino! Un debosciato, un lavativo con indecenti manie di grandezza.
L’omino era nervoso, anche se non voleva ammetterlo, e non riusciva a capire perché, o meglio, lo capiva, ma non se ne faceva una ragione.
Come tutti gli uomini dotati di un certo pragmatismo, avvezzi alla battaglia quotidiana con le concretezze della vita, l’omino viveva sempre un certo disagio quando si trovava al cospetto di individui che avevano trovato il modo di campare grazie ai dubbi e alle insicurezze altrui. Infatti, ogni volta che l’omino doveva incontrare uno di questi pezzenti squinternati, uno scrittore, un individuo che potesse anche solo avere la recondita ambizione di considerarsi per questo superiore, ecco che gli prendeva questa smania di perfezione formale, questo desiderio di restituire un’immagine perfetta. L’omino era abituato a dominare qualunque stanza in cui mettesse piede, a conquistare qualunque mente, ma stavolta non si sentiva del tutto a posto, sentiva che qualcosa non andava. Aveva cercato uno specchio in quella stanza, decorata con pesantissime tende di velluto rosse e così lontana dalla sua franchezza contadina, e l’aveva anche trovato, ma aveva dovuto immediatamente distogliere lo sguardo. Aveva cominciato a sudare, e non per la sua immagine riflessa. Si era controllato e ricontrollato l’uniforme, che i bottoni fossero tutti allacciati nel verso giusto, ma la sua ossessione questa volta aveva trovato un nuovo gingillo con cui dilettarsi: i suoi stivali di pelle nera.
L’omino, incastrato com’era tra il tavolo e il muro, anche in ragione del suo fisico atletico e tornito, non riusciva a vedersi la punta degli stivali. Il solo pensiero che quella punta potesse essere sporca lo tormentava, e mentre osservava gli arredi opprimenti di quella stanza e i quadri – contorti come il loro proprietario – non faceva altro che chiedersi se sulla punta degli stivali fosse per caso rimasto del fango, l’alone biancastro lasciato dalla ghiaia o il graffio provocato da un certo scalino di marmo. Non avrebbe potuto sopportare l’umiliazione di trovarsi davanti allo scribacchino senza essere perfettamente in ordine, senza potere controbattere a quella superbia proterva, che trasudava da ogni singolo oggetto in quella stanza, con il suo ordine costituito.
Così, angosciato dal pensiero di non riuscire a conquistare quel ridicolo mausoleo, l’omino chiamò un cameriere, che accorse in fretta e furia.
“Mi pulisca gli stivali” gli ordinò.
Il cameriere restò in piedi davanti a lui giusto qualche momento, poi si infilò sotto il tavolo per esaudire la richiesta dell’ospite inquieto. Quando questi si trovò davanti agli stivali di pelle nera non gli sembrò vero, respirò profondamente, e cominciò a rimestare tra le guance, raccogliendo tutto quello che poteva per comporre uno scaracchio degno di tale nome. Una volta che sentì di avere la bocca adeguatamente impastata, preparò la lingua, socchiuse le labbra e lasciò partire un proiettile di dimensioni ragguardevoli, che finì dritto sulla punta degli stivali dell’omino. Lo sguardo del cameriere indugiò un istante su quel grumo verdognolo e schiumoso che si stagliava sulla pelle nera Poi, con il panno, si mise a lucidare con dedizione, dalla punta fino al collo del piede.
“Ha finito?” domandò l’omino perentorio.
“Sì, eccellenza”, rispose il cameriere, “sono puliti”.
L’omino osservò il cameriere allontanarsi con un passo delicato, e gli sembrò quasi di scorgere un sorriso sul suo volto adolescente. Il suo sguardo poi si rivolse nuovamente verso quel dannato specchio, su quelle lettere che gli si conficcavano nel petto.
“Questo è piombato vetro o mascheraio. Aggiusta le tue maschere al tuo viso ma pensa che sei vetro contro acciaio.”
Rilesse ancora, e cominciò a sudare. Finalmente si aprì la porta dello studio, e una ragazza si affacciò invitandolo ad entrare. Il poetucolo, infine, si degnava di riceverlo.
L’omino, nonostante gli stivali puliti, non poté fare a meno di pensare che questa volta era sconfitto, non ce l’avrebbe fatta a conquistare quella stanza, e la cosa lo fece imbestialire a tal punto da farlo diventare rosso paonazzo ancor prima di trovarsi al cospetto del poeta, costringendolo ad assaporare la disfatta senza neppure essere sceso sul campo di battaglia.
Nel frattempo, in un’altra stanza, c’era un giovane cameriere con un’espressione vagamente sognante e un sorriso meraviglioso stampato sul viso, al solo pensiero di aver potuto, a suo modo, sputare addosso a Benito Mussolini.

[la versione di chamberlain]

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Andrea Vigani “chamberlain”
Nato in pianura nel 1975. Non si è ancora pentito.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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