Un senso alla memoria

di Enrico Pascucci “L’Anarcociclista”

Sembra una malriuscita riedificazione dell’Eur di Roma. Un quartiere in centro, a poche centinaia di metri dalla piazza principale della città, dagli edifici squadrati e lisci come la desolazione del silenzio, che si percepisce a causa della quasi totalità di appartamenti e spazi commerciali invenduti.

Fino a diciassette anni fa, al posto di quei palazzi agonizzava una grande officina ferroviaria, che diede tanto lavoro e un poco di tranquillità economica alla comunità del paesino ai cui margini venne eretta, quando il ‘900 stava per iniziare.
In fabbrica si lavorava tanto e si guadagnava poco, ma erano soldi veri. I contadini e i pescatori avevano tutto, ma non avevano i soldi, raccontano i giovani di allora. Lavorando nell’officina si potevano anche fare le rate per una bici nuova. Quando passava qualcuno in bicicletta, o era un ambulante, o lavorava lì.
Dopo i soldi, l’officina portò la guerra. Lo stabilimento durante le due guerre mondiali venne riconvertito alla produzione di armamenti e munizioni, strategia che durante i giorni della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo costò una serie di bombardamenti.
Un paesino di zotici ignoranti che vivono fuori dal mondo, come veniva descritto dagli intellettuali che nella prima metà del ‘900 capitavano occasionalmente da queste parti, si trovò d’un tratto protagonista di un evento che aveva la forza e la drammaticità di una Guerra Mondiale.

L’enorme stabilimento usava una grossa sirena legata su un alto palo per scandire i turni di lavoro. Si sentiva per tutto il paese, a ricordare a tutti chi erano i padroni. Ma durante la guerra era un’altra la sirena che faceva parlare di sé, messa sul palazzo più alto della piazza principale e che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Il mondo che prima non si era mai mostrato, pioveva dall’alto e deflagrava, a caso, nelle case, sulla fabbrica, sulle famiglie.

In paese ci si nascondeva nei rifugi costruiti già nel ’39. C’era una lunga galleria che andava dalle grandi officine alla chiesa del Santo Patrono, che a sua volta era collegata con un grande rifugio scavato sotto la piazza antistante.
In campagna si andavano a nascondere nelle grotte dei formaggi e delle carni stagionate e si tappavano le orecchie, quasi tutti. I bambini correvano fino dove si poteva vedere il paese dall’alto e, nascondendosi dalla vista degli equipaggi dei B-17 sotto a un cespuglio, rimanevano a guardare meravigliati questo inedito e grandioso spettacolo. Il ronzio dei motori degli aerei e il sibilo delle bombe sganciate facevano quasi più paura delle esplosioni che arrivavano a loro lontane, come un temporale.

“Non si diventa partigiani in un giorno”. Questo mi dice un vecchio grintoso e sorridente che si lascia andare al flusso libero dei suoi ricordi, raccontati però non senza una certa disinvoltura e capacità nel coinvolgere.
Nato nel ’22, entrò nella grande officina a quindici anni. Tre turni al giorno che vedevano alternarsi nei capannoni dell’azienda circa 2600 persone, il suo turno però era di 12 ore, perché i giovani sono più forti. Il suo caposquadra, antifascista e comunista, era riuscito a mettere in piedi alle sue dipendenze un gruppo di giovani antifascisti, uniti nella fabbrica e fuori. Quando, dopo il periodo delle manganellate, arrivò il periodo delle bombe, il gruppo era ancora intatto, si ingrandì e prese contatto con gli alleati.

L’equipaggiamento, le informazioni e gli ordini non è che proprio li ricevessero dagli inglesi, nel senso che spesso andavano a prenderseli. Mettevano in acqua i loro piccoli motopescherecci di notte, meglio se col mare in condizioni proibitive, che rendeva più difficile l’intercettazione da parte delle imbarcazioni tedesche e andavano a cercare le navi inglesi, anche oltre la linea del fronte. “Ad ogni onda che arrivava non eravamo mai sicuri di tornare a galla” mi dice ridendo. Una volta il barchetto affondò davvero e tornarono a riva a nuoto, in mezzo ai cavalloni di una tempesta di dicembre.

Gli ordini che venivano da sud, destinati a questo gruppo, riguardavano azioni di supporto agli alleati, che giorno dopo giorno si avvicinavano.
Operavano a volte incursioni nei comandi tedeschi per liberare prigionieri, ma soprattutto erano incaricati di difendere le infrastrutture che i tedeschi demolivano per rallentare l’avanzata del nemico.

Fu difendendo un piccolo ponte, di un piccolo torrente, che il mio narratore si guadagnò la paura di crepare giovane, quasi due anni di ospedale, l’invalidità di guerra e i riconoscimenti per la sua lotta.
“Tu non dovresti essere ancora vivo” sì sentì dire in un momento di coscienza, dal medico di fede fascista che gli prestò i primi soccorsi sotto la minaccia della pistola di un partigiano.

Chi non ha udito il cadere delle bombe e non si è trovato sotto la minaccia e il fuoco dei mitra tedeschi non può immaginare le emozioni suscitate dagli eventi di quel periodo. Penso ad alta voce.
“Infatti!” mi sento rispondere, ma con un tono stranamente allegro che mi lascia disorientato, cozzando con l’immagine che ho in mente di un periodo cupo e spaventoso. Ho di fronte l’entusiasmo di un giovane che ebbe fede in un cambiamento, credendo in esso fino a mettere in gioco la sua stessa vita, prima ancora che per cambiare le cose, per poter crescere e invecchiare avendo stima di sé, per dimostrare, indipendentemente da come sarebbe finita la sua guerra, che lui non l’aveva accettato.

Gli inglesi arrivarono fin nelle vicinanze del fiume, lontano mezz’ora a piedi dal paese e non si mossero per qualche giorno, volendo evitare uno scontro diretto con i nazifascisti.
Una vecchia signora che incontrai al porto dei pescatori sei anni fa me lo giurò: fu una ragazza di sedici anni ad attraversare il ponte per prima dopo la partenza dei nazifascisti, per andare dagli inglesi a deriderli: “I tedeschi se ne sono andati da giorni! Cosa state facendo ancora qui?”

Oggi c’è una fondazione a ricordare la fabbrica, più attenta a commemorare il denaro di quelli che furono i padroni, piuttosto che il sudore di chi ci lavorò, ma ad ogni modo la fabbrica non c’è più. Al suo posto spiccano dei palazzi vuoti, squadrati, grigiastri e lisci, a formare un quartiere in cui ogni muro e ogni porta e ogni strada sono uguali a tutti gli altri.
Gli archeologi sostengono che in tutta quell’area siano sepolte le rovine dell’insediamento romano che fu l’origine di quella che ora è diventata una piccola città. Ne furono trovati i resti tutto intorno, diversi decenni fa, scavando per piantare infrastrutture ed edifici.
Nonostante la vasta area occupata dal nuovo complesso, facendo posto alle fondamenta non è mai stato trovato niente, secondo gli addetti ai lavori. Ma negli scavi per la realizzazione di un sottopasso pedonale, adiacente a quest’area, chiesto dal comune come condizione per dell’edificazione di quel lotto, ce ne sono in abbondanza. Un doppio colpo di fortuna per l’impresa edile!
La comunità non si è lasciata turbare da certe stranezze, perché in fondo la storia non sembra più così importante da queste parti. La cosa più inquietante però è che chi non tiene alla memoria non è nemmeno capace di avere paura di essere ricordato così.

[Salumi e Bici]

__________
Enrico Pascucci “L’Anarcociclista”
Tardivo seguace del movimento culturale anarchico olandese dei “Provo”, coltiva il disinteresse per il mondo che lo circonda, nonché persegue la sua distruzione attraverso il gioco e una bicicletta.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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