L’attacco

di “eFFe”

La prima scarica è arrivata mentre camminavo nel bosco con gli altri. Si è sentita ancora lontana ma non ha preannunciato niente di buono. Ho fatto finta di nulla e ho continuato a camminare lungo il sentiero, guardandomi furtivamente intorno nel tentativo d’identificare un angolo riparato. Nello zaino c’era tutto ciò di cui avevo bisogno nelle situazioni d’emergenza, ma ho preferito non pensare nemmeno alla circostanza di doverne fare uso. Dalla prima raffica sono passati dieci minuti di silenzio, di quiete. Nel bosco il vento profumava di resina e accarezzava il collo sudato, trasmettendo un senso di serenità e facendomi ricordare di quando, a casa, mi sedevo comodamente e la smettevo di preoccuparmi, concentrandomi solo sul profumo del potpourri che giaceva sulla mensola.

La seconda scarica mi ha fatto tremare le gambe e correre un brivido che dal basso ventre è risalito, all’interno, fino alla schiena. Ho capito immediatamente che restava poco tempo prima che la situazione esplodesse. Ho guardato i volti degli altri cercandovi gli stessi segni della mia tensione, ma tutto ciò che ho osservato è stata quella rassegnazione tipica di chi ha già fatto i conti con sé. Ho cominciato a sudare, sulle tempie prima, e le mani poi; probabilmente dovevo aver acquisito un certo pallore sul viso, perché Adele mi ha chiesto, con uno sguardo inquisitore, se stessi bene.

– Tutto a posto – ho mentito.
– Sei un po’ pallido, però.
– Sarà la stanchezza, forse… – ho glissato, abbozzando un sorriso.

Siamo continuati a salire per chissà quanti altri minuti, che mi sono sembrati un’eternità. Non volevo darlo a vedere agli altri, né volevo ammetterlo a me stesso, ma il panico si era impossessato dei miei sensi e stavo facendo uno sforzo immane a trattenermi dallo scappare, dal nascondermi, dal rintanarmi in un angolo protetto, fregandomene di tutto e di tutti. Il solo pensiero che mi consolava era che nel peggiore dei casi, le scorte nello zaino mi avrebbero permesso di resistere per un po’. In questo sta il meccanismo perverso del panico: tutte le nostre energie sono impegnate a valutare come sopravvivere all’ipotesi peggiore, allo scenario più atroce, senza nemmeno considerare che le probabilità che esso si realizzi sono inferiori a tutta una rosa di situazioni intermedie.

Se la seconda scarica mi ha fatto rabbrividire, la terza mi ha congelato in una smorfia di dolore. Nessuno se n’è accorto, nemmeno Adele, che ormai mi precedeva di diversi metri, gettandomi un’occhiata di tanto in tanto. Ho stretto i denti, gli occhi, i pugni, ho provato a scacciare la paura con un lungo respiro, come se la calma possa entrare dalle narici ed estendersi a tutto il corpo. In queste situazioni dolore e paura sono la stessa cosa, hanno lo stesso, maledetto effetto di paralisi. I rombi dei colpi sono risuonati fin dentro allo stomaco, come se fossi una gran cassa che qualcuno colpiva sempre nello stesso punto; ero percorso da un’elettricità intensa. Il sudore colava a fiotti e il tremore si è fatto incontrollabile. Mi sono detto che dovevo resistere, che potevo farcela, che il rifugio non era lontano e che lì sarei stato al sicuro. Ma come si fa a resistere quando il nemico è dentro di te?

Ho fatto pochi passi, e dietro un grosso pino mi sono calato i pantaloni e mi sono accovacciato. E poi, la liberazione.

Mentre mi pulivo con il rotolo di carta che avevo nello zaino, ho riflettuto su questo: che un attacco di colite è l’unica cosa a cui un uomo non può, legittimamente, resistere.

[abcde.eFFe]

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“eFFe”
eFFe si diletta a pulire la cucina auto-premiandosi per i risultati ottenuti con degli abbondanti vodka-sour. Tuttavia non si perita mai di togliere la polvere dai suoi libri, e nemmeno dalle porzioni di libreria non coperte da volumi. Non soffre, infatti, di alcuna allergia; tuttavia, la colite lo tormenta dall’età di otto anni. Tra un mal di stomaco e l’altro, insegna, scrive su Finzioni (dove ricopre il ruolo del burbero caporedattore della sezione News) e di tanto in tanto aggiorna il suo blog.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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