Ciao, bella. Ciao

di Annalisa Merelli “Nalis”

Ripensavo alla Carla.
La Carla è stata la mia maestra di italiano fino alla terza elementare. Io ero piccola. Lei era vecchia.

Anziana, si dice signora anziana.

No. Le signore anziane sono quelle a cui donano gli eufemismi, quelle che portano i capelli con la messinpiega e la lacca, quelle dalla gonna dritta al polpaccio, i tipi da messa e pranzo della domenica coi nipoti.
La Carla non ne aveva, di nipoti. Né di figli, se è per questo, o di mariti.
E la Carla era proprio vecchia. Aveva la pelle raggrinzita, la voce roca e le unghie ingiallite che non si sapeva più quanti anni fossero che fumava troppe sigarette; un po’ di trucco agli occhi, capelli grigi corti e i pantaloni attillati, delle volte perfino i jeans.
La Carla, la gonna, non la metteva proprio mai.
Altri segni particolari della Carla erano: integralismo grammaticale e totale insofferenza verso gli errori di ortografia; occasionale ricorso a oscuri termini del dialetto bergamasco più stretto; tendenza al turpiloquio che sfuggiva a ogni, pur determinato, tentativo di controllo – per l’inquietudine dei grandi e l’ilarità dei piccini. Dalla Carla ho appreso un certo numero di insegnamenti fondamentali. Ad esempio: come si fa la acca maiuscola in corsivo, che è la lettera più difficile di tutte.

Corsivo maiuscolo, non stampatello. Grazie tante che la sai scrivere, in stampatello, la acca.

Oppure: la regola della esse impura, quella che se sei uno che separa le sillabe a orecchio ti frega sempre.

Lo so che suona male ma si va a capo così. Punto.

E ancora: come si scrive qual è.

L’apostrofo non è un errore di distrazione. Per distrazione l’apostrofo semmai lo dimentichi, non lo aggiungi. L’apostrofo di troppo manifesta un’intenzione, quindi è un errore grave.

Infine: esistono sostantivi invarianti. Quelli che, per esempio, restano al maschile e si usano con la finale ‘o’ anche se indicano una persona di genere femminile.

Per esempio, chiamare una donna ministra sarebbe un errore grammaticale.

Alla Carla piaceva farci leggere dei libri da grandi. Come quello del tizio che tagliava i cartelloni pubblicitari come fossero legna per il fuoco e andava a far funghi in città. Una storia difficile con un sacco di parole nuove, che però faceva ridere.

Dai, ma non si possono mica mangiare, quei funghi lì.

E poi la Carla ci faceva scrivere le poesie. Voleva che le scrivessimo con impegno, se non c’era la rima non faceva niente, ma dovevano essere belle poesie.

Nani, questa non è una poesia, questa è una frase che va a capo.

A fine anno, lei raccoglieva tutte le poesie, le ciclostilava e ci faceva delle dispense che potevamo portare a casa. Erano un po’ come dei libri, libri di poesie scritte da noi. Belle poesie.
Ogni tanto succedeva che la Carla ci dava troppi compiti troppo difficili e allora andavamo tutti a frignare dalla mamma. Con certe mamme, tipo la mia, non c’era molto da fare: smetti di fare i capricci e vai a fare i compiti. Altri avevano più fortuna.
Così nacque il comitato delle mamme contro la Carla. Giovani donne coi pomeriggi a perdere convinte che fosse loro preciso dovere impedire che i propri figli si confrontassero con qualunque tipo di difficoltà. Si riunivano per discutere della necessità di fare qualcosa, anche noto come far trasferire la Carla in un’altra scuola, possibilmente in favore di una maestrina più giovane e rosa.

Che i bambini si sentirebbero più a loro agio. Perché non si può, dai. Ha delle richieste eccessive, è troppo severa. Poi così avanti negli anni. I bambini sono sempre sommersi di compiti di italiano, ma a cosa serviranno mai tutti questi esercizi? Se continua così il mio lo sposto dalle suore.

Da parte sua, la Carla ce l’aveva con le mamme di cui sopra perché – peccato capitale – aiutavano i propri a fare i compiti. Crescete con il culo nella bambagia, ci diceva, disgustata.

La Carla ha detto culo!

Ma la Carla era tosta, e ci volevano ben più di quattro mammine di quartiere per scuoterla. Tirava avanti impermeabile alle critiche e via, un’altra sigaretta durante l’intervallo, un altro urlaccio in classe, un’altra verifica di grammatica che andava male a tutti.
Non solo la Carla non andava da nessuna parte, ma dalla seconda in poi non ci insegnava più soltanto italiano. Ci insegnava anche ginnastica.

Ma la Carla è vecchia, non può farci ginnastica.

E infatti con lei non facevamo ginnastica; facevamo yoga.

Inspirare, espirare. Una classe intera di nani di sette anni a fare la posizione dell’albero in equilibrio su un piede. Inspirare, espirare. Bisognava stare belli dritti e ci conveniva non cadere.

Stai su dritto su quella gamba, sacco di patate!

Il principio dell’equilibrio nella posa dell’albero, enunciato con un urlaccio roco che echeggiava nella palestra semivuota, era logico e inappellabile: se non ti distrai, non cadi. Guarda fisso un punto di fronte a te e pensa solo alla posizione dell’albero. E a inspirare , ed espirare.
Lezioni di filosofia orientale alla scuola elementare statale di Boccaleone, quartiere di classe medio-media della periferia di Bergamo. E brava la Carla, chissà come sarebbe contenta di sapere che vivo in India.
La lezione di yoga occupava solo una delle scarsissime due ore settimanali di ginnastica. Durante l’altra, con l’orrore dei maschi, la Carla ci insegnava le danze popolari. D’Italia, d’Europa e di posti che non avevamo mai visto. Aveva certe cassette di musiche folkloristiche che chissà dove le aveva pescate, e si metteva, con un misto assurdo di santissima pazienza e insofferenza pura, a insegnarci come ci si mette in fila per questa danza, e quanti cerchi concentrici servono per ballare quell’altra.
Delle volte c’erano dei passi da fare a coppie, che nel bel mezzo della fase maschi-di-qua-femmine-di-là della scuola elementare non era il massimo. Come niente uno tirava su la gonna alla sua compagna e finiva a rincorse e strilli. La smettete di fare i cretini?

La Carla ha detto cretini!

Una volta, eravamo in terza, la Carla invece di tenerci in classe per la lezione di italiano ci aveva messi a sedere nell’atrio, con quelli della classe A.
Dalle finestre entrava la luce allegra dei cieli di Lombardia in primavera e la Carla aveva con sé una delle sue cassette, ma la musica di quel giorno non serviva per ballare. Serviva per cantare. Era una cassetta di canzoni di guerra, che poi voleva dire canzoni contro la guerra.
Non è che ci piacessero tanto, quelle canzoni lì, ma bisognava ascoltarle lo stesso, in silenzio. La Carla ci ripeteva le parole, per farcele capire bene, ci spiegava quelle che non conoscevamo. Però insomma, quelle canzoni lì per noi erano proprio un po’ noiose.
Tutte tranne due. E di quelle due, la Carla aveva deciso che impararle a memoria fosse cosa buona e giusta perché era l’anno del quarantacinquesimo anniversario della Liberazione, un anniversario importante.

Ma come mai gli anniversari importanti sono solo ogni cinque o dieci anni?

La prima era una canzone in cui arrivava il cattivo, che si chiamava invasor, e per colpa dell’invasor il partigiano doveva partire, e dove andava?, andava alla guerra, povero partigiano, non era mica colpa sua se era arrivato l’invasor, lui ci aveva perfino una fidanzata, una bella, e invece gli toccava andare a fare a guerra per salvarci tutti. Poteva anche morire, il partigiano.

Ma morire morire?
Sì, morire morire.

Così lo abbiamo imparato allora e ce lo ricordiamo ancora bene tutti, o almeno spero, che il partigiano va seppellito sotto l’ombra di un fiore, e di un fiore di quelli belli, anche se d’ombra, i fiori, ne fanno pochina.

Ma qual è il fiore del partigiano?
Mah, è un fiore di montagna.
Come quello sull’etichetta dell’acqua gassata?
Sì, come quello.
Una stella alpina! È un bel fiore, no?, la stella alpina?
Sì. È uno dei più belli.

Anche nell’altra canzone contro la guerra che aveva scelto di insegnarci la Carla c’erano dei fiori. Mille papaveri rossi.

Ma proprio mille, Carla?
Non mille di numero, è per dire tanti.
Ma allora quanti?
Tantissimi, un campo pieno.
Ma ci stanno mille papaveri in un campo pieno?
Penso di sì.
Ma allora sono mille!

Una strofa alla volta, la Carla ci spiegava La guerra di Piero.

Quindi qual è la morale, che Piero doveva sparare per primo?
Nooooo!
E allora?

L’ho imparato così, a scuola, proprio come la regola della esse impura, che la guerra non è bella anche se fa male, la guerra è un posto in cui si muore, e fa schifo e basta. Seduta nell’atrio a gambe incrociate, ho imparato che di morire sparati di maggio non ne vale la pena, nemmeno se ci sono intorno dei fiori, soprattutto se ci sono intorno dei fiori. Che il povero Piero era meglio se non ci andava alla guerra, marcondirondirondello, era meglio se alla guerra non ci andava nessuno e non c’era, la guerra, marcondirondirondà.
Poi la Carla ci ha raccontato le storie di quando era giovane e c’erano i fascisti, che erano gli uomini neri e infatti si vestivano di nero. E quando c’erano i fascisti non c’era libertà.

E cosa succede quando non c’è libertà?

Succede, diceva, che non puoi fare quello che vuoi. Non puoi dire quello che vuoi. Finisce che ti dimentichi anche di pensare quello che vuoi. Coi fascisti era così, non era libero nessuno, nemmeno quelli che pensavano di esserlo, anzi loro erano i meno liberi di tutti.

Andate a casa a chiederlo ai vostri nonni, se non ci credete.

A domanda, i nonni, che non aspettavano altro, rispondevano. E le storie della guerra cominciavano a occupare, nella nostra mente, quello spazio di memoria che non appartiene ai ricordi, ma alla storia.
E così la Carla resta legata a doppio nodo al primo 25 aprile in cui ho capito che c’era qualcosa da festeggiare. E forse è vero certi valori attaccano meglio quando vengono trasmessi per via di sangue, come le malattie ereditarie, ma c’è almeno un’alternativa valida ed è quella di insegnarli.
A insegnarli, a noi, ci ha pensato la Carla.
Niente Internet, poco inglese, le sole imprese degne di nota si studiavano nell’ora di storia. Di quando a scuola si pensava anche a formare dei cittadini, e non solo impiegati di successo. Di quando nessuno si sognava di dire che certi valori erano di parte, perché l’antifascismo era di tutti (o di tutti i buoni) e certo non solo di quelli di sinistra. Di quando alla festa per la Liberazione, a scuola, ci venivano perfino le mamme che ce l’avevano con la Carla.

Tutti a battere le mani. Ciao, ciao, ciao.

Alla fine di quell’anno, la Carla è dovuta andare in pensione perché era davvero troppo vecchia per insegnare. L’ultimo giorno di lezione le abbiamo comprato un bel regalo e si vedeva che le dispiaceva lasciarci, che le saremmo mancati.
Poi invece come c’è stata, in pensione. Si è messa a viaggiare. L’ho incontrata due anni dopo, alla fine della quinta elementare, ero con la mia mamma. Si è fermata a chiacchierare un po’ con noi. Fumava sempre, ma aveva qualcosa di diverso, come un’aria più tranquilla. Era così contenta di vedermi.

Ma hai visto come stava bene, oggi, la Carla?

Stava bene sì.
Aveva perfino la gonna.

***

“L’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento. […] La scuola è aperta a tutti.”
(Costituzione della Repubblica Italiana, Titolo II, Artt. 33, 34.)

[The India Tube]

__________
Annalisa Merelli “Nalis”
Vive a Nuova Delhi e non fa yoga.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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