Quegli occhi teneri, che hanno spento la sete di vendetta

da Franco Malaguti con Isabella

Aerei che di notte spaventavano col ronzio lontano, i “Pippo”: così nella frazione di San Bernardino chiamavano i ricognitori che sorvolavano la “Bassa reggiana ” alla ricerca di fuochi che segnalassero agli alleati obiettivi da bombardare. Sergio si vendicherà da grande volando nell’azzurro del suo cielo sopra i campi, rombando festoso sul suo casolare. Un partigiano che ticchetta messaggi Morse, SS che sbraitano sempre come ossessi, fascisti prepotenti pieni di terrore perché il partigiano è la giustizia che ti passa accanto e la vendetta è lì lì per arrivare, un tedesco “cancher” che gli spara traccianti nella notte.

Alla Liberazione Sergio diventa grande nel dolore. Quel partigiano torna a casa morto, e da lontano notizie di sette fratelli, i Cervi, fucilati tutti insieme. Dio, che pena…

(una poesia di Sergio Subazzoli)

M’era d’indiviz d’èser già un Partigian

Al microfono in man, la coffia in dagli-orecc
ad-dree dal mocc dal bali,
tot i de al stèss orari,
a la radio l-trasmeteva,
cun dieter Partigian,
consapevol dal perecol
d’èser spiee da inco al d-man,
da chi sporch e maledèt
di fasesta e di tognèt (s.s. tedesche).

E’ stee propria-n dòp mesdè,
ch’i’ho senti ment’r-al parleva,
quand zughev-n-a nasconden
cun i’amigh e i me cusen,
s’eren sòta la barchèsa
sul-mocc dal bali ‘d’paia,
quand, ho vest al brev Posacchio
cun i’occ fèss punte vers mè,
e un di drét ed-nans-al nes
-ssst ! marcmand cat tes:
sò ched-tè, am pos fider !,
guerda in là, fa finta d’gnint
e continua a zugher;
al motiv t’al spiegh pò d’man
dal perchè d-col c-sun ‘dre fer.

Al m’ha spieghee da l’a a la z, al g’ha ‘vu fidòcia in me,
dòp am sun senti un’omett,
anch s’agheva sol des-an:
m’era quasi d’indiviz, d’èser gia un Partigian.

D’col chi’ho vest e chi’ho sentii,
coi me occ el me orecc,
semper viv lè al ricord,
anch se ormai sun d-ventee vècc.

(traduzione)
Io mi sentivo già un partigiano

Il microfono in mano, la cuffia negli orecchi
dietro un mucchio di balle di paglia,
tutti i giorni allo stesso orario,
trasmetteva, con la radio, ad altri partigiani,
consapevole del pericolo
di essere spiato da oggi al domani,
da quegli sporchi maledetti
dei fascisti e dei tedeschi.

È stato proprio un pomeriggio,
che ho sentito che parlava,
quando giocavamo a nascondino
con gli amici e i miei cugini,
eravamo sotto la barchessa
sui mucchi di balle di paglia,
quando, ho visto il bravo Posacchio
che mi guardava fisso negli occhi,
e un dito diritto davanti al naso
ss…, mi raccomando, taci,
lo so che di te mi posso fidare!
guarda in là, fa finta di niente
e continua a giocare;
il motivo te lo spiego domani
del perché di quello che sto facendo.

Me lo ha spiegato dalla a alla z,
ha avuto fiducia in me,
poi mi sono sentito un ometto,
anche se avevo solo dieci anni:
mi era sembrato di essere già un Partigiano.

Di quello che ho visto e sentito,
con i miei occhi e le mie orecchie,
è sempre vivo come ricordo,
anche se adesso sono diventato vecchio.

__________
Questo contributo inedito (e stranissimo) mi è arrivato via mail, qualche tempo fa. Era bella anche la mail, diceva così: “Che dire, mi sembra di sentire l’aria di una nuova Resistenza. Io scrivo, in questo caso è un vecchio amico e un vecchio poeta. ma io la notte lucido pallottole… Abbracci ragazzi, vi voglio bene…”

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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