In fuga

di Roberto Laghi “kzk”

I polmoni gli bruciano, ma spinge sui pedali, sulla carraia scassata, perché non si può fermare, non può cedere un istante, deve mettere distanza, farsi vento e questo suo andare sa di sudore e fatica, di acido lattico che s’infila dentro i muscoli a cercare di spaccarli, sa di fiato umido e bollente che sfonda il muro di aria fredda. Sa anche delle prime corse su quella Bianchi così desiderata, comprata di terza mano e troppo grande per lui, anche se lo portava lontano dai campi e dal lavoro ogni volta che poteva. Ma oggi il cuore non pompa sangue di gioia a gonfiare il corpo, spinge paura, rabbia e quell’adrenalina senza cui crollerebbe lì, insieme all’acciaio del telaio, in mezzo ai sassi. Venti chilometri a salire su, metro più metro meno, su una strada che più avanti si fa sentiero, con l’ultimo tratto in cui la bicicletta la devi spingere a mano, che a star sul sellino non ce la fai. Pedala, pedala e ricorda. Ha il suono del vento nelle orecchie e le gambe che alternano il movimento lo fanno tutt’uno con la bici, come se fossero una creatura nuova fatta di carne, nervi e metallo. E i pensieri a ruota, stanno nella sua scia e non lo mollano di un centimetro, confusi di ricordi e speranze, con la fatica che fa salire il dubbio e l’ansia, e questa fuga diventa tutte le fughe allenate per gioco su quelle strade che da casa sua salgono verso le montagne, la gloria di una scalata e un arrivo da guadagnare tutto in solitaria, senza spettatori ai lati della strada a dargli forza, solo con la paura in gola e la vita da tenersi stretta.

*

Il cane guaisce e cerca di scappare verso la porta, ma davanti c’è un soldato piantato, un armadio, con la pistola in mano, che blocca il passaggio. Quello che ha tirato il calcio ride, agitando l’arma, “Cane del cazzo! Un cane del cazzo come voi!” e gli molla un altro calcio che lo fa guaire ancora, mentre cerca di accucciarsi accanto alla credenza, occhi pieni di terrore, la coda schiacciata tra le zampe. Picchiare un animale non è solo ferocia, è un segno di potere, serve a far capire che si può disporre della vita di tutti, anche quando la tua non è minacciata, ma così, per un impazzimento di arbitrio. “Cani!”, urla ancora e si avvicina al vecchio seduto al tavolo, “Te lo chiedo ancora una volta: dov’è tuo figlio?”, la faccia si sforma mentre urla, eppure sarebbe un bell’uomo, dal viso pulito e dai lineamenti decisi. Il vecchio si chiede il perché, come faccia un uomo ad arrivare fino a lì, a quella bestialità, si chiede a che mondo appartenga, perché nel suo, di mondo, per queste cose non c’è mai stato spazio. Lui, una vita passata nei campi, con la schiena piegata, dall’alba, tutti i giorni. Che tanto i campi, di questi tempi, sono un po’ abbandonati, che è pericoloso stare fuori, con questa maledetta guerra che sembra non debba finire mai. “Gliel’ho già detto”, risponde con voce ferma, “non lo vedo da un mese. Non lo so dov’è. Non lo so.” Il soldato lo colpisce sul viso, con il dorso della mano in cui tiene la pistola. Il vecchio gira la testa alla sferzata, resta un attimo immobile, poi sputa per terra saliva e sangue e torna a guardare negli occhi il soldato.

*

Salvarsi la pelle non è sempre facile, sa che gli stanno addosso, ma la potenza sui pedali è troppo importante per tutti per smettere di correre dalla città ai monti e dai monti alla città. Bruno lo sa e, anche se sente il cuore che gli batte la gola, non molla il ritmo, non per un attimo, come quando, ragazzino, si affacciava ai lati delle strade per veder passare Alfredo Binda, o il giovane Bartali, che tiravano e faticavano per vincere, per la gloria, le camere d’aria incrociate addosso e le borracce da riempire alla fontane. Ora Bruno corre per non morire, e non lo sa, ma anche Bartali sta pedalando come lui, trasportando tra la Toscana e l’Umbria documenti falsi per gli ebrei che rischiano la deportazione. Lo saprà solo qualche anno dopo, a guerra finita, mentre ora spinge, alzandosi in piedi sui pedali, sentendo i sassi schizzare sotto le ruote a rimbalzare lontano. Non ha fatto in tempo nemmeno a mangiare con i suoi genitori, qualcuno di sicuro se l’era cantata e ora lui volava su per questa salita solo grazie a Lidia, con la sua gonna e la sua camicetta da studentessa modello, con cui ingannava sempre i fascisti ai posti di blocco: gli era corsa in casa, la bici buttata nell’aia tra le galline spaventate. Un attimo dopo lei stava rientrando in città, nel cestino qualche fiore appena colto, e lui s’era infilato per questa maledetta carraia. A spingere e pensare.

*

Il vecchio, come tutti i contadini, ha la faccia indurita dal sole e dal lavoro, nei tratti e nei colori, con i capelli grigi tagliati corti. Si chiama Anselmo, ma tutti lo conoscono come Znì, perché era il più piccolino di otto fratelli. Con l’età e il lavoro si è fatto più grosso, di muscoli e fatica, ma la sua costituzione fisica gli ha fatto restare addosso quel nomignolo, piccolo. Anche la moglie Anna lo chiama così, perché è quasi più minuto di lei, che adesso tiene gli occhi bassi perché non vuole incontrare lo sguardo dei fascisti e stringe a sé un bambino e una bambina, di neanche dieci anni. Le sue mani spingono leggermente le due piccole teste contro il suo vestito, come a proteggere i loro occhi e le loro orecchie dalla scena che si svolge lì a pochi metri. Due anziani, due bambini e un cane dentro la grande cucina di un cascinale della prima collina. Il camino è acceso, al centro della parete accanto all’ingresso, poco lontano ci sono due ceste con la legna da bruciare e qualche vestito appoggiato sugli schienali delle sedie ad asciugarsi. Insieme a loro e contro di loro, i fascisti. Al tavolo è seduto Znì, immobile, lo sguardo fisso sul soldato che gli sta di fronte. Per qualche istante si sente solo il crepitare del fuoco, poi improvviso arriva il rombo di motori che entrano nell’aia. Altri fascisti. Anna sente che non sarà la solita visita piena di minacce e urla e stringe più forte i bambini. Si sentono le galline starnazzare e svolazzare all’arrivo dei mezzi militari, poi i colpi. Due, tre, quattro. “Stasera si mangia!”, urla qualcuno da fuori, qualcun altro ride.

*

Bruno si guarda intorno, riempie gli occhi di quelle colline, di quei boschi che conosce palmo a palmo. Per non sentire la fatica pensa al viso scuro di suo padre quando lo aspettava sulla porta, dopo che aveva passato tutto il giorno in giro, sui pedali. “Un ciclista, vuole diventare.” gli diceva sempre appena si sedeva a tavola per la cena, “E ai campi chi ci bada?”, ma la guerra sembrava ancora una cosa lontana, e per i campi c’erano i fratelli, che avevano accettato senza problemi quel mestiere a cui, per nascita, erano stati destinati. Bruno voleva correre. Bruno sta correndo. Ma la sua corsa, questa volta, è più pericolosa di tutte le altre, di quando portava messaggi ed esplosivo, per far saltare una caserma, possibilmente con dentro qualche camicia nera. Tanti erano i luoghi di contatto e cambiavano spesso, lui andava, prendeva il carico e via, da una parte all’altra, più veloce che poteva, spesso per strade minori o passaggi nascosti, anche attraverso le case di chi aveva il coraggio di aiutarli, dalla montagna alla città o dentro la città stessa, con i sensi allerta. Che la corsa che lo aspettava oggi fosse più pericolosa, l’aveva capito appena aveva visto gli occhi di Lidia, terrorizzati. “I fascisti ti stanno venendo a prendere!”. Nessun’altra parola, un bacio sfiorato sulla guancia e un abbraccio ai genitori, in tasca un pezzo di pane, nemmeno il tempo di pensare. Solo adesso, la solitudine della salita e della fatica gli spingono i pensieri a ogni pedalata. Questa volta non può tornare in città, se lo stanno venendo a prendere vuol dire che sanno chi è e cosa fa ed è troppo rischioso continuare. Chiederà ai compagni che stanno sui monti, appena li raggiungerà, ma sa di avere solo due alternative davanti: o trasferirsi in un’altra città, magari oltre confine, e starsene buono per un po’, oppure rimanere con loro a combattere. Non ha dubbi, e più sale sulla strada che si fa stretta e terrosa, con la bicicletta che sembra voler saltare ovunque, più questo pensiero assume la forma di una certezza, nitida, come il profilo delle montagne nel cielo di marzo davanti a lui.

*

“Non sai dov’è! E pensi che io ci creda, vero?”, il soldato si gira intorno, agitando la pistola, punta alcune bottiglie su una mensola e spara. Tutti hanno un sussulto, mentre il vetro esplode in frantumi e i bambini scoppiano a piangere. “Ma questa volta la smettete di prenderci in giro! Lo sappiamo che vostro figlio collega la città a quei delinquenti che stanno in montagna. E sono sicuro che voi sapete dove si nascondono.”, si avvicina ad Anna, “Bambini, voi lo sapete dov’è che va Bruno? È mica il vostro papà? Volete aiutarmi a trovarlo che ci devo parlare?”, “Lasciali stare, carogna!”, gli sibila Anna, Znì sta per scattare ma il soldato sulla porta gli punta la pistola contro, “Dove credi di andare, vecchio?”. Fuori si fanno più forti i rumori di vetro, metallo e legno che vanno in pezzi. I fascisti stanno tirando giù tutto quello che trovano, una furia che si abbatte ovunque e spacca, lacera, sprezza. “Puttana comunista!”, il soldato fissa Anna negli occhi, allunga un braccio e la tira a sé, i bambini urlano, lui cerca di strapparle il vestito, la butta a terra. È un attimo. Znì si alza, senza dire nulla, rabbia negli occhi, non odio. È in piedi, ancora vicino al tavolo, pensa ai suoi pugni che schiantano la faccia di quel fascista. Ma non riesce a fare nemmeno un metro, il suono secco dello sparo che lo ha colpito alle spalle lo sente nel momento in cui crolla a terra. Per un attimo la scena sembra rimanere immobile, si sentono solo i passi dei soldati che entrano ed escono dalle altre stanze, che sfondano armadi e finestre. Le fiamme dal fienile e dall’aia arrivano sui muri della casa. Anna resta a terra, con il soldato in piedi, quasi sopra di lei. Da fuori arrivano grida, “Andiamo, via. Via! Qua non c’è nessuno!”, il fascista che sta alla porta si sporge verso l’aia, vede gli altri che si radunano intorno ai mezzi e fa un cenno a quello che sta dentro, che guarda Anna per un istante poi le spara un colpo, dritto in faccia. I bambini urlano e piangono, paralizzati, mentre i due fascisti escono dalla casa e salgono sull’auto.

*

La camicia è zuppa di sudore, avrà freddo quando si fermerà, con il sole che sta iniziando a scendere e tira lontano le ombre degli alberi. I suoni della natura sono interrotti da raffiche e colpi, i fascisti si sono incattiviti dopo l’8 settembre, ma l’orecchio di Bruno si è abituato agli spari, anche se fanno paura, perché sarebbe già morto se avesse permesso ai suoi nervi di saltare. Si asciuga la fronte per non sentire troppo l’aria fredda sulla faccia e spinge, sui pedali, cercando di spingere via così anche le preoccupazioni, per Lidia, che chissà se le è andata bene al ritorno, perché qua ogni giorno può essere l’ultimo; per i suoi genitori, quante visite dei fascisti hanno dovuto subire per colpa sua e anche adesso saranno lì, con le camicie nere a minacciarli, come tutte le altre volte, solo con la loro dignità di lavoratori a difenderli; preoccupazione anche per i suoi nipotini, che in questa guerra hanno già perso il padre, suo fratello. Con questi pensieri addosso arriva a quell’ultimo tratto in cui deve saltare giù dalla bici e infilarsi dove il bosco si fa più fitto, riprende un po’ fiato, anche se la Bianchi pesa, a spingerla su, che è fatta per starci in sella, mica per camminarci. Il pomeriggio tira ormai verso la sera, Bruno sente brividi leggeri che attraversano il suo corpo accaldato mentre raggiunge il falsopiano dietro al rifugio dei suoi compagni. Torna a montare in sella, perché non gli piace farsi vedere che arriva a piedi, lui, che ormai i suoi lo chiamano tutti Gino. E mentre i due che montano di guardia lo riconoscono e gli si fanno incontro, “Gino”, pensa, “questo sarà il mio nome di battaglia”.

[Festina lente]

__________
Roberto Laghi “kzk”
Vive a Bologna, fa il giornalista e va in bicicletta, a volte anche tutte e tre le cose nello stesso momento. È stabilmente precario, ama cucinare e ho una inconfessabile passione per l’aglio.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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