Mia nonna e “il tempo di guerra”

di Lele Rozza

Quando ero piccolo, tipo tanti anni fa, delle volte succedeva che mia nonna prendeva tutti i nipoti intorno a sé e si metteva a raccontare del “tempo di guerra”.
E il “tempo di guerra” per noi bambini era un momento preciso, di lunghezza indefinibile, in cui c’era in giro dei cattivissimi, i tedeschi, che avevano fatto amicizia con dei “meno cattivi” ma molto cialtroni che erano degli italiani particolari che si chiamavano fascisti.
E in “tempo di guerra” c’erano gli aerei che sorvolavano le città e bisognava tenere le luci spente perché ’sti aerei lanciavano delle bombe, che se ti eri dimenticato la luce accesa intanto che scappavi al rifugio eri spacciato. Sicuro sicuro che ti bombardavano la casa.
E tra questi aerei ce n’era uno che era particolarmente cattivo, che si chiamava Pippo, e che veniva vicino vicino, e addirittura una volta, qualcuno ha visto il pilota, da tanto che volava basso, e che il pilota era “negro”, così diceva la nonna. Che a pensarci adesso c’ho un po’ di cortocircuito, che forse Pippo era l’aereo degli alleati, ma insomma tanto fa. Se si sentono gli aerei parte l’allarme, che è una sirena lugubre, e tutti scappano nel rifugio, così come si trovano perché bisogna fare in fretta. E la nonna raccontava dello zio fifone che andava a dormire con scarpe e cappello, che non si sa mai.
E poi, quando suonava la sirena e si andava nel rifugio, dentro il rifugio, che era un cantina con le mura un po’ rinforzate, c’erano tutti, i vicini, i lattanti, i cani e i gatti, e si stava lì, zitti e al buio ad aspettare che la sirena liberasse tutti dando il segnale del via libera, per tornare a casa.
Che poi delle volte si usciva e si vedevano delle cose terribili, tipo quella volta che fecero saltare il ponte sul Ticino, che c’erano le fiamme così alte che si vedevano anche dalla città.
E i racconti del “tempo di guerra” fatti dalla nonna erano un sacco, e noi eravamo lì a berceli, con la bocca aperta, che la nonna ci raccontava delle cose che sembravano da matti, con ‘sti tedeschi cattivissimi che portavano via le persone e le fucilavano, con i fascisti che prendevano le persone e le portavano in certe cantine, e li picchiavano, e gli davano da bere l’olio di ricino, finché non prendevano anche loro la tessera del partito. Insomma storie così.
Un’altra cosa tipica del “tempo di guerra” è che quelli che potevano erano “sfollati”. Gli “sfollati” erano usciti dalla città per andare in campagna, in cascina, dove siccome c’erano le bestie e i campi c’era da mangiare, e dove, almeno, non c’erano i bombardamenti, perché gli aerei le bombe le sganciavano solo sulla città.
E la nonna, insieme a mia mamma e a mio zio erano “sfollati”. Mentre il nonno, che era socialista irriducibile, ma soprattutto fiero proprietario di una bottega, era rimasto in città a curare gli affari di famiglia.
E infatti la nonna raccontava di quella volta che erano arrivati i fascisti col camion in piazza, erano entrati nella bottega e avevano preso il nonno, lo avevano caricato in malo modo sul camion e lo avevano portato non mi ricordo più dove, e il nonno era tornato con un occhio nero e tutto pesto, ma la tessera del partito non l’aveva mica presa.
E poi raccontava di quella volta che mentre erano sfollati avevano nascosto il paracadutista inglese nel pollaio, intanto che c’erano in giro i tedeschi a cercarlo. O di quella volta che dal fosso asciutto si vedevano tutti gli elmetti dei tedeschi (solo la punta degli elmetti) che i tedeschi stavano camminando nel fosso per non farsi vedere.
E del prete che passava per le benedizioni in cascina, e siccome c’era poco da mangiare si era rubato l’oca.
E poi dei contadini, che erano poveri, ma mangiavano, ma vivevano in posti dove non c’era il bagno, e che quindi si lavavano solo d’estate nel fiume.
E allora ho pensato che in quelle storie lì c’era un sacco di vita, e un sacco di idee che mi hanno fatto sempre pensare che a fare la guerra non era mica un gran che. E poi ho pensato che mi dispiace che quelle storie lì non c’è più mia nonna a raccontarle.
E infine ho pensato che un pochino valeva la pena di metterle tutte in fila, che ne è uscita una cosa un po’ sporca senza né capo né coda, ma, in fondo, mi sembra una cosa che la guerra, un po’, la racconta.

[lelerozza.org]

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(marco manicardi)
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