Storia di Anna e Anselmo

di Ludovica Anselmo

Anselmo era bello anche se gli mancava mezzo dito. S’era ferito un giorno a potare le rose; aveva infilato la mano dentro un cespuglio e i rovi l’avevano punto. L’infezione ci aveva messo una settimana a mangiargli la carne fino all’osso.
Così se ne andava in giro con quel moncone brutto e al posto dell’unghia aveva una specie di artiglio di rapace, ma Anna lo aveva amato ugualmente per il suo sguardo azzurro e il portamento leggero.
Quando i militari videro la sua mano da storpio, alla guerra non ce lo vollero, ma siccome sapeva leggere e scrivere, lo misero in ufficio a Padova a fare il dattilografo, nonostante quel mezzo dito in meno.
Le donne del paese si disperavano e piangevano, Anna invece era felice perché Anselmo sarebbe tornato presto e avrebbe visto crescere il figlio suo dalla pelle di giglio, che del padre aveva ereditato lo sguardo.
Dopo l’otto settembre i soldati avevano cominciato a scappare ed erano tornati a casa, ma Anselmo no. Lui aveva scritto una lettera alla moglie ed era partito per la sua guerra con la brigata partigiana Lupo.

Annarella amore grande, voglio combattere per questa patria mia, aspetta ancora un po’ che non posso tornare adesso, giù da noi non ci sono compagni, nei dirupi intorno al paese ci sono solo i disperati e allora devi avere ancora pazienza, solo un po’, ciao Annarella ti mando questo abbraccio forte, aspettami, ti scrivo ancora presto.

Anna aveva pianto fino a bruciarsi la pelle del viso, la notte per non sentire il buio stringeva il figlio bello come Anselmo suo ma che del padre aveva preso anche il carattere e che non si riusciva mai a calmare; così, per non sentire quel pianto di bambino senza padre, aveva trovato – almeno per quella cosa – rimedio: un panno di lana imbevuto di miele, pazienza se era un cencio vecchio e sporco, pazienza, perché quando c’è la guerra non si pensa a certe cose, e ai bambini si chiede di esser forti come i loro padri.
Ma il figlio di Anselmo suo invece s’era ammalato di gastroenterite ed era morto.
Prima di seppellirlo, Anna gli aveva fatto scendere sul viso una goccia del suo latte per salutarlo. Poi aveva bussato a casa del mezzadro dove c’era Leda, perché quando moriva un bambino doveva essere la ragazza più piccola del paese a portarlo al camposanto, senza mai voltarsi durante quel tragitto. Ma Leda era troppo giovane e impaziente e, mentre procedeva affiancando i cipressi, aveva visto Mario e s’era girata a salutarlo.
Un secondo.
Anna le si era scagliata addosso – Ferma, non ti girare! – un secondo – che così te ne porti via un altro!
Solo un secondo, un secondo non conta, che se ne fa Dio di così poco?

Anselmo aveva l’azzurro davanti, e prima che l’ufficiale tedesco gli sparasse, aveva annodato il suo ultimo sguardo al mare, che quel mattino era pieno di luce e senza increspature, e come sempre nell’ultimo istante che la vita ci concede, aveva pensato al suo amore e s’era scordato della guerra.

[Gallivant]

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Ludovica Anselmo
Marchigiana, tenta prima la fortuna in Grecia, invece poi apre il blog Gallivant e torna in Italia.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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