Raccontastoria

di Maddalena Caliumi

Primo diceva sempre che si sopravvive a tutto, tranne che alla morte. Primo è mio fratello. Da quando è tornato dice che a volte si può sopravvivere anche alla morte, il problema è farlo bene. Se va così, allora si è proprio fortunati, dice lui, che non è merito nostro sopravvivere, è più dovuto a una serie di accadimenti anche brutti ma che ci lasciano l’aria. Se non va così, si sopravvive male e allora non ha senso. Dice che ci son morti che non sono la nostra ma è come se lo fossero, ci son morti che è come se ti strappassero un organo e dopo non riesci più a respirare. Son le morti che ci han rubato, come le chiama lui.
Primo è andato in guerra che aveva vent’anni e tutti erano tristi, soprattutto mio padre che fin sulla porta gli ha continuato a dire in un orecchio che non ci doveva andare, che un sistema si trovava sempre, un nascondiglio, che poteva star nascosto nel granaio dentro a un sacco della farina. Io lo sapevo che Primo sarebbe partito, che non aveva il carattere giusto per stare rintanato in un sacco, che era ancora un ragazzo, e la settimana prima era partito anche Giovanni e anche Carlo il figlio del mezzadro, e se erano andati loro poi lui avrebbe fatto la figura del fifone. “Nilde, a me non mi mandano mica al fronte, appena mi vedono mi dicono: te, a pulire le gavette! Ma a quei due lì non glielo dico, anzi!”
E io pensavo a quando era un bambino che si metteva a piangere se lo portavano a vedere ammazzare il maiale e poi lo guardavo e capivo che non sarebbe andata come diceva lui, alto e forte, coi capelli neri e due spalle grandi così.
Un mese dopo è arrivata la sua unica lettera, lo imbarcavano in un sottomarino.
“Di gavette da pulire ce ne saranno molte e anche di patate da pelare. Vi scrivo quando arrivo che la posta in mare non si può spedire.”
Mio padre ha aspettato per sette anni, seduto sui gradini dell’ufficio postale. I nomi di Giovanni e Carlo son comparsi tra quelli dei caduti, quello di mio fratello dopo tre mesi dalla sua partenza era segnalato tra i dispersi. “Ha detto che scriveva quando arrivava, vuol dire che non è ancora arrivato.” E mio padre stava lì a fumare la pipa, poi un giorno, di martedì, non si è più svegliato e sui gradini dell’ufficio postale non c’è più andato nessuno. Tutti, anche io, pensavamo che Primo da qualche parte doveva pur essere, ma che in quel luogo, come in mare, la posta non si poteva spedire.
Son passati altri tre anni e la guerra era finita. Alcuni tornavano da molto lontano e portavano notizie di questo e quello, portavano lettere e piccoli oggetti, portavano parole e messaggi. Tornò un ragazzo di Limidi che aveva incontrato mio fratello il giorno dell’imbarco, disse che era preoccupato perché era la prima volta che vedeva il mare e gli faceva impressione. Il ragazzo disse anche che un sottomarino era stato affondato circa due giorni dopo. Ma non sapeva se era quello di mio fratello, che bisognava sperare perché alla fine dei conti i sottomarini son fatti apposta per stare in fondo al mare.
Io, nel frattempo, gli avevo scritto, sempre, ogni settimana. Tenevo tutte le lettere in un cassetto, era stato mio padre a farmi cominciare dicendo che anche se non poteva leggerle subito sarebbe stato felice di leggerle una volta tornato, così non ci saremmo dimenticati niente.
“Scrivi sol le cose belle, però.”
Ma le cose belle non riempivano le pagine. E all’inizio iniziai a scrivere anche qualcosa di meno bello, poi quelle brutte cominciarono ad accumularsi e scrissi anche quelle.
Raccontai del mio matrimonio, che non avevo dato corda a quel fascista che mi aspettava fuori dalla chiesa e che lui mi diede un biglietto con scritto: “Con le persone malate di mente non si può parlare”, che mi ero sposata con Enzo, il mugnaio, quello che voleva fare l’attore e recitava in parrocchia, che mi ero dovuta vestire di nero, che quando era tornato dall’Eritrea lo ero andata a prendere in stazione e non l’avevo riconosciuto perché aveva la barba ed era senza denti e io mi ero messa a piangere perché non mi sembrava mio marito. Gli raccontai del mulino, che ci stavamo in quattro famiglie con anche la Rosina e i suoi nove figli che eran diventati tutti partigiani e quando venivano a fare i controlli si nascondevano nel fango dei fossi. Che ci piombavano le macine per controllare che non si desse via della farina e di Enzo che nonostante tutto ne nascondeva sempre un po’ sotto le asce del pavimento e che di notte qualcuno incappucciato la veniva a prendere. Che quando arrivavano i controllori e il comandante gli dovevi far da pranzo e la nonna li sfiniva di cibo e vino così che si dimenticavano di controllare. Raccontai di come si stava quando passava Pippo, stretti e ansimanti, chiusi nell’unica stanza senza finestre per tutta la notte e sentivi cadere le bombe e nessuno parlava. Di quella volta che, raggomitolati al buio, era il compleanno della zia Maria e lo zio Ernesto ha detto: “Maria, tanti auguri, cento di questi giorni” e lei gli ha risposto: “Speriam ben di no!” Scrissi della paura ogni volta che qualcuno bussava, delle rappresaglie, di quando portarono via mio marito e tutti gli uomini della via e di come io li seguii, incinta di sette mesi per dieci chilometri col mitra puntato addosso. Dei corpi abbandonati per strada durante la notte, quei corpi coperti di neve e di sangue, quei corpi che conoscevo e non avevo il coraggio di guardare. Del figlio della Regina che giocava col mio e un giorno ha preso in mano una mina, del coprifuoco e della Ginemore e di suo fratello che ha rischiato di prendere una fucilata perché era andato a chiamare l’ostetrica. Della coscienza che non capivo cosa stava accadendo, che non l’avrei mai capito, che ogni giorno bisognava impegnarsi un po’ di più per non essere sopraffatti e basta e tenersi stretti.
Le lettere si sovrapponevano e pian piano tornava un po’ di tranquillità.
Un giovedì di marzo, dopo dieci anni senza nessuna notizia venne al mulino un uomo, magro e stanco con la pelle grigia e sottile. Si sedette al tavolo in cucina e mi disse: “Primo è vivo, è stato prigioniero in Inghilterra e ha detto che appena può viene a casa.” L’uomo era stato prigioniero anche lui e mentre rimpatriava si era fermato a dormire in una fattoria isolata e lì aveva incontrato mio fratello. Stava bene ed era uscito vivo da quel sottomarino affondato. Era naufragato in Africa, forse unico superstite, ed era stato fatto prigioniero e spedito in Inghilterra. Nella fattoria lavorava per una famiglia che lo voleva tenere e gli buttava via tutte le lettere e non lo lasciava partire. Ora, a guerra finita non potevano più trattenerlo.
Tre mesi dopo Primo tornò, bello e forte come prima ma quasi completamente sordo. Disse solo che si ricordava un rumore metallico forte, che quello era l’ultimo suono che aveva sentito bene e che l’Inghilterra era simile alla pianura, con la nebbia ma molto più umida.
“Te lo dicevo, Nilde, che io non andavo a combattere.”
Aveva sete, sete di notizie e di nomi, di storie e lesse tutte le mie lettere più e più volte e domandava e ringraziava il papà che: “Ha fatto proprio bene a farti scrivere, se lo immaginava che poteva succedere qualcosa, se non scrivevi come facevi a raccontarmi che adesso son sordo?”
Aveva ragione. Perché lui era sopravvissuto e quei racconti, quella vita che era anche sua e quelle morti glieli avevano rubati ma solo in parte perché ora poteva leggerli e capire e tornare a respirare.

***

Mia nonna Nilde nella realtà non ha mai scritto quelle lettere, ma ha sempre raccontato queste storie, la sua storia. Ora la sua malattia le ha rubate a lei ed è giusto che diventino storia da raccontare.

***

Quanti lustri si sono inseguiti senza sapere perché,
e ora che posso vederlo, mille lustrini mi riempiono gli occhi,
son anni che passano, che solo ora ricordo.

Un istante soltanto di quand’ero bambina,
mia madre, la casa, la piccola veste di un bimbo.
Le bombe, un morto, una mano che stringe dei fiori.
Il novecento mi scivola sotto le palpebre, sotto la vita, la mia.
E nessuno a cui poterlo spiegare, ora.

Mi sogno ogni notte un evento,
vento che spazza dentro la testa i ricordi più strani.
C’è luce anche ora e tu credi che dorma,
quaranta giorni di passione stammi accanto,
come fossi un neonato.

Tutto ho imparato, tenuto e ora dimentico,
per non sapere più, per apprendere ancora
nella mia prossima vita.

Ricordami tu, anche i difetti,
svelami a un presente di cui son stata la storia.
Proteggi il mio novecento, che io l’ho cresciuto
ed ora lo lascio a te, a voi e al mio ricordo.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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