(Fozòli – Birkenau) Senza passare dal via

di Caterina Imbeni “grushenka”

A Carpi succedono cose strane, ad esempio succede che la festa della Liberazione, il venticinque aprile, a Carpi non si possa festeggiare perché succedono cose brutte. E strane. Allora succede che la Liberazione, a Carpi e solo a Carpi, quest’anno cada di giugno. Il ventinove.
A Carpi, a parte le cose strane, c’è anche un campo di concentramento. E come tutti i campi di concentramento si trova qualche chilometro più in là, così, per non voler dare troppo fastidio. Quando pensavo al campo di Fossoli, da bambina, provavo un po’ di vergogna, e allora dicevo che i forni però no, non c’erano, come a voler minimizzare e allontanare l’orrore. Lo ammetto, erano anni, tantissimi, che non ci tornavo e l’idea un poco mi angosciava.
Però a Carpi succede anche che nascono delle Fondazioni che riescono a tirare fuori la polvere da sotto i tappeti. E succede che ci invitino a Fossoli, al campo, a fare le Schegge, a leggere le cose che non abbiamo potuto leggere il venticinque aprile a causa di quelle cose strane e brutte che sono successe.
Allora noi, sotto la guida del buon Dulinizo, chiamiamo a raccolta i barabbi e andiamo.

Al campo ci cammini lentamente e per quanto tu sia libero di muoverti al suo interno il passo non lo acceleri mai, anzi, ti guardi intorno e indugi su quei mattoni rossi, sulle casette disposte in fila in modo troppo ordinato.
È tutto pronto, le seggiole, la strumentazione, il telone su cui proiettare il video di Materiali Resistenti 2010. Vedo Cisco che cammina – anche lui, lentamente –, ha già fatto i suoni e butta ogni tanto il naso in su verso quei nuvoloni grigi, che in piazza non c’erano e che ora preoccupano un po’ tutti. Sedute sulle seggiole rosse ci sono l’Ada, Corrado, l’Adele, la Ione, la Francesca e Iules. I Manicardi al completo. Li presento orgogliosa a mia cugina Sara, raggiante dentro la maglietta nuova dei Clash. Guardo il Many e già tremo all’idea di dover leggere quel pezzo davanti ai suoi.

Iniziamo all’imbrunire. Il Dulinizo introduce e invita i presenti ad abbandonare le seggiole rosse per addentrarsi con noi nel campo. Solo allora mi accorgo della tanta gente, che nonostante i nuvoloni, l’ora serale di una giornata infrasettimanale qualunque e la locazione non certo festosa, decide di seguirci là in fondo, verso il cortile dell’appello. Insieme a noi c’è padre Gutierrez che con la sua chitarra ci accompagna nelle letture itineranti.

Con la tripletta d’apertura termina anche la luce naturale a nostra disposizione, ma non ci scoraggiamo e ancor meno si scoraggiano gli uditori che continuano a seguirci, sempre più numerosi e al buio, verso l’aiuola commemorativa centrale. Il campo non è mica un parco, i lampioni non ci sono, per questo vorrei sapere il nome di quel prode che ha magicamente estratto una torcia tascabile e ci si è messo di spalle, illuminando meticolosamente ogni frase impressa su carta perché venisse letta più agevolmente. Io ti ringrazio.

Finita la seconda tripletta torniamo in massa alle seggiole e al palco illuminato. Ma, vuolsi così colà, mentre il Dulinizo legge, il tempo si guasta, il vento la fa da padrone e inizia a cadere qualche goccia di pioggia. Ennesimo cambio di location: interno della baracca ristrutturata. Tra me e me penso, vabbè niente, ora se ne vanno tutti. E invece. Invece no.

Dopo una pausa ci ritroviamo dentro la baracca che, fa strano dirlo, ha un’acustica eccezionale. Microfono in mano e chitarra benedetta a fianco finiamo le letture, o meglio, termino io con quel pezzo, quello che il Many non se la sente di leggere davanti a suo nonno, allora dico non c’è problema, lo faccio io. Ma le notano tutti, le mie mani tremanti che a malapena reggono i fogli. Vada come vada il pezzo finisce. Guardo Corrado, seduto di fianco all’Adele, la valletta del mago che, da vera donna di spettacolo, lo indica alla folla “è lui, è lui Corrado!”. Il Many lo presenta e allora Corrado, che prima era seduto sulla seggiola con le mani sulle ginocchia, Corrado si alza e viene accolto da un calorosissimo applauso, proprio lì, dentro una baracca ristrutturata di un ex campo di concentramento, a una manciata di chilometri da Carpi. Fuori imperversava il temporale perfetto, ma a resistere, quella sera a Fossoli, eravamo davvero in tanti.

[Tutto sommato]

(Simonerossi non c’era. Era malato. E a Gianni un cazzo.)

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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