Due minuti e mezzo

di “isa”

60 secondi.

Volevo dirti che la paura è una stanza. Alta circa venti metri, di forma triangolare; le pareti, il pavimento, e il soffitto – a posteriori così lontano – sono di cemento. Per entrare tiri una porta scura, pesante. Non dai importanza alla pesantezza della porta, la tiri e basta perché tanto è una porta e con le porte si fa così. È molto scuro ma non è del tutto buio. Il tonfo che fa la porta chiudendosi alle spalle ti dà uno schiaffo, e non puoi fare altro che interrompere le prime constatazioni; per poi ricominciarle non appena il battito ritorna regolare. Fa freddo, sei senza giacca perché non era previsto che tu l’avessi. Prendi confidenza con l’ambiente circostante. È vuoto. Lo misuri a occhio, pensando a quante persone potrebbero starci. Tante? Non troppe, neanche poche però. C’è un rumore ovattato proveniente dall’esterno che non riesci a identificare. Poi scoprirai che vicino c’è un asilo e che in certi orari, da lì dentro, sentiresti le voci dei bimbi. Ovattate e mescolate a un fruscio basso costante, indefinibile l’origine, per cui non capirai mai cosa dicono ma saprai che sono voci quelle che senti.
È lì, quando il disagio comincia a mangiucchiarti, che pensi di aver sbagliato stanza. Fa freddo, incroci le braccia e il destro strofina il sinistro e viceversa, ma non serve a niente. È vuoto e scruti gli angoli, cercando qualcosa, una forma. Ma non c’è niente. E questo indefinibile rumore di fondo che ti soffia nelle orecchie, preferiresti non sentirlo dal momento che non capisci cos’è. Non hai scampo. Sei finita lì per caso. Se tu avessi fatto qualcosa di male, ma no non l’hai fatto. Sei solo una persona senza giacca che ha aperto una porta suggerita da un percorso di cui ti sei fidata. Ti manca l’aria anche se l’aria c’è. Noti delle finestrine piccole, lontane da te, fatte proprio per far entrare aria. Non tanta, quella appena sufficiente. Ma ti affanni e respiri male. Osservi le pareti di questa stanza senza senso, ed è troppo. Hai le vertigini. Giri su te stessa, guardi a terra. È tutto uguale, della stessa tonalità di grigio. Sembra grigio anche il freddo, e anche il rumore ovattato che ormai detesti e temi. Sei solo tu, potresti anche urlare avendo la voce per farlo. Ma non è previsto che tu lo faccia. Guardi su.

90 secondi.

È nel soffitto e non è neanche così piccola, ma non capisci che forma abbia. Venti metri sono tanti ma lei è lì e la vedi. Entra la luce da fuori, e quel po’ di luce è l’unica cosa che ti ha permesso di ricavare tutti gli altri dettagli, perfino questo rumore che senti e che a tratti sospetti provenire da dentro di te. C’è una scaletta lungo una parete, non l’hai vista subito. È staccata da terra la misura che basta per renderla irraggiungibile, in modo crudele. Hai capito dove sei, hai capito che non vorresti essere lì. Che nessuno dovrebbe essere lì. Che non dovrebbe mai esserci entrato alcuno per nessun motivo. La feritoia che fa entrare la luce, e il rumore, è la consapevolezza di essere lì. È l’unica cosa reale. Ed è l’unica cosa che ti consola mentre ti dispera. Per pochi fondamentali e dolorosi secondi che non devi dimenticare mai hai capito cosa significa. Hai sentito che non c’è colpa ne esistenza che dia senso a tutto questo. Ti sei aggrappata a quella luce, perché ti desse la forza di arrivare su. Fuori. E nello sforzo immaginario che compi aggrappandoti e strisciando sui muri, immagini la fatica e lo sconforto dei tanti. Che sono caduti di sotto, e hanno ricominciato. Che non avevano la forza pur sapendo che la luce era lì. Che si disperavano perché sapevano di non meritare di essere lì, e solo questo li ha uccisi prima degli spari alla nuca, prima della corda a cui sono stati appesi dopo esser stati perseguitati e stanati. Quella feritoia alcuni li ha salvati, non i migliori né i più forti… solo quelli che in qualche modo ce l’hanno fatta.
Volevo dirti che la speranza è una feritoia. Lo so, a volte non la riesci a vedere. Sei stanco, è buio, la disperazione ti ha tagliato le gambe. Ma se riesci tu guarda bene. Provaci perché c’è. Non ti dimenticare mai di cercare la speranza. Non ti dimenticare mai di ciò che hai provato in questo pomeriggio particolare.

***

Ispirato dalla visita alla Torre dell’Olocausto all’interno del Judisches Museum di Berlino. Io in realtà vi vorrei mandare tutti lì dentro da soli per due minuti. È meglio di qualsiasi cosa si possa tentare di scrivere sul tema.

[isabubu]

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“isa”
È tranquilla, ubbidiente, gioca per conto suo o con i fratelli, mangia tutto, si veste senza storie, rincasa in orario, va bene a scuola. Eppure, anche per lei, esiste il castigo.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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