Arsi vivi

di Giorgio “Sba”

Accendo il portatile, mi collego a Wikipedia e lo chiamo. Arriva alle mie spalle, gli chiedo «Conosci questo tizio in foto?». Bofonchia qualcosa, quel tipo col cappello da ufficiale tedesco sulle prime pare non dirgli niente. «Non mi dice niente», conferma. «Si chiama Joachim Peiper». Si irrigidisce, il nome non gli è nuovo. Si avvicina al monitor per vedere meglio, e subito gli si inumidiscono gli occhi. «Dove hai trovato quella foto?». «Su internet». Non si trattiene, inizia a raccontare.

Avevo sei anni a quel tempo. Abitavamo in Corso Bisalta, tuo nonno, mio padre, lavorava come manovale e mia mamma badava a tutto quanto in sua assenza. C’erano la povertà e la fame, ma tua nonna riusciva sempre a farci trovare un piatto di minestra calda. Noi figli eravamo in otto[1], e andavamo sempre a giocare vicino al convento delle Clarisse, di fronte a casa, sull’altra sponda della bealera. Lì, in quei giorni del ’43, si era insediato il comando tedesco[2]. A noi, e ad altri ragazzini, i tedeschi ogni tanto davano qualcosa da mangiare, o qualche pezzo di cioccolato; ma tua nonna ci mandava lì soprattutto perché ci davano le mare del caffè[3], che in casa venivano ancora usate come se fossero nuove, visto che il caffè era introvabile. Quell’uomo della foto lo ricordo come se fosse ieri. Quei lineamenti. Quello sguardo tagliente.

Non sapevo molto di ciò che succedeva, ero piccolo e mio fratello Trumlìn[4] – il più grande di noi – aveva già diciassette anni e non ci diceva niente, altrimenti mamma lo avrebbe punito. Lavorava già a bottega come falegname, era molto bravo. Ci raccontava che il legno più forte è il pino di Sbefia, e noi gli chiedevamo «E che cos’è la Sbefia?» e lui, sornione, «La Sbefia l’è che paìs unda ij’asu petìun da la buca[5]». Credo che non sapesse cosa fosse e dove fosse la Sbefia, e in fondo non era così importante, visto che con quel legno sapeva fare cose meravigliose. Essendo grandicello sapeva già tenere gli occhi aperti, tutti quei soldati che parlavano un’altra lingua non gli davano molta sicurezza e lui non si fidava di nessuno. Sapeva che alcuni uomini del paese e delle frazioni si erano nascosti nei boschi, avrebbe voluto andare con loro ma tua nonna pretese che restasse ad aiutarla a badare a noi piccoli. Quei soldati col cappello “più alto” sapeva che erano i comandanti, e quella faccia della foto, lui sapeva chi era, e me lo disse.

Una sera mia madre, tua nonna, ci chiamò a casa prima del solito, diede a ognuno una sporta con dentro poche cose, qualche vestito, qualche masserizia, i pochi viveri disponibili in casa, e poi ci disse «Andiamo a S. Anna da zia Lucia per un po’». Mi spaventai, non capivo, Trumlìn mi diede un buffetto sulla guancia che pareva quasi un ceffone, senza farmi male però, e ribadì che bisognava andare. Era già qualche giorno che non vedevamo papà, dice che era stato trattenuto al lavoro, era a Torino, in quei tempi. Partimmo con le nostre povere cose, lasciando la casa incustodita, e ci incamminammo verso la frazione dove stava la zia con la famiglia, attraverso una vasta campagna. Quella notte, e per lungo tempo a seguire, dormimmo nella stalla con gli animali. Ormai era quasi autunno e iniziava a fare fresco, di notte, e il fiato delle vacche era più un conforto che un fastidio.

Qualche giorno dopo, mentre eravamo nel cortile, chi a giocare, chi ad aiutare nelle faccende agricole, udimmo qualcuno urlare «Guardate! Guardate là!». Tutta la famiglia si riunì con lo sguardo volto verso la Bisalta, in direzione Boves. Alte colonne di fumo si levavano al cielo. Io pensavo solo che ero contento perché papà era tornato, e che aveva lasciato perdere il lavoro a Torino. Eravamo tutti lì, forse al sicuro. Vidi il volto di Trumlìn, il mio fratellone, con la guancia irrigata da una lacrima, e capii che non stava succedendo niente di buono. Lo avevo sentito parlare con uno della cascina, dicevano che qualche giorno prima i partigiani avevano preso un soldato tedesco, forse lo avevano ammazzato.

I tedeschi, quegli stessi uomini che avevano dato a mio padre il cioccolato e le “mare” del caffè, si rivelarono per ciò che erano veramente: freddi soldati senza cuore, neppure assimilabili alla peggior stirpe di animali feroci. Il 19 settembre 1943 iniziarono la rappresaglia contro la popolazione[6], dando fuoco al paese e sparando per strada a persone inermi. Ripeterono l’opera il 31 dicembre e il 3 gennaio del ’44. Furono uccisi in tutto 54 civili[7] e bruciate complessivamente 850 abitazioni, compresa quella della famiglia di mio padre. Il parroco Don Giuseppe Bernardi e l’industriale Antonio Vassallo furono cosparsi di benzina e arsi vivi in strada.

[NYFT]

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NOTE:
[1] Nel 1954 la famiglia contava quattordici figli, sette sorelle e sette fratelli.
[2] Dopo l’armistizio vennero inviati i carri armati della 1ª Divisione Panzer SS “Leibstandarte SS Adolf Hitler” per annientare uno dei primi nuclei italiani di resistenza partigiana, organizzato e comandato dall’ufficiale Ignazio Vian.
[3] La “madre” del caffè, ovvero il residuo che resta nel filtro della caffettiera (i tedeschi usavano pentoloni con filtri a caduta).
[4] Trumlìn: appellativo piemontese che sta per Bartolomeo.
[5] “La Sbefia (Svezia n.d.a.) è quel paese dove gli asini scoreggiano dalla bocca”.
[6] La seconda registrata in Italia, e comunque una delle prime avvenute dopo l’armistizio dell’8 settembre. La prima rappresaglia si è consumata nel cosiddetto “Eccidio di Barletta”.
[7] Durante la Guerra di Liberazione Boves pagò inoltre il tributo altissimo di 157 vite fra i soli combattenti partigiani, molti dei quali caduti durante le rappresaglie citate.

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Giorgio “Sba”
Nacque, vive di apparenza, morirà appena gli verrà concesso di farlo.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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