Voglio solo vedere il primo che

di Francesco Farabegoli

Era molto in gamba in ciò che faceva. In dialetto romagnolo si dice bùgar (dalle mie parti forse più bòugar). Sono parole intraducibili, e a dire la verità il dialetto romagnolo non lo puoi nemmeno scrivere – e di conseguenza non puoi nemmeno cercarlo su google, ma questa era una cosa che ai padri fondatori era passata di mente. Comunque lui era un bùgar, cioè una persona il cui lavoro era così incredibilmente rispettata all’interno di chi aveva bisogno di lui per quanto riguardava la sfera lavorativa o non so che altro. E soprattutto era buono come il pane. È buono come il pane, che da noi si dice anche semplicemente l’è un pèz ad pèn, è un’espressione di uso talmente comune che non stona nemmeno in bocca a un celiaco, ma quando lo dice un tuo parente ultrasessantenne in dialetto cambiano drasticamente sia l’impatto dell’espressione in sé che – soprattutto – il termine di paragone in oggetto. Il pane da noi si trova anche al supermercato, presurgelato e magari pure già a fette o che cazzo so, preimpastato o biologico o liofilizzato o anche per celiaci. Si trova anche la piadina, di diecimila forme e fatture diverse – tutte ugualmente inaccettabili, anche se il buonsenso ci ha imposto di concentrarci su altre battaglie, vivere e lasciar vivere. Sabato scorso ero al Coop ed ero sul punto di comprare una confezione di piadina romagnola griffata Hello Kitty solo per sapere che gusto avesse. E pèn, invece (a Cesena forse più e pàen) è una cosa precisa. Non specifica il tipo di pane perché IL PANE in Romagna è uno solo – in italiano ora lo chiamiamo il pane comune, dando a tutti gli altri tipi di pane una rigida e svilente definizione geografica, francese arabo toscano pugliese etc – e nel detto popolare è associato all’immagine di un fornaio obeso che si spacca il culo alzandosi alle due del mattino per cucinare il pane che nutrirà tutto il paese con un senso di comunità così intenso e abbagliante che ai nostri tempi non lo troviamo più nemmeno negli spot Barilla. Tutto questo lasciando da parte ovviamente le famiglie nelle quali la massaia, che da noi si chiama azdòra (oddio, proprio DA NOI si direbbe più azdàura) si sbatte e fa la piadina tutte le sere impastando acqua e farina e quando va grassa un po’ di strutto di maiale, che da noi si chiama e baghèn (sia a Cesena che a Ravenna, mentre nel riminese diventa e bagòin), e quindi non ha alcun bisogno di andare dal fornaio. A pensarci bene a quei tempi la piadina la impastava il 98% delle massaie del paese, quindi il fornaio forse non era così ben tornito in pancia e (altrettanto forse) essere buono come il pane significava che eri buono ma non così essenziale alla sopravvivenza della specie. Non saprei. Insomma, questo tizio era buono come il pane anche se era molto in gamba. Però era una persona con la quale non si poteva traccheggiare troppo. Dalle mie parti il carattere di un uomo è definito dal numero e dal tipo di storie che puoi raccontare su di lui. Questa cosa accompagna le persone lungo tutto l’arco della loro esistenza, ma raggiunge livelli narrativi inediti dal giorno della morte in poi. La prima grande biografia di un romagnolo viene recitata ad alta voce dal prete il giorno del funerale: se era un comunista il prete ha SEMPRE cura di dirti che lui aveva idee diverse da quelle della chiesa però se mi vedeva al bar non c’era una volta che mi faceva pagare il caffè (si dice e bàr, ma per le omelie non si usa molto il dialetto: il Concilio Vaticano Secondo ha permesso l’uso dell’italiano e depenalizzato il congiuntivo in terra di Romagna). La storia del caffè poteva essere sostituita da aneddoti sui poveri, servizi resi alla comunità, casse di frutta, aiutare a costruire un capanno o non so che altro, ma insomma. Ok, la storia su questo qui è che era un pezzo di pane ma sapeva il fatto suo e non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Dopo morti i padri di famiglia romagnoli sono tutti come Garrone. Il punto è che a un pranzo di famiglia non puoi dire che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno e non fornire nessun esempio, così il babbo di mia cognata ha raccontato di quella volta che in tempo di guerra i fascisti avevano alzato la cresta e andavano in giro a pestare i comunisti noti. Da noi il comunismo noto era lo sport più praticato dopo il ciclismo, così un paio di ceffoni se li erano beccati in parecchi. Questo povero cristo torna da una giornata nei campi, va a farsi un bicchiere in paese e si trova messo all’angolo da tre fasci di primo pelo con la mazza in mano e il pisello in tiro. Lui si mette placido in mezzo a loro, li guarda fiero e spavaldo e senza rompere il fiato dice loro una frase corta e tranquilla che scritta – anche in romagnolo – perde quasi tutto quel che ha dentro. I fasci se ne vanno via senza toccarlo.

Me a vòi sol ardèi e prèm c’um tòca.

È difficile da tradurre, in realtà. Paradossalmente ha a che fare con un concetto di ritorsione proto nazista, ma a quei tempi non c’era un grandissimo spazio per i grigi – a quel che mi dicono quelli che l’hanno vissuta. Quando vieni messo all’angolo da tre persone hai la peggio per forza, così l’unica cosa DAVVERO coraggiosa che puoi fare è prometter loro di ricordare chi dei tre ha tirato il primo pugno o la prima bastonata. Non ci sono promesse nella frase in sé. La promessa è negli occhi alti e nel fatto che la voce non s’è rotta mentre la pronunciavi. A un certo punto dal fondo del tavolo qualcuno dice di non aver capito di chi è che Romano sta parlando. È una domanda orribile: la prassi, in questo genere di conversazioni, è fare capire a TUTTE le persone al tavolo compresi i poppanti chi è il protagonista della storia. È una cosa che ti ammazza la storia in sé, e d’altra parte avvia almeno dieci spin-off dell’aneddoto. Sai come funziona, giusto? Una persona viene identificata in base alla sua posizione nell’albero genealogico. È il cognato di Mario ad Funèla. Funèla è il tipico nome di una casata romagnola. Le casate romagnole sono conosciute da tutti nel paese e sono le uniche citate nelle conversazioni con gente di una certa età, anche se ad essere sinceri non sarebbero così necessarie. Le casate seguono strettamente il cognome, quindi per esempio i Mulichèin di cognome fanno tutti Bianchi. La moglie di Edo ad Mulichèin non diventa una Mulichèin dopo il matrimonio, se è la figlia di Mario ad Funèla rimane la Maria ad Funèla. Sospetto alle origini di questo cognome aggiuntivo ci sia solo un briciolo di dignità paesana, ma non ho prove tangibili – e mentre me le procuro non è il caso di provare a sgualcire una cosa bella come la memoria dei miei cari. Una volta messe a fuoco le cinque o sei casate di riferimento sei pronto a giocare a Indovina Chi. Lui è il fratello della moglie di Mario ad Funèla. Mario è quello che poi ha sposato la seconda figlia più grande di Elio ad Camél e ha avuto quei due figli che uno dei due s’era fatto prete. I legami tra le persone sono definite in base ai matrimoni e alle parentele di secondo grado e cose così, quindi si va avanti per tre o quattro passi su una linea parentale finché tutti non hanno capito. Se rimane qualcuno che non ha capito di chi si parla dopo tre o quattro passi lungo la stessa linea parentale bisogna ricominciare tutto daccapo. È il cugino di Marco ad Bigiaia, che è quello che si è sposato con la figlia di quello, la quale prima aveva sposato quell’altro e i suoi due figli sono lui e l’altro. Le uniche interruzioni a questo flusso sono le interruzioni gravi e motivate alla politica matrimoniale di un paesino in provincia di Forlì (Forlì/Cesena come concetto è venuto un sacco dopo): trasferirsi in un altro paese, farsi preti o morire prematuramente. In qualsiasi caso una singola identificazione può portare via anche un’ora di tempo, e se il discorso è iniziato mentre a tavola avevano servito la carne – con tutta probabilità – a questo punto hai già finito di bere la grappa fatta in casa di tuo zio e devi tornare a casa per goderti in santa pace il tuo attacco di colite. Avrei VERAMENTE voluto sentire altre storie di quell’uomo, o quantomeno rimanere altri venti minuti per capire quell’uomo chi fosse e in cosa fosse così un bùgar. La vita va avanti. Durante la guerra da qualche parte qua in giro tre fasci han circondato un padre di famiglia e stavano per riempirlo di botte. Lui li ha guardati tranquillo e spavaldo, non ha rotto la voce e gliel’ha detto in faccia a tutti e tre.

Me a vòi sol ardèi e prèm c’um tòca.

[BASTONATE]

__________
Francesco Farabegoli
Scrive di musica e cose simili per Vitaminic, Vice, duecento blog e chiunque altro glielo chieda. Sa tutto. Quello che non sa lo sa cercare su google.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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