Parigi val bene una Scheggia

di Fernanda Scianna “nandina”

Ma quindi siete contenti?

Quante volte l’ho ripetuta questa domanda?
Perché sono un po’ ansiosa, a volte, io.  Voi non lo sapete, ma io sì, e ve lo dico.
Sono un po’ ansiosa. Anche molto ansiosa. Specie quando a qualcosa tengo molto. Specie se da come vanno le cose, dipende la soddisfazione e la contentezza di altri. Perché per me, io mi accontento, io mi arrangio, ma per gli altri, ecco, io per gli altri vorrei sempre che fosse tutto perfetto.
E questo era uno di quei casi lì.

 “Ma quindi siete contenti?”

Diobo’!” m’ha risposto il Many, sorridendo e con gli occhi che luccicavano, bevendo birra (sì, birra) in un baretto a Montmartre.

E allora son stata contenta anch’io.
A Montmartre, sì. Perché quello che è successo sabato 18 giugno e che devo scrivere e rileggere, che altrimenti mica ci credo, è che il girovagare della carovana di Barabba e di Schegge di Liberazione ha  preso un treno (anzi due), ha attraversato la pianura Padana, è entrata in un buco sotto le Alpi, ha attraversato la Svizzera ed è sbucata in Francia.
Sono venuti a “fare le Schegge” a Parigi.
E la cosa ancora più incredibile è che ce li ho portati io, proprio io, a leggere le Schegge a Parigi.

Come è andata che da una delle migliaia di cose che ogni giorno dico tanto per dire “sull’Internet” si sia riusciti a fare una cosa così, ve lo racconto un’altra volta. Diciamo che è uno dei miracoli di Barabba e dell’entusiasmo contagioso che emana.

Una magia.

Insomma niente, per farla breve, un bel giorno eccoli lì, completi di tutto, anche di contrabbasso, pronti a liberare la Ville Lumière. L’occasione è la Settimana Italiana del XIII arrondissement che si svolge in Place d’Italie e dintorni, tutti gli anni da oltre dieci anni verso la metà di giugno.

Quindi a mezzogiorno siamo lì, io con l’ ansia da esame, la gioia delle feste e il piglio da maestra elementare che porta i bambini in gita.
Le cose non iniziano bene come avrei voluto. L’angolino che hanno riservato alla prima parte delle letture è sacrificato, di passaggio, e per di più ci fanno aspettare indefinitamente. Aspettiamo il Console, aspettiamo il Sindaco dell’Arrondissement, aspettiamo che li intervistino, aspettiamo, aspettiamo…
E poi c’è uno di quei cieli parigini che cambiano in continuazione ma le nuvole prevalgono e sono grigie e minacciose. E c’è la radio che trasmette tutto, però un po’ ci vincola ai suoi tempi.

Si parte con la presentazione e poi con la postfazione e all’improvviso tutto viene interrotto.
Aspettiamo. Ancora.
Gli ansiosi odiano aspettare. E io sono un tipo un po’ ansioso (forse l’ho già detto). Non faccio che fare avanti e indietro dallo stand dell’ANPI. Quando sono agitata, oltre a mordermi il labbro inferiore e fare le facce brutte, devo muovermi. Perché sono un tipo un po’ ansioso, io, se non si fosse capito ve lo ripeto.

Però poi finalmente si parte e le voci di Marco, di Luca, di Elena, accompagnate da Simone e Bicio, instancabili e irrinunciabili musici, fermano tutto e tengono l’inizialmente distratto e sparuto pubblico ammassato intorno a quell’angolino riparato di marciapiede inchiodato alle parole, alla musica, al ritmo, al significato. Le persone, anche quelle che l’italiano non lo capiscono, passano, ma prima di andare oltre si fermano a guardare e ascoltare, perché è chiaro che lì sta succedendo qualcosa di bello e di intenso.

Un’altra magia.

La prima parte finisce, il Console e il Maire si sono ormai allontanati. Il cielo è sempre variabile tendente al minaccioso, ma c’è da preparare la scaletta per la seconda parte, ormai siamo partiti, niente ci può più fermare. Io (io, proprio io, quella ansiosa e in po’ sociopatica) faccio un po’ la PR con amici e conoscenti che piano piano arrivano.

Si beve, qualcuno mangia. I musici musicano e  giocano con i bambini fuori da un bistrot.

E quando tutto è pronto e sul palchetto in Place d’ Italie, davanti al palazzo della Mairie, le sedie sono posizionate e i microfoni montati e provati, si inizia.

E inizia a piovere. Ma a piovere seriamente.
Io ci provo a guardare il cielo con aria piagnucolosa per convincerlo a smettere, ma niente, non si impietosisce.
E allora che si fa? Esitiamo, ma ci basta poco per decidere di andare avanti lo stesso.

Il pubblico resiste, sotto gli ombrelli o riparato sotto la tenda dello stand che vende arancine siciliane (genere di conforto non trascurabile). E allora resistiamo anche noi. È solo un po’ di pioggia, smetterà (io ho sempre l’ansia, ma non volendo camminare sotto la pioggia faccio avanti e indietro nervosamente sul palchetto).

Smette presto, infatti. E poco per volta timidamente il pubblico esce dai ripari, comincia a sedersi, anche se le sedie sono bagnate, e arrivano tante persone che si fermano, che chiedono, che vogliono comprare il libro. Di nuovo lo stesso incantamento di un’ora prima. Ed esce il sole, un sole splendido e accecante.

È una delle tante magie delle Schegge.

Sul palco le voci si susseguono come una sola, come unite da un filo, quello della memoria certamente, ma anche quello dell’entusiasmo e della partecipazione.
Leggo anch’ io. E questa volta non tremo. Non tremo per niente. E l’ansia sembra essersi dissolta. Leggo “Dieci lacci colorati”  di Camilla. Lo leggo non solo perché mi piace moltissimo, ma anche perché Camilla non c’è e avrebbe voluto esserci, ché questa città è anche tanto sua, e avrei voluto che ci fosse, proprio qui, in questa città che è diventata ormai un po’ casa mia.

E così m’è parso come se Camilla fosse lì, con noi, almeno per quei pochi minuti.

Il sole tiene ancora un po’, giusto per farci finire.
Ce l’abbiamo fatta, abbiamo “fatto le Schegge a Parigi”.

E poi la fame e la tensione che si allenta hanno la meglio.
Ci disperdiamo per ritrovarci a Montmartre, in un baretto che da fuori non gli daresti due lire, ma poi entri e ci sono i vecchietti al bancone, e le pareti di legno, e c’è calore, anche se non è un bistrot da cartolina.

O forse è un’altra magia. Chissà.

Ma quindi siete contenti?

Diobo’

E allora va bene così. Allora son contenta anch’io e posso smettere di avere l’ansia (perché sono un tipo ansioso, ma a volte sorrido anche).

Poi ci sono state le lanterne volanti nella notte, danzatrici del ventre e incontri imprevedibili, messaggi ai morti e sguardi persi tra i libri.

Altre magie.
Altre storie.

(Dice Il Many che io sono la “donna dell’anno” ma lo fa solo per farmi arrossire e piangere e prendermi in giro, io lo so).

[Oltre lo specchio e le Alpi]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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Una risposta a Parigi val bene una Scheggia

  1. Astrid Virili ha detto:

    grazie nandina per aver reso possibile tutto questo :-*

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