Il rivasso

di Antonio Borelli “cidindon”

Era il nostro piccolo, umido, segreto rifugio.
La prima volta che ci misero lì, sotto a quell’arco di terra umida e fango rappreso, io non me la ricordo.
Ci mettevano qui infagottate dentro a una coperta di lana. Un po’ per il freddo che poteva esserci, un po’ per non sporcarci. D’estate la coperta era un lenzuolo che profumava di bucato e quando ci tiravano fuori puzzava di fango e paura.
Sono passati quattro anni, abitiamo sempre nella stessa casa colonica col portico per i carri e la stalla per gli animali, quella che immaginavamo come una fortezza costruita a qualche centinaio di metri da dove finiva il paese, in mezzo a una spianata coltivata a frumento o granturco, a seconda delle annate. La mamma dell’Ines ora non c’è più e quindi è stata la mia mamma a portarci qui stamattina.
Da quando ne ho memoria, qua sotto è sempre stato buio, anche se ci portavano al mattino, quando i campi brillavano di verde smeraldo o di rugiada e il cielo era tanto azzurro che facevan male gli occhi a guardarlo troppo.
Diversamente dal solito, stamattina la mamma non correva con i capelli che le saltavano fuori dalle forcine come bisce impazzite e gli occhi impauriti perché non si poteva mai sapere che qualcuno ci vedesse. Non era mai capitato, per fortuna. Camminava spedita, quasi sorrideva.
Ci disse come sempre di fare le brave, di restare giù, qualunque cosa succedesse. Sarebbe venuta a prenderci lei. Dopo.
E noi ormai eravamo cresciute e avevamo capito che succedevano cose brutte, anche se non si parlava delle cose brutte oppure i grandi abbassavano la voce quando eravamo vicine. E noi si stava lì sotto, come tante altre volte.
Lo zio negli anni si era premurato di allargare l’apertura del nostro nascondiglio con tutta la pazienza che metteva nell’annaffiare la terra del campo per far crescere quello che ancora riusciva a seminare. Il nostro rifugio era un fosso per l’irrigazione sotto a un terreno rialzato – un rivasso, come lo chiamava lo zio in dialetto – che era come un piccolo ponte che collegava due rive di filari di alberi da frutto. Passandovi davanti pensai che mancavano pochi giorni alle nostre fughe per rubare quei frutti lisci e sugosi, di nascosto dalla mamma che rideva ma mal sopportava, dopo, i nostri lamenti per il mal di pancia.
Da sotto quel soffitto di terra a volte si vedevano piccole rane, incuranti del mondo in cui vivevano, che proseguivano le loro attività salterine. Da lì nel corso di quegli anni abbiamo sentito rumori di mezzi in marcia, esplosioni attutite, urla di donne, raffiche di mitra che ci spaventavano. A volte, ma forse era una fantasia nata dalla paura, ci sembrava di sentire lo scalpiccio degli stivali neri che sapevamo indossavano gli ufficiali, quelli col tacco basso ma duro che facevano un rumore secco e spaventoso. Magari avevano saputo che c’erano le prugne e che erano più buone se si mangiavano staccandole direttamente dal loro sottile picciolo.
E poi quel giorno che sentimmo esplosioni fortissime e la terra tremava tantissimo e dopo un paio di scosse qualche pezzetto di fango si staccò da sopra le nostre teste per pioverci sui capelli e mi toccò rassicurare l’Ines che era più piccola e più terrorizzata di me.
“Non ci cade in testa, non preoccuparti, lo zio l’ha sistemato bene”. Solo che le scosse continuavano e io non ero sicura, tanto che pensammo di uscire, ma ricordando che la mamma ci aveva sempre detto che lì sotto saremmo state al sicuro, io mi fidavo e non uscimmo, anzi restammo lì quasi finché non venne buio e ci recuperò lo zio. Con le sue braccia enormi ci prese su tutte e due perché dopo ore passate sdraiate non ci reggevamo in piedi, le gambe rinsecchite dall’umido o dure per il freddo.
Io me ne stavo di solito rannicchiata sul lato che mi avevano detto era l’est, l’Ines stava raggomitolata dall’altra parte. Ci guardavamo, cercando di nutrire i nostri sguardi di coraggio finché una delle due non si inventava un gioco. Spesso era “specchio”. Se una muoveva il sopracciglio l’altra doveva ripetere il movimento ed era molto divertente quando si iniziava a fare le smorfie, a contorcere la bocca e il naso in espressioni tanto comiche che spesso dovevamo metterci una mano davanti alla bocca o interrompere il gioco per non ridere troppo forte.
Quel giorno, l’inverno era finito da un pezzo, eppure un rigagnolo di acqua che bucava la parete di destra riusciva a lambire le nostre gonne di fustagno.
Quel giorno non c’erano rumori. Quando realizzai quel silenzio, mi scoprii preoccupata, in attesa di vedere dall’apertura del nostro rifugio la punta squadrata, la pelle sbeccata e i lacci consunti delle scarpe da lavoro della mamma. A un tratto sentimmo un rapido rumore di passi. Come se qualcuno stesse scappando. Come quella volta che non so come, riuscimmo a trattenere le urla, non le lacrime silenziose, vedendo dal buco il viso del fattore che rimbalzava sulla terra bagnata, gli occhi che lentamente si spegnevano dopo uno sparo fortissimo che fortunatamente aveva coperto il nostro grido di spavento.
Ines sbarrò gli occhi, allungando la mano verso la mia. Io la presi, era fredda e un po’ fangosa. Non avrebbe dovuto esserci nessuno lì. Fosse stato un ufficiale col tacco basso sarebbe stata la fine. La mamma diceva che erano spietati. Fosse stato un soldato, chissà, avrebbe avuto pietà.
Rannicchiate, spaventate, pronte a graffiare, ad urlare, a scappare se le gambe fossero state reattive, gli occhi sbarrati verso l’apertura del fosso, le mani che erano ferme in una morsa di gelo pauroso.
“Bù!”. Dal buco sbucò una faccia conosciuta.
Ines urlò con tutta la foga che aveva in corpo. Come un’eco urlò pure la faccia sul bordo del fosso, mimando una voce troppo stridula.
Nino, il figlio del lattaio.
Lo guardai dapprima inferocita, poi sollevata, finché sorrisi alla sua imitazione pessima.
“Potete uscire, sono arrivati i partigiani” disse allungando la mano. Con Ines ci guardammo. Potevamo fidarci di quel ragazzo che passava a consegnare il latte, quando il razionamento lo permetteva? Mi sorrideva sempre o faceva finta, l’avevo scoperto un giorno aspettare all’imbocco della strada, nell’attesa del mio arrivo per poi pedalarmi incontro fingendo di non avermi vista con la bici nera e rugginosa. Era più grande di qualche anno e lo invidiavo perché lui poteva scorrazzare in giro con la bici a portare il latte, ma chissà se poi non la usava anche per farsi un giro da solo. Sarebbe stato bello potere fare un giro con lui.
“Dai, è finita” fece, allungando ancora più il braccio.
Si sentirono un paio di fucilate venire dal paese. Lui sorrideva e aveva gli occhi azzurri. Uscii, lasciando il mio lenzuolo nel fosso per poi chinarmi a stringere la mano di Ines che titubante, quasi si fosse affezionata a quel postoscuro al riparo da una guerra che non capiva, esitava ancora.
Nino disse che erano di festa.
Le fucilate.
Anche i suoi occhi erano una festa, pensai, mentre vedevo la mamma correre verso di noi. Si vedeva che sorrideva anche da lontano, le braccia aperte a sfiorare gli alberelli di prugne, come a volare.
Libera.

[Cidindon’s Weblog]

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Antonio Borelli “cidindon”
Quasi due metri di altezza e presunta saggezza accumulata in 40 anni di vita in un paese addormentato fra pianura e colline. Ex cestista, quasi ex-batterista. Camminatore con la musica nelle orecchie. Orgoglioso possessore di un blog.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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