La bicicletta del fascista

di Valentina Divitini “ipathia”

Questa storia si svolge nel punto in cui la valle piega verso nord e il sole tramonta un po’ prima e sorge un po’ dopo. Le montagne stringono lo sguardo in ogni direzione e non lasciano grande spazio all’immaginazione di altri orizzonti. Dai terrazzamenti coi muri a secco si ricavano strisce di vigna lunghe appena qualche metro e larghe abbastanza per un paio di filari, che danno un vino che sa di pietre e ostinazione. Le righe orizzontali delle viti fanno da contrappunto alle righe verticali degli impianti idroelettrici: la forza con cui l’acqua precipita attraverso i tubi da quei pendii scoscesi si trasforma in energia elettrica, secondo l’intuizione per cui tutta la fatica spesa per risalire la montagna debba restituire qualcosa di altrettanto potente nel percorso inverso.
Dietro a quella piega un po’ più dolce, ad appena un chilometro, c’era e ancora c’è il confine con la Svizzera. Si può andare a piedi, è una breve passeggiata, anche se, all’epoca dei fatti, contrabbandieri e disertori preferivano ovviamente sentieri più lunghi e meno scoperti. Il paese era tutto rannicchiato sulla sponda destra del fiume. Negli edifici delle scuole si era stabilito il quartier generale dei tedeschi, i francesi di Petain occupavano la caserma degli alpini, mentre i fascisti si erano stabiliti nel lussuoso Hotel Tirano, sul viale. Era difficile per Rosa evitare uno qualsiasi di questi posti nel percorso verso casa, la sera, quando usciva dagli uffici dell’azienda elettrica dove lavorava come segretaria.
Era il 1943 e Rosa aveva 22 anni. Era tornata da poco al suo paese: per sette anni aveva vissuto a Roma presso una famiglia di professori e studiosi, ed è forse da lì che è nata la sua passione per la lettura. Sicuramente l’esperienza nel correggere le bozze dei libri e sistemare gli appunti del Professore e della Signorina aveva rafforzato la sua abilità nello scrivere a macchina, e così ora si ritrovava a lavorare per l’azienda e a tornare a casa la sera attraversando il ponte e stando bene attenta non dare troppo nell’occhio, a non dare troppa confidenza a nessuno.
Sapeva di correre un rischio mentre sparecchiava la tavola e tirava fuori la macchina da scrivere. Non tanto perché qualcuno avrebbe potuto seguirla e vederla entrare di notte nel laboratorio della pasticceria dove andava a prendere ordini e messaggi da portare in montagna. Questo non la preoccupava: con tutto il movimento che c’è in paese chi ha il tempo di fare caso proprio a me e ai miei spostamenti?, pensava mentre iniziava a battere a macchina l’ennesima copia dell’ennesimo volantino che sarebbe stato distribuito attraverso percorsi segreti e ignoti anche a lei. Nessuno badava alle sue attività, e lei stava bene attenta a non attirare attenzioni generiche. Ma sapeva che c’era una persona, una persona in particolare, a cui poteva nascondere ben poco.
Una mattina Rosa si era alzata molto prima dell’alba per portare un messaggio a Baruffini, un paesino di quattro case raggruppate a mezza costa; una camminata di due ore al buio e al freddo al termine della quale l’avrebbe accolta in chiesa una suora spaventata, che le avrebbe preso dalle mani la busta per poi consegnarla ai partigiani quando sarebbero scesi dai boschi. Due ore di camminata a salire, poco più veloce la strada del ritorno: era un bell’esercizio ginnico, la mattina presto, e inevitabilmente lasciava qualche traccia. Giunta in ufficio Rosa si sentiva osservata dal suo capo, un fascista che occupava un ruolo direzionale nella strategica azienda elettrica. Lui non diceva nulla. Lei diceva ancora meno.
“Potrei prendere in prestito la vostra bicicletta per domani mattina?”
“A cosa vi serve, Rosa? non avete la vostra?”
“La mia è in riparazione, e ho urgenza di andare a trovare un parente in difficoltà a Sernio. Se non è di disturbo mi fareste proprio una grande cortesia.”
“Certamente, se è così: prendetela pure questa sera, quando uscite dall’ufficio.”
Era gentile, per essere un fascista. Ma era sempre un fascista. Non sarebbe stato gentile se avesse visto la mattina seguente Rosa pedalare nella penombra verso Sernio seguita a distanza da un uomo vestito con un’uniforme sporca e lacera, sulla sua bicicletta, per andare ad unirsi ai partigiani. Rosa faceva strada: suo fratello, prima di sparire anche lui nei boschi, le aveva lasciato indicazioni abbastanza precise su dove andare e cosa fare per aiutare le persone che arrivavano di nascosto dal confine svizzero per raggiungere le unita’ di combattenti sulle montagne.
E così per due anni Rosa aveva continuato a fare il suo lavoro in ufficio, sotto lo sguardo del capo. Continuava a battere a macchina, senza dare nell’occhio. E poi a casa batteva a macchina ancora, tutt’altro tipo di documenti. E arrivava in ufficio la mattina affannata, sempre sotto lo sguardo del capo, dopo le notti passate a camminare e portare messaggi. E chiedeva in prestito la bicicletta del fascista quando doveva spingersi più lontano del solito o accompagnare altri partigiani a raggiungere i loro compagni. E lui la osservava, e lei non diceva nulla, e lui diceva ancora meno ma le prestava la bicicletta.
Per quanto potesse stare attenta, Rosa, e risultare del tutto innocente mentre pedalava tra i vari presidi del paese, sapeva che al suo capo non era riuscita a nascondere le attività in cui era coinvolta.
Finché un giorno, e non diremo un bel giorno, un trapestio improvviso all’ingresso dell’azienda elettrica fa saltare Rosa sulla sedia. Si affaccia alla finestra, e le strade sono piene di gente che corre da tutte le parti. Non capisce al momento, Rosa, non le avevano detto nulla l’ultima volta che era stata al laboratorio di pasticceria a prendere l’ultimo messaggio da consegnare. Guarda la gente correre nelle strade, mentre cerca di mettere insieme quello che vede e le sue speranze quasi senza osare immaginarsi che fosse finalmente arrivato il giorno più atteso. Veloce come una lepre, alle sue spalle il capo si lancia verso la porta e scappa, giusto un momento prima dell’irruzione di due ragazzi sconosciuti dal vano delle scale.
A quel punto Rosa capisce: non ci sarà più nessuno da accompagnare in montagna perché chi era sulle montagne è sceso e i fascisti stanno correndo via, da tutte le parti, e i francesi non si vedono, e i tedeschi sono chiusi nelle scuole e si sentono spari, e allo stesso tempo Rosa si sente sollevata, e spaventata, e confusa. Per la prima volta Rosa non sa quale sia il suo posto, cosa ci si aspetta che lei debba fare, da chi andare, come comportarsi. E per la prima volta, in mezzo alla confusione più grande, Rosa ha un momento di terribile lucidità: misura quanti e quali pericoli ha corso in quei due anni passati così velocemente. Vede il panico in chi aveva imparato a temere, e riconosce di non essere mai stata tanto spaventata, riconosce la forza delle proprie idee che l’ha sostenuta, e le dà un nuovo nome: incoscienza. E di nuovo, da incosciente mossa dal senso di giustizia, Rosa lascia l’ufficio. Si avvia lungo il viale, corre verso la casa del suo capo. Lui ovviamente non c’è, ha avuto il buon senso di non tornare, e la casa è già stata assaltata, i vetri di tutte le finestre distrutti, le porte sfondate, i buchi dei proiettili di fucile nei muri.
E allora Rosa corre a cercare quelle persone del laboratorio di pasticceria, trova quello che comandava un po’, e gli racconta che sì, il suo capo era un fascista ma che avrebbe potuto tradirla mille e mille volte, che aveva capito tutto ma non aveva mai detto niente e quando l’avessero preso di ricordarsi di questo e di salvargli la vita.
E così infatti fu: il fascista venne catturato ma non fu fucilato e sparì. Con lui sparì il suo nome che non venne mai più pronunciato, mai, nemmeno in questi racconti, nome subito dimenticato nei festeggiamenti e nella confusione che seguirono.
Qualche mese più tardi il suo posto nell’ufficio dell’azienda elettrica fu preso da Michelangelo, detto Angelo: un alpino partito a militare a 20 anni e ritornato a casa a 28 dopo la campagna di Albania, la campagna di Russia, la terribile disfatta lungo il Don e i campi di prigionia. Rosa continuava ad evitare di attirare ogni attenzione su di sé e cercava di dare nell’occhio il meno possibile, ma Angelo se ne innamorò comunque, e se non fosse stato ostinato e testardo nel corteggiamento quanto quelle viti arrampicate sui sassi della montagna non sarebbero nati il mio papà e i miei zii, e non sarei qui a raccontarvi questa storia.

[Malapuella]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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