S.S. 131

di Isabella Dessalvi “Isa Dex”

Quando li presero per “arruolarli” erano poco più che ragazzi in mezzo ad altri ragazzi, e quelli che li comandavano erano poco più grandi di loro.
Partirono per il “Continente”. Tutti assieme, tutti stipati nelle navi e poi nei mezzi con addosso quelle divise ruvide, le scarpe scomode (anche se per qualcuno le scarpe erano una novità) e le armi.
Per tanti di loro, quelli provenienti dall’interno della Sardegna, le armi non erano una novità. Per i cittadini invece sì.

Antonio Zedda ed Efisio Deplano erano nati agli antipodi della regione sarda. Antonio Zedda era figlio di un professore di Sassari: Capo di Nord. Efisio Deplano era figlio di un bottegaio di Cagliari: Capo di Sud.
Subito, come è da secoli, si detestarono.
Tra Sassari e Cagliari non è mai corso buon sangue: i sassaresi chiamano i cagliaritani maurreddini (mori), perché dicono che sono scuri, simili ai nordafricani; i cagliaritani, invece, chiamano i sassaresi impiccababbu (impiccapadri), a quanto pare per una moria sospetta di padri a causa di uno sgravio fiscale concesso nei secoli passati a chi fosse stato orfano di padre: più diffusamente, nel capoluogo, si dice che i “tattaresi” son sleali.

Con queste premesse non era molto facile che tra Antonio ed Efisio nascesse un rapporto d’amicizia.
«Ma porca miseria, con tutti quelli che hanno arruolato, proprio con un sassarese dovevo finire?» diceva il cagliaritano.
«Vedi di piantarla, maurreddino ignorante » gli faceva eco il sassarese.
La guerra però non lasciava spazio a ripicche campaniliste o a dispetti insensati; le energie erano tutte impegnate a cercare di sopravvivere; la mente era alle famiglie lasciate a casa, alle città, alle feste patronali – le feste “grandi”, attese tutto l’anno.

Quando arrivò l’8 settembre del 1943, Antonio ed Efisio, assieme ad altri commilitoni sardi, si trovavano in Umbria.
Nell’arco di pochi istanti, tutto andò allo sbando. Non c’era molto da fare se non assecondare il desiderio comune e scendere giù a piedi fino a Civitavecchia, al mare, per vedere se una nave poteva riportarli a casa.
Efisio disse: «Per me dobbiamo provare ad andare a Civitavecchia. Magari una nave la troviamo.»
Antonio rispose: «Mi sembra una coglionata: i tedeschi controlleranno il porto.»
Efisio aggiunse: « Cosa c’è… hai paura?»
Antonio puntualizzò: «Io? Non dire coglionate. Cammina, maurreddino.»

Desiderio sensato ma impossibile da realizzare. Arrivati nel Lazio, la compagnia perse fiducia davanti ai rastrellamenti e si sbandò, spargendosi tra Roma e Viterbo in gruppi che rispecchiavano l’appartenenza a un ben specifico ordine: sud, centro e nord Sardegna.
Antonio ed Efisio si divisero e non seppero mai che le difficoltà affrontate in quel periodo furono le stesse per entrambi. Sopravvissero come meglio potevano. Qualcuno nelle fattorie del viterbese li prese per essere aiutato nei lavori agricoli, ma come si fa se la terra in vita tua non l’hai mai vista? Uno era stato tutta la vita chino sui libri e l’altro tra la spiaggia e la bottega.
L’unica cosa di cui erano grati è che non dovessero più sparare, ammazzare altre persone. Era strano dover ringraziare il signore per le vesciche alle mani o per il puzzo di merda d’animale addosso.
Ogni tanto riuscivano a comunicare tra loro, per dirsi le novità. Perché se tra di loro i sardi son divisi, quando sono in mezzo agli stranieri sono un corpo unico. E se a casa per un sassarese o cagliaritano morto la parte avversa sollevava le spalle, fuori ti dispiaceva come quando perdevi un fratello.
Lavorarono a lungo in quei campi senza paga, ma mangiando bene e dormendo al riparo. Lavorarono fino a quando, inseguiti da tedeschi e fascisti, non furono beccati e obbligati a muso duro ad arruolarsi nei repubblichini.

Di nuovo armi, di nuovo marce, di nuovo vicinanza forzata tra Antonio ed Efisio e tutti su verso l’Altitalia, verso il freddo, verso gente che parlava in modo strano e che non ti capiva.
La costrizione di dover ancora una volta incitare il Duce, avvicinò sempre di più quei pochi sardi rimasti. Le differenze ataviche e tutte isolane vennero annientate dall’odio provato verso quella ridicola marionetta dei nazisti, verso quelli che li obbligavano a fare questo bastardo mestiere di ammazzare la gente, di lottare contro tutti, di odiare tutti.

A Trieste l’occasione.
«Io stanotte me ne vado – disse Antonio – ho deciso.»
«Dove vai? Disse Efisio, ad impiccare qualcuno?».
Risate sommesse.
«Certo che sei proprio ignorante – rispose Antonio – qui nei dintorni ci sono altre persone che combattono. E non lo fanno perché costrette. Lo fanno per liberare l’Italia e io voglio unirmi a loro. Ho ucciso delle persone, almeno adesso ammazzo quelli che mi ci hanno costretto.»
Efisio lo fissò e disse: «Bene, vengo anche io, tanto siamo talmente in Altitalia che di tornare a casa mi sa che non se ne parla proprio.»
In realtà gli dava fastidio che il Sassarese avesse mostrato più coraggio di lui: chi pensava di essere? Uno meglio di lui? Sentitosi orgoglioso di sé stesso si alzò in piedi e lentamente fissò tutti i presenti, uno ad uno negli occhi.
Mano a mano le teste si scossero in numerosi sì e quel giorno un gruppo di sardi disertò. Si unirono tutti quanti al “Battaglione Triestino d’Assalto”.

La vita del partigiano non era meno dura di quella del militare, anzi. Di luogo in luogo braccati, nascosti, animali strani, con strani rituali che parlavano di una terra lontana, di mare ma anche di montagna, proprio come la Venezia Giulia. L’idea di combattere per un ideale abbracciato ora senza costrizione ma volontariamente, liberava la loro anima, e se le discussioni, se fossero meglio i malloreddus o i culurgiones, ancora li separavano, l’idea di tornare in quell’isola una volta finita la guerra li stringeva in una morsa d’affetto che gli altri guardavano con ammirazione.
Antonio ed Efisio si scoprirono molto più simili di quanto non avrebbero potuto pensare. Gli altri li chiamavano “131”, come la strada statale che attraversa la Sardegna da Cagliari a Porto Torres passando da Sassari. Più spesso li chiamavano “i cittadini”, con evidente sarcasmo. Infatti non c’erano molti cittadini tra loro e il fatto di essere entrambi vissuti con determinati agi, ancora non giunti dappertutto nelle campagne, li aveva fatti avvicinare non poco.

Il gruppo di partigiani sardi agiva compatto in mezzo ai giuliani e non ci volle molto a sapere che poco lontano vi era addirittura una brigata, la 158ma brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, comandata da un sardo, il compagno Moro, al secolo Salvatore Bulla nato a Bultei, in provincia di Sassari.
Di lì a poco, nel dicembre del 1944, venne formalmente richiesto al comando di Divisione di poter costituire un battaglione sardo all’interno della 158ma brigata.

Nelle notti fredde di dicembre non fu poca la gioia con cui i corregionali li accolsero e non si tardò a trovare parentele, conoscenze e amicizie comuni. Molti ragazzi, al pari dei soldati della Brigata Sassari durante la Grande Guerra, andarono a ingrossare le fila di quelli che a casa non tornarono più.
Antonio ed Efisio no. Loro ce la fecero. Oramai più che fratelli, con mezzi di fortuna e aiuti insperati lungo il percorso, riuscirono a far ritorno alle loro case. Non rinnegarono mai l’amicizia profonda nata tra loro in quell’esperienza unica.
Due volte all’anno si incontravano a Sorgono, piccola cittadina dove Antonio Gramsci soggiornò ancora bambino con la famiglia. Sorgono, soprattutto, era il centro esatto della Sardegna. Non era né Capo di Nord né Capo di Sud, non era né grande città né campagna ma soprattutto non era né Cagliari né Sassari.

***

Antonio ed Efisio forse sono esistiti, forse no. Vera però è la storia di un gruppo di sardi che andò ad ingrossare le fila della 158ma Brigata Garibaldi Antonio Gramsci.

[Il Punto di Merda]

__________
Isabella Dessalvi “Isa Dex”
Femmina, perennemente in viaggio ma imprescindibilmente sarda. Scrive racconti e canzoni, fotografa, cucina, e possibilmente fa tutte le cose assieme.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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