Dopo è venuto l’otto settembre

di Gianfranco Mammi

Dopo è venuto l’otto settembre; l’otto settembre il capitano che era una gran buona persona ci ha fatto un discorso, ha detto “Oh, ragazzi, piuttosto che lasciarvi in mano dei tedeschi andiamo sulle montagne e facciamo i partigiani, andiamo a fare i partigiani”, allora si parte con il moschetto, con tutto, e andiamo sulla montagna da Cecina Marina lì a Livorno. Quando siamo su questa montagna, era nel pomeriggio, siamo arrivati, ha fatto un gran discorso il capitano, allora dice “Ragazzi, chi vuol restare qua faremo i partigiani, e chi vuol andare vada.”
Allora io ho pensato subito “Io vado” e infatti son partito alla sera con sei toscani, […] ho tolto i vestiti da soldato, siccome avevo un po’ di vestiti borghesi che erano un paio di calzoni corti e una canottiera e la mia valigetta da barbiere, e al primo contadino ci ho lasciato la divisa militare per due fiaschi di vino.
Il giorno dopo partiamo e via, ogni giorno si arrivava a casa di un toscano […] poi arriva che finiti i toscani, a Pontedera, son rimasto solo, allora anche lì giù il morale, ho detto “Adesso cosa faccio?”
Bisognava andare sempre fuori strada perché per le strade principali i tedeschi ti prendevan su; per un altro caso incontro uno vestito da militare con zaino e tutto, ho detto “Ma scusa, tu da dove vieni?”
“Io vengo da Modena.”
“Ostia, e io devo andare a Modena.”
“Guarda, puoi andare tranquillo perché i tedeschi che prendon su la gente sono avanti, son già passati, allora puoi andar tranquillo.”
[…] Allora anche lì bisognava pensare, o andare nei partigiani oppure passare per amico dei fascisti, non sapevi che cappello metterti. Siccome io avevo già buttato via il fucile là in toscana, poi andare a prendere un fucile volontario proprio non me la sentivo e poi si diceva che i partigiani andavan nelle case a portar via la roba, ho detto “Anche questo è un mestiere che a me non mi va.”
[…] Dopo un po’ avevo ripreso a lavorare da sarto con due ragazze o tre, ma non in paese, a Ca’ d’Mami, in mezzo ai campi, solo che lì i miei amici venivan sempre a dire “Quando vieni tu nei partigiani?” e io rispondevo sempre “La settimana prossima vengo di sicuro”, dicevo che al momento ci avevo il mio daffare. Ma io aspettavo sempre l’armistizio ma non arrivava mai, allora un bel giorno ho preso una staffetta dei partigiani che si chiamava Anderiòun e faceva il macellaio a Polinago e gli ho detto “Anderiòun, io andrei nei partigiani, ma ho preso paura del fucile a militare, non vorrei un fucile.”
Allora Anderiòun si è informato e poi ha detto “Guarda, han detto così che di fucili non ne hanno, che se vuoi andare a fare il barbiere ti prendono volentieri.”
Allora io sono andato con la mia valigetta a fare il barbiere e c’erano quattro o cinque formazioni, che una formazione vuol dire un gruppo di persone da una parte, un gruppo da un’altra parte, in case coloniche, allora io al mattino andavo in una di questa case a turno e alla sera andavo a dormire al comando che era a Montemolino; lì c’era il capo partigiano che si chiamava Nello e comandava tutti assieme a suo fratello e a un altro che non mi ricordo bene il nome.
Un giorno arriva una spia da Mocogno che c’era questo capitano Bertini e aveva tre sorelle zitelle, allora questi qua son partiti con un furgone e han svaligiato la casa e ci han portato via tutto, la biancheria e tutto quanto; in mezzo a tutta questa biancheria c’era tutta la roba da notte di queste zitelle, alla sera al comando si vestivano con i mutandoni da donna e le loro cose da notte, in cinque o sei, tutti assieme, sembrava un manicomio. Lì ci voleva proprio la macchina da presa da prenderli giù, della roba da diventare matti.
Poi in sartoria facevo anche le mutande con la seta dei paracadute e i giubbotti con la stoffa delle mantelline, e così lavoravo per i partigiani.

(da Vita di «Ridolini» raccolta dalla sua viva voce, ed. Trasciatti, collana I Libratti, 2010)

[Gianfranco Mammi]

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Gianfranco Mammi
È nato a Caracas (Venezuela) nel 1957, ma ha quasi sempre vissuto a Modena. Ha pubblicato Uomini senza Mercedes (Fernandel, 2002), A perdere si fa meno fatica (Travenbooks, 2005), I cani di Bucarest (AlphaBeta, 2010) e Vita di Ridolini (Trasciatti, 2010). Suoi racconti sono apparsi su quotidiani e riviste, tra cui L’Accalappiacani, Linus e Panta.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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