Il volo della colomba

di “Batchiara”

La ragazza era appena uscita di casa, in una bellissima giornata di maggio con il sole già troppo caldo che si rifletteva giù nel golfo e si scomponeva in mille diamanti. Aveva sceso le scale di corsa, con tutta l’energia e l’impazienza dei suoi sedici anni. Si appoggiò un attimo al muro per riprendere fiato, respirando il profumo pungente dei fiori di campo e quello più sottile – in sottofondo – della stalla di Gino, in fondo alla discesa che portava alla Chiesa.
Era uscita con la scusa di andare a prendere del rosmarino nell’orto della nonna, per poter restare qualche minuto da sola e ripensare con il cuore che le batteva forte al ragazzo con cui aveva ballato la sera prima: un ragazzo lungo e secco, che aveva perso il papà – morto nella Grande Guerra – prima ancora di venire al mondo e che per questo, forse, andava in giro con l’aria spesso triste. Edoardo (il nome l’aveva scoperto in seguito) era timido, con le orecchie a sventola e gli occhi grandi e l’aveva guardata a lungo prima di decidersi ad attraversare la sala da ballo e sfidare le occhiate severe della sua famiglia in mezzo alla quale sedeva composta ad occhi bassi. L’aveva fatta alzare e poi l’aveva guidata con leggerezza, posandole una mano rispettosa e cortese sulla schiena, lì dove la sentiva premere ancora adesso (e lei aveva pensato che tra quelle braccia avrebbe potuto farsi portare in cima al mondo). Poi le aveva sorriso, e il mondo si era fermato.
A tutte quelle cose pensava Eva, mentre sentiva uscire dalle finestre spalancate la voce allegra di sua madre che prendeva in giro suo marito. Lui le rispondeva – inframmezzando piano qualche bestemmia per non farsi sentire – mentre si rigirava nel letto in preda ai dolori, gentile omaggio di una sonora legnata e di una bella bottiglia di olio di ricino che aveva rimediato il giorno prima mentre tornava a casa dai campi, solo per aver indossato al collo un fazzoletto rosso con cui si riparava dal sole a picco.
Gente strana, questi fascisti. Non li aveva ancora capiti bene. “Come tutti quelli che comandano”, diceva sua madre “bravi solo a dare ordini e mangiare a sbafo. E poi nessuno che faccia mai niente di concreto per la brava gente. Tutti uguali”. A Eva facevano un po’ ridere, con quelle braghe larghe che si stringevano negli stivali e il berretto con la nappa. Tra gli altri c’era anche Aristide – il figlio del ciabattino – che andava a scuola con suo fratello grande: se lo ricordava bene, da bambino, quando tutti lo prendevano in giro perché balbettava e sua madre lo veniva a prendere per un orecchio se faceva tardi per cena. Ora che lo vedeva andare in giro a petto in fuori e mento alto, le faceva un po’ paura, soprattutto per come la guardava certe volte. Come se potesse sempre allungare la mano e prendere quel che voleva. Poi si dava della sciocca e si diceva che certe cose non si fanno. Certe cose non possono succedere.
Si decise a muoversi, non poteva certo restare tutto il giorno con le mani in mano. C’era il coniglio da disossare e la tovaglia buona da portare al lavatoio, con quelle macchie di vino che proprio non sapeva come avrebbe fatto a togliere. Costeggiò il muro della casa dei Ciavaìn e come al solito buttò un occhio attraverso il cancello per guardare la grande abitazione che dominava il paese e dove sua madre andava a prestare servizio la mattina presto. “Chissà come dev’essere” – pensò – “avere tanti soldi e vivere in una casa dove ci sono più stanze che persone, avere un letto tutto per sé, potersi comprare un cappotto nuovo tutti gli anni”. Di nuovo, scacciò quei pensieri dalla testa. E poi la mamma le diceva sempre che la gente povera può essere felice quanto la gente ricca, anche se mangia peggio.
Passò davanti alla scuola, e ricordò l’aula fredda con le macchie di umido sui muri, il maestro severo che faceva l’appello e teneva la bacchetta in mano sempre pronta a punirti, soprattutto se sbagliavi le date della marcia su Roma. Per un momento rimpianse l’averla dovuta lasciare alla fine delle elementari. “Le donne cosa studiano a fare?”, diceva suo padre. “La scuola mica ti insegna a crescere i figli e badare alla casa!” e lei già aveva dovuto insistere per poter arrivare fino alla quinta. Ripensò alla fila ordinata di quaderni gelosamente custodita nel cassetto del comò, la calligrafia elegante e precisa, le operazioni senza un errore. Sospirò e pensò con determinazione: “Quando avrò dei bambini li lascerò studiare quanto vorranno”.
Attraversò la piazza, con la gente seduta negli angoli all’ombra e i vecchi sotto al pergolato che giocavano a carte mangiando fave e formaggio e bevendo vino. Salutò la Beppa, che abitava accanto alla nonna e aveva avuto da poco un bambino: era un bimbo bellissimo, con due occhi blu enormi e la pelle scura – tutto suo padre – che sorrideva gorgogliando a chiunque comparisse nel suo angolo di visuale. Era impossibile non adorarlo.
Sentì stridere da lontano le ruote di una macchina che saliva lungo i tornanti della strada. Di quei tempi solo due categorie di persone potevano permettersi un’automobile: carabinieri e fascisti. Si ritrovò a sperare che fossero i primi, ma venne presto delusa. La grossa macchina nera piombò in mezzo alla piazza sollevando polvere e calore, come un ospite grasso e sgradevole che si impone non invitato al pranzo di Pasqua. Ne scesero un paio di volti noti in camicia nera – tra cui Aristide – e un brutto ceffo dalla faccia porcina che nessuno aveva mai visto prima.
Aveva lo sguardo freddo e volgare di chi è abituato a fare quello che vuole e si muoveva con la sicurezza di chi ha il potere e lo esercita a suo piacimento. Si guardò attorno, gambe ben piantate a terra e mani sui fianchi, con gli occhi del paese puntati addosso. Si respirava un’aria pesante, di attesa. Poi, mentre il fascista alla guida riprendeva il suo posto in auto, Aristide iniziò a descrivere al forestiero le attività commerciali (il bar con annessa sala da ballo, che richiamava gente da tutti i paesi attorno, il piccolo salone del barbiere, la macelleria) come se l’avesse creato lui, il paese. Intanto Eva rimaneva immobile, le gambe che improvvisamente si rifiutavano di rispondere e di portarla a casa, al sicuro.
Il fascista venne accompagnato in giro per la piazza, mentre la gente faceva finta di ricordarsi qualche impegno urgente da sbrigare e spariva frettolosamente. La Beppa, che si era attardata per sistemare meglio il ciripà del bimbo, quando alzò gli occhi se li trovò di fronte. Buttò un’occhiata disgustata ad Aristide, che la conosceva da sempre e l’aveva sempre odiata, da quando aveva rivelato al fidanzato che per anni quel timido balbuziente le aveva teso agguati negli angoli bui del paese cercando di metterle le mani addosso. L’aveva infastidita a tal punto che i genitori non la mandavano più sola nemmeno al lavatoio. Quando Giovanni l’aveva saputo non ci aveva visto più e l’aveva umiliato prendendolo a pugni davanti a tutto il paese una domenica, all’uscita dalla messa, anche se tutti avevano pensato ad una banale questione di gelosia.
“Come si chiama, questo giovane fascista?”, chiese il visitatore, dandosi un’aria di importanza. “Libero”, disse lei sottovoce, cercando intanto con lo sguardo una via per tornare a casa alla svelta. “Bene, molto bene. Libero di servire la nostra gloriosa Patria al servizio del Duce e dell’Impero, immagino”, suggerì lui. “In questo caso lo avremmo dovuto chiamare «Obbligato»!” rispose ridendo la Beppa, con l’ironia pungente che la caratterizzava. Il fascista però non la prese bene: prima che si rendesse conto di quello che stava succedendo, Eva lo vide diventare gonfio e rosso, come se la cravatta lo stesse strozzando. Lo guardò curvarsi minaccioso verso la Beppa, che teneva il suo bambino tra le braccia come una Madonna e allungare le mani per prenderlo. La vide spalancare gli occhi spaventata, improvvisamente consapevole di averne detta una di troppo. Balbettò qualche parola di scusa mentre lui con più decisione le strappava il piccolo dal collo. Lo tenne sospeso per aria mentre il bimbo gli gorgogliava felice davanti agli occhi e tendeva le manine per acchiappare la nappa che cadeva ondeggiando dal cappello. “Sapete una cosa?” – disse l’uomo in nero a voce stentorea, perché lo potessero sentire tutti – “le persone come voi non hanno ancora capito che se vivono al sicuro lo devono a quelli come me. Che se ve ne potete andare in giro indisturbate alla notte, è perché ci siamo noi.” (La Beppa pensò in un lampo a quel verme di Aristide lì in piedi dietro a lei e si disse: “Proprio in queste mani saremmo al sicuro?”). Teneva il bambino sospeso in aria con la madre che li guardava spaventata e immobile, e lo faceva saltare su e giù, lanciandolo pochi centimetri in aria, mentre il bambino rideva felice. E intanto continuava a parlare a voce sempre più alta e strozzata: “La gente come voi pensa di poter dire quello che vuole, pensa di avere a che fare con dei codardi, con persone che non sono in grado di farvi capire chi è che comanda. La gente come voi è convinta addirittura di poterci far fessi e di poter rubare i carichi di olio e di vino destinati al Comando Militare. La gente come voi pensa di farla franca, proprio come vostro marito”. Smise per un momento di far giocare il bambino e la fissò con due occhi piccoli e cattivi: “Non è forse vero che in questo preciso momento è in viaggio verso Parma, dove venderà quel che ha rubato al mercato nero?”. La Beppa lo guardava sempre più terrorizzata, le sembrava di impazzire e si domandava: “Come lo sanno? Come hanno fatto a scoprirlo? Dobbiamo scappare, andare via, subito”. E tendeva le mani per riprendersi il piccolo, mentre Aristide la teneva per le spalle.
L’uomo nero ormai gridava: “Quelli come voi sono il cancro della nostra Patria, sono dei sabotatori, sono quelli che rischiano di compromettere i progetti del nostro amato Duce: che l’Italia riprenda finalmente i fasti e la gloria dell’Impero Romano e che riacquisti agli occhi del mondo il ruolo che le spetta!”. E intanto Eva vedeva il bambino lanciato ancora e ancora in aria, e ogni volta che si staccava dalle mani del fascista lei tratteneva il fiato e cercava di tenerlo su, con gli occhi. “Quelli come voi sono le mele marce e lo sapete cosa si deve fare con le mele marce, vero? Vanno spazzate via, prima che facciano marcire tutto il cesto!”. Diede una spinta più forte, il bambino si staccò più decisamente dalle sue mani e si librò nell’aria, con le braccia aperte, come una colomba. Subito dopo, tirò fuori dalla fondina la pistola e gli sparò, prima che toccasse terra.
L’urlo della Beppa straziò la piazza, rimbalzò tra i vicoli e i viottoli e si udì fino nei campi.
Il fascista si guardò attorno qualche secondo con l’aria compiaciuta, poi Aristide – lasciata scivolare a terra la povera ragazza – volse le spalle alla pozza di sangue che si andava allargando sul selciato e lo trascinò via, caricandolo sulla macchina, che si allontanò velocemente in una nuvola di polvere così com’era arrivata.
Un’atmosfera irreale si materializzò nel paese. L’orrore aveva fatto il suo ingresso dalla porta principale e non sarebbe più stato possibile pensare che i fascisti fossero “come tutti gli altri che governano”, ma era stato necessario vederlo con i propri occhi.
Le gambe di Eva cedettero di schianto e lei si accasciò a terra, in mezzo alle ortiche che le pungevano la pelle, la schiena appoggiata al muro. Il bambino che vola, lo sparo e quell’urlo si erano ormai impressi indelebilmente nella sua mente e non l’avrebbero mai più lasciata.
Sconvolta, guardò la Beppa piangere riversa a terra, con le donne del paese che gridavano e gli uomini che discutevano radunandosi in capannelli, la piazza improvvisamente di nuovo piena. Accanto al terrore che l’aveva inchiodata lì fino ad allora, Eva sentì nascere dentro una rabbia sorda, un senso di impotenza e di pericolo. Il pensiero corse veloce alla sua famiglia, a quel ragazzo che l’aveva stretta il giorno prima: al suo sguardo timido e buono, alla promessa di felicità che aveva letto nei suoi occhi e si rese conto più che mai che gli uomini possono anche diventare cattivi, violenti, vendicativi. E di quanto sia facile perdere tutto. Tutto può andare perso, anche il ricordo, se non se ne fa una scatola da chiudere e consegnare nelle mani – nella memoria – di chi verrà dopo di noi.

***

Eva e Edoardo si sposarono nel 1940. Lui venne imbarcato come sommergibilista, scampò a morte certa in seguito all’affondamento del proprio sommergibile nell’aprile 1943, quando scambiò la propria licenza con quella di un compagno per tornare a casa ed assistere alla nascita della sua prima figlia, Luciana. Mia madre.

[Poche idee, ma confuse]

__________
“Batchiara”
«La bio la eviterei volentieri, ma immagino che sia dovuta. Ci penso un attimo.»

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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