Non importa chi

di Luca di Michele “Novecento”

Resta fermo, nascosto dietro il masso, mi han detto.
Resta qui fermo e non ti muovere, neppure per pisciare.
Prima di notte qualcuno verrà a darti il cambio.
Ed è qui che sono fermo. Da non so più quante ore, tre, quattro, forse cinque.
Spara a chiunque passi di qui, non importa che divisa indossi o che lingua parli: tu spara, mi han detto.

Ma io non ho voglia di sparare. Sento freddo alle mani e ai piedi; ho le gambe tutte intorpidite a restare sdraiato, nascosto dietro questo masso. A guardare il mondo attraverso fili d’erba e sterpaglia.
Ogni tanto sento un rumore e braccia e mani mi diventano di ghiaccio. Smetto anche di respirare.
Ogni volta, con sollievo, mi accorgo che è solo il rumore del vento. Forse, neppure oggi dovrò sparare.

Non voglio sparare, non voglio vedere di nuovo il colore del sangue, sentirne l’odore.
Ne ho visto già troppo prima di fuggire qui, tra boschi e montagne, a vivere come un animale.
Sono fuggito per cercare vendetta, combattere contro chi, folle, ha versato il sangue di tante persone che conoscevo, persone che non meritavano di essere uccise così, messe in fila e mitragliate alla schiena.
Le ho viste morire nascosto sotto un mucchio di legna. Nessuno mi ha visto, nessuno si è accorto di me.
Li ho visti morire e ho ringraziato il signore di essersi portato via mio padre e mia madre anni fa, lasciandomi solo. Di non aver permesso loro di vedere lo strazio, di morire come bestie in fila, mitragliati alla schiena.

Sento un rumore più forte, sembrano passi. Ma forse è di nuovo il vento, tra le sterpaglie. Mi blocco, braccia, gambe e mani gelano, sino a non sentirle più mie. Smetto di respirare e spero che il rumore svanisca, come sempre.
Eppure non smette. È rumore di passi: di scarpe che trascinano ciottoli lungo il sentiero.
Vorrei chiudere gli occhi, tappare le orecchie. Non sentire e vedere nulla. Dimenticare quello che è successo, i motivi per cui sono lì, sdraiato dietro a un masso tra erba e sterpaglia, con in mano un fucile, freddo e pesante.
Invece gli occhi restano aperti e vedo sbucare dalla salita una testa. Forse è solo un contadino, un contadino in fuga anche lui da tutto quel sangue.
Non sparerò ad un contadino, non mi importa cosa mi han detto. Non voglio sparare, e di certo non voglio sparare a un povero diavolo che cerca solo un posto sicuro in cui nascondersi e piangere gli amici perduti, le famiglie distrutte, i campi e le case bruciate.
Ma la testa, avanzando, rivela un corpo. E quel corpo ha indosso una divisa.

La stessa divisa che avevano quelli che hanno ucciso, come animali, persone che conoscevo, che non lo meritavano. In fila, mitragliati alle spalle.
Solo meno ordinata, la giubba lercia e slacciata, il passo lento e pesante che trascina rumorosamente ciottoli, il viso sporco, i capelli spettinati sotto un berretto sdrucito.
Nulla del comportamento marziale, dello sguardo deciso che ho visto negli uomini che, mitraglia alla mano, hanno sparato alle spalle, in fila come bestie, a persone che conoscevo, persone che mi vendevano il latte, cuocevano il pane, con cui giocavo a carte bevendo vino alla domenica.
Ma la divisa, per quanto logora, è la stessa.

Dev’essere un reduce di quel battaglione che, due giorni fa, i miei compagni hanno attaccato in forze in pianura, mentre attraversava il ponte.
Li abbiamo sbaragliati, li abbiamo ammazzati tutti. E se qualcuno se l’è cavata, ci penseranno i civili a fargli la festa, mi han raccontato quando sono tornati, trionfanti.
A me che ero rimasto a far guardia al campo.
Io ridevo del loro ridere, sorridevo del loro sorridere. Ma non capivo cosa ci potesse essere da ridere e sorridere. E neppure loro, credo.
Infatti, poco dopo, è calato il silenzio. Nessuno parlava più. Solo il rumore del vento tra le fronde degli alberi.
E questo folle pensa di riuscire a fuggire passando da qui, di arrivare sano e salvo a casa sua, oltre questi boschi e queste montagne. Eppure lo sanno tutti che questi monti son pieni di partigiani.

Continuo a guardarlo, mentre avanza. Non posso rischiare di sparare mentre è lontano, potrei mancarlo. In quel caso potrei avere la peggio. Non ne so niente di guerre e di fucili io, mi dico.
La verità è che non voglio sparare. Non voglio vedere altro sangue che scorre, altri occhi che fissano il vuoto.
Spara a chiunque passi di qui, mi han detto.
Questo soldato, se dovesse riuscire ad attraversare i boschi e i monti, di sicuro si ricongiungerà al suo esercito e tornerà. Tornerà a colpire, a sparare, ad uccidere. Uccidere persone messe in fila come animali, mitragliate alle spalle.
Me lo ripeto; me lo ripeto ancora e ancora.

Silenzioso, punto verso di lui il fucile e prendo la mira. È ancora troppo lontano, penso, potrei mancarlo.
Lui non sospetta nulla, neppure si guarda intorno. Osserva solo la punta delle sue scarpe mentre cammina. Sconfitto, abbattuto. Rassegnato.
Posso aspettare ancora un po’, penso mentre si muove a passo lento. Aspetterò che sia davanti a me, sul sentiero. Così nascosto non può vedermi.
Ogni tanto ricordo di respirare, lentamente, silenziosamente, mentre lo seguo con la canna del fucile puntata al suo petto.
Passano secondi, lunghi come anni. Sento i miei capelli incanutire, la pelle invecchiare e coprirsi di rughe.
Eppure, prima che mi senta pronto, prima che sia stato capace di decidere con determinazione ciò che è giusto che faccia, è arrivato a tiro. Da qui non posso sbagliare.
Un colpo solo, preciso, nel petto.

Il suo sangue macchierà l’erba e i ciottoli del sentiero. Sangue rosso come quello versato sul pavimento di pietra della piazza da persone che conoscevo. Persone che mi vendevano il latte, cuocevano il pane, con cui giocavo a carte bevendo vino la domenica. Avrà lo stesso colore.
Non voglio, non voglio vedere altro sangue scorrere, altri occhi sbarrati che privi di vita fissano un punto lontano, oltre la mia testa, le mie spalle.

Spara a chiunque passi di qui, mi han detto.
Quest’uomo, questo soldato, se non lo ammazzo io lo ammazzerà qualche altro partigiano, nascosto anche lui dietro un masso, più determinato di me.
Forse avrebbe ragione lui più di me.
Ma se ce la facesse ad attraversare i boschi e i monti, tornerebbe di nuovo con i suoi compagni. Tornerebbe per colpire, sparare e uccidere. Uccidere persone messe in fila come animali. Mitragliarle alle spalle.

Lo tengo sotto mira. Ora è proprio in linea retta di fronte a me, sul sentiero. Da qui non posso mancarlo.
Appoggio il dito sul grilletto del fucile, freddo come ghiaccio, e socchiudo l’occhio con cui prendo la mira.
La sua vita tutta nella lieve pressione del mio dito.
Braccia, gambe e mani sono un pezzo di ghiaccio, irrigidite da freddo e paura.
Non sento neppure le dita. come non fossero più mie.

Spara a chiunque passi di qui, non importa che divisa indossi, o che lingua parli: tu spara, mi han detto.

[Novecento]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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