Lo zio Muko

di Laszlo Kripko e Pietro Paba “ipaba”

Pietro Paba 6 febbraio alle ore 14.50
Era quasi estate, una di quelle giornate assolate nelle quali è un piacere uscire in maniche di camicia, qualunque sia la tua condizione. Una giornata di caldo temperato in cui la primavera ti fa apparire tutto possibile, roseo e pieno di speranze, così pensò lo zio M. indossando una camicia blu scura, fresca di bucato e stirata dalla nonna alla perfezione. Si sentiva bello, irresistibile, e con quella camicia e il pantalone buono uscì per fare una passeggiata con i suoi amici. A vent’anni, vestito bene, andava nel centro del paese per incontrare le ragazze e ridere con gli amici. “Ciao mamma vado in centro”, furono le sue parole di commiato, le ultime sentite dalla vecchia nonna che lo guardò dalla finestra allontanarsi con quella sua andatura ballerina, e dentro di lei sorrideva di quella gioventù spensierata in cui si rifletteva. “Ciao M., fai attenzione e torna presto” pensò. Era il 1946, in Ungheria.

Kripko Laszlo 16 febbraio alle ore 22.44
Caro Pietro, sì più o meno e stato cosi!
Forse sono stato io, ai tempi, a raccontarti male la storia, omettendo alcuni particolari. Permettimi perciò a posteriori di rimediare alla mia mancanza.
Il nome di mio zio era Muko, non so se fosse il suo nome o un soprannome, in ungherese Muko non ha significato, forse ha una qualche valenza in slovacco, che io purtroppo non conosco.
Muko era figlio di ungheresi abitanti dell’attuale città di Kosice, nella Slovacchia orientale, staccata dall’Ungheria dopo la Prima Guerra Mondiale e annessa alla Slovacchia col trattato di Trianon.
La Slovacchia nel 1945 venne liberata dai nazisti dalle truppe dell’Armata Rossa, lo zio Muko, entusiasta per l’evento, si vestì, si mise la camicia buona (blu scura) e andò incontro ai sovietici per salutarli.
I sovietici, scambiando il colore della sua camicia per nera, lo arrestarono immediatamente, credevano, infatti che fosse un fascista. A nulla valsero gli appelli di Muko sul vero colore della camicia. Probabilmente lo avrebbero arrestato lo stesso, perché allora i ragazzi dai 16 ai 18 anni, ma forse anche più giovani, erano di supporto alle forze armate nazionali.
Sta di fatto che lo zio Muko dopo l’arresto fu direttamente portato in un gulag della Siberia, dove ha passato i seguenti 30-35 anni della sua vita.
Io ho incontrato mio zio solo una volta da bambino e perciò i miei ricordi sono foschi. Mi è comunque rimasto impresso il racconto di come passassero la notte, formando un cumulo umano di corpi ammassati uno sopra l’altro in un capannone senza riscaldamento.
Tra altro, l’immagine di questo cumulo è resa ancora più assurda dal fatto che chi era in mezzo, quindi scaldato dai corpi degli altri, dopo un preciso intervallo di tempo doveva fare a cambio con uno di quelli all’esterno, nasce perciò un’immagine dinamica ancora più tragica di questo cumulo di persone.
Nel gulag lo zio Muko fece amicizia con dei prigionieri giapponesi, che durante i lunghi anni di prigionia gli insegnarono a parlare, leggere e scrivere la propria lingua; questa e l’unica cosa che so sugli anni di prigionia.
Sulla sua liberazione e le modalità del suo rientro, personalmente non ho notizie, oppure ho notizie discordanti.
Una versione dice che dopo 30 anni circa, qualcuno, forse qualche ente governativo giapponese, pagò ai sovietici un riscatto per i prigionieri i giapponesi, appunto, e questi insistettero affinché fosse pagata una somma di riscatto anche per mio Zio. Muko andò in Giappone con loro e dal Giappone rientraò in quella che allora era Cecoslovacchia.
L’altra versione dice che i militari sovietici lasciarono il gulag, abbandonando i prigionieri alla loro sorte, facendo mancare loro anche quel minimo di supporto (viveri, acqua, vestiario, ecc.) che garantiva loro la sopravvivenza.
I prigionieri comunque riuscirono a liberarsi e a garantirsi in qualche modo la sopravvivenza, tanto che a un certo punto ebbero forza sufficiente per intraprendere il viaggio verso casa.
Sul rientro, se sia avvenuto a piedi o chissà con l’alternarsi di quali mezzi di trasporto, attraverso quali paesi… purtroppo come dicevo prima non so proprio nulla. Sicuramente deve essere stata un’impresa anche quella, se si considera che allora c’era ancora l’Unione Sovietica, paese dove bisognava possedere un visto per recarsi anche solo da una città all’altra. Sta di fatto che lo zio Muko, dopo 35 anni, riuscì finalmente a tornare a casa, nella sua città natale di Kosice. Facendo un po’ i conti, doveva essere il 1980, io infatti lo incontrai nell’81 circa.
Ora questa è una storia terribile, ma prima di finire permettimi di raccontarti quel poco che so di Muko.
Rientrato in patria divenne uno degli interpreti di giapponese più pagati, per lavoro si spostava spesso a Bratislava, Praga e anche Budapest. Altro ricordo di lui, infatti, è un enorme ideogramma su carta di riso appeso alla parete del suo soggiorno.
Ma a parte questo di Muko va ricordato soprattutto come l’uomo più allegro del mondo. Non era mai solo era sempre attorniato da amici o amiche a cui garbatamente faceva la corte. Quando diceva che andava a prendere una birra, tornava con una cassa, e chiamava gli amici del condominio o delle vicinanze, per trasformare un cosa privata in una festa collettiva.
Purtroppo nell’82 noi siamo venuti in Italia e quindi non l’ho più visto, e poco prima del 2000, anno in cui siamo rientrati in Ungheria, è morto di infarto.
Ma da quanto ho sentito, nessuno mai lo ha mai sentito lamentarsi o maledire la sorte per quello che gli era capitato. Che i giapponesi, oltre alla lingua, gli avevano insegnato anche una qualche saggezza orientale? Anche qui le possibilità sono infinite, possiamo solo immaginarle.
Carissimo Pietro grazie tante per avermi ricordato lo zio Muko. Un grosso e affettuoso saluto a Te, Francesca ed Edoardo: Laszlo

[ipaba]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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