La resistenza dell’aria

di Francesco Ruggieri “il cagnolino”

La classe non è acqua, è fuoco. È un segno di fuoco, di fuoco nemico sul fronte della Grande Guerra, fuoco che brucia e non ti riporta a casa il babbo, nemmeno se sei un bambino di pochi mesi, nonno, nato sotto il segno di quel fuoco. Il tuo babbo non l’hai mai conosciuto. Il “fu Guido Alessio” che accompagnerà il tuo nome in tanti documenti e in tante lacrime è solo un nome scritto sotto a una medaglia appesa a un muro, è solo uno dei nomi di chi non è ritornato a casa da una guerra grande e lontana, ma è e resterà il tuo babbo. Io ho sempre pensato a lui come a un uomo speciale, che doveva tornare e forse non doveva partire perché la guerra non lo sai se ritorni a casa, e a casa c’eravate tu, la tua sorellina, e c’era la tua mamma. La tua mamma che ha lavorato sodo, se la ricordano ancora per quanto ha lavorato per tirarvi su, da sola. L’amore è un fuoco che l’ha scaldata una sola volta nella vita, è il suo uomo giovane e biondo che ha fatto in tempo a veder nascere i suoi due figli, e a lei è bastato questo dono dall’amore. Le è bastato e ne ha fatto la sua benzina per alimentare il fuoco della sua resistenza, combattuta con una forza di volontà sconfinata e con l’onestà che ti fa sudare e ingoiare lacrime amare, ma che ti rende più di ogni altra cosa un essere umano degno di questo nome.

Quando poi sei diventato un uomo, un uomo onesto, non potevi che partire, partigiano, sei partito anche tu per combattere sotto un nuovo fuoco nemico e con i Partigiani Monte Amiata hai rischiato la vita per costruire un futuro migliore per i tuoi figli, per i tuoi nipoti, come tutti i nonni dei miei cugini partigiani che non vogliono dimenticarvi.

Non hai avuto parole per raccontarla, la tua resistenza, quello che so mi è stato raccontato, e se cerco di immaginarti nella mia mente, la tua immagine e quella del tuo babbo si confondono, si sovrappongono i capelli biondi, le raffiche di mitra, la lontananza da casa dove non si sa se si torna. Ma il nemico va combattuto sempre, con la forza del coraggio che non è la forza della prepotenza che conosciamo noi oggi, e che tu per fortuna almeno questa non l’hai conosciuta. So poche cose di quei tuoi mesi trascorsi nei boschi, passati a dormire nelle buche scavate per terra, a soffrire la fame e il freddo con il pericolo unico amico. Sarebbe bastata una spiata e il fuoco nemico avrebbe potuto divampare e lasciarti per sempre su quei monti. Eri convinto che fosse meglio morire piuttosto che rinunciare alla speranza di un’esistenza migliore, e questa convinzione eroica alimentava i tuoi ideali di libertà e giustizia. Non hai avuto parole per raccontarla, la tua resistenza, e forse non ne parlavi perché pensavi fosse giusto omettere tante atrocità e tante sofferenze, brutte cose che non volevi per noi. Ma io ricordo la tua forza d’animo e la tua gioia di vivere, quella l’ho conosciuta nei giorni che siamo stati insieme, compagni di giochi e di sorprese, ricordo le tasche piene di figurine di calciatori e di cioccolata, ricordo le piccole cose, le preziose cianfrusaglie della quotidianità. Bastava poco per farti commuovere e ricordo di aver visto spesso una lacrima leggera scendere a rigarti il volto, nonno compagno di giardinetti. Mi ricorderò sempre di quando mi regalasti la mia prima bicicletta, la più bella del negozio. Sorridevi, vedendomi fare le prime pedalate, mi sorreggevi e mi incoraggiavi e un giorno ho corso per la prima volta su due ruote, grazie a te. Mi raccontavi di Coppi e del gigante Bartali, di salite e di vittorie, di campioni e di un passaggio di borraccia che fotografava il tuo ideale di umanità.

Alcune volte restavamo a casa, io giocavo accanto a te, seduto sulla tua poltrona, dove vado a sedermi ora a leggere per ore, a contemplare un tramonto, a guardare il telegiornale. Lo guardavi sempre, il telegiornale, che un tempo si poteva guardare, non come ora che proprio non ci si fa. Il telegiornale che guardavi tu era anche bello, sembrava che si potesse essere ottimisti per il nostro futuro. Penso che fossi un po’ il custode del telegiornale, che lo guardassi per sorvegliare che tutto andasse bene, perché le cose le avevate rimesse a posto voi, e ora dovevano seguitare ad andare per il verso giusto e io mi sentivo sicuro quando lo guardavi tu, il telegiornale, così non sarebbe successo niente di male. Ora invece il telegiornale non ha più il suo custode, e certe volte è meglio spegnerla, quella scatola nera. Mentre la spengo penso con rabbia che questo non è il mondo che sognavi, non ci crederesti che schifo di mondo è questo, nonno, e io mi sento piccolo e inerme di fronte a un nemico che non si può sconfiggere con un fucile, che non ci sono pallottole per farlo sparire.

Oggi sono uscito a fare un giro in bicicletta. Certo, non sono né un Coppi né un Bartali, ma sono uno studente come volevi tu, nonno, come ti sarebbe piaciuto, come speravi. Ho provato uno scatto sulla pista ciclabile e ho sentito in faccia come delle fredde e piccole punture di aghi: era l’aria, che opponeva resistenza al mio passaggio. Sarà così, la nostra resistenza, ho pensato, come quella dell’aria, che non si vede, è leggera e trasparente, come le cose fatte bene, meglio che si può, con onestà e pudore, mantenendo vigile la volontà testarda di ribaltare questo assurdo stato di cose.

Di te, nonno, dei tuoi ultimi giorni, ricordo che camminavi sempre più lentamente e restavi assorto in lunghi silenzi, parlavi poco e ora so che stavi male, ma i tuoi capelli profumavano, erano sempre a posto con la brillantina, ti facevi sempre la barba e profumavi del tuo dopobarba, le parole incrociate sempre sul tavolo accanto al quotidiano. L’ultima volta che ti ho visto indossavi una bella camicia con la cravatta e nella tasca della giacca da camera avevi la cioccolata e una sorpresina per me, un modellino di una cinquecento rossa.

E avevi la forza di dire ancora che Una quercia non si abbatte con la prima accettata. Sei rimasto un combattente fino all’ultimo respiro.

Io non lo so se noi ce la faremo, ma io voglio crederci che piano piano l’aria alimenterà il fuoco e il sogno alimenterà la speranza e il coraggio, e che un giorno rimetteremo a posto le cose, come ce le avevate consegnate. Siamo querce che non si abbatteranno con la prima accettata, e questo sogno, nonno, lo voglio dedicare a te.

[The Little Dog]

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Francesco Ruggieri “il cagnolino”
R-esistente da 18 anni a Grosseto e A occhio e croce 19 anni, partigiano.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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