Raffaele Persichetti

di Carola Moscatelli “capola” o “scatola”

“Furono i granatieri, che morirono l’uno sull’altro,sparando fino all’ultimo colpo, sotto il sole a picco, nella località Cecchignola; furono i popolani, che accorsero accanto ai militari, e che per alcune ore tennero duro presso la Piramide Cestia e in altri luoghi della capitale. Si ebbero i primi caduti della guerra di liberazione, tra cui Raffaele Persichetti, l’insegnante liceale accorso tra i primi e morto eroicamente alla testa di un drappello di valorosi.”
Luigi Longo

Questa è la storia di una targa su un muro di una scuola, di una strada e di un giovane uomo morto nella battaglia che diede il via alla guerra di Liberazione. E di una signora anziana incontrata d’estate tanti anni fa, e che è riuscita a mettere insieme tutti i fili.

***

Nell’anno scolastico 1939-1940 ero iscritta al primo liceo classico, ed ero l’unica ragazza in una classe di trenta alunni. Fino all’anno precedente mi faceva compagnia mia cugina Andreina Cohen, che era riuscita a conseguire la licenza ginnasiale prima di finire dritta al liceo ebraico. Credevo che quella sarebbe stata anche la sorte mia e di mio fratello Federico; eravamo figli di un matrimonio misto, da padre cattolico e madre ebrea, e per quanto mia madre si fosse convertita risultavamo sempre non ariani. E invece per una tortuosità legislativa potevamo rimanere dove eravamo, sorvegliati speciali ma liberi di frequentare il ginnasio liceo statale.
In classe ero “la signorina” o più semplicemente “signorina”; la mia unicità, manifestata anche dal tremendo grembiale nero che ero obbligata a portare, mi aveva privato del mio patronimico. L’unico che aveva l’accortezza di pronunciarlo, dopo il “signorina” di ordinanza, era il professore di storia dell’arte.

Ad appena 25 anni era il più giovane di tutto il corpo docente; un bel tipo atletico che veniva a scuola in bicicletta ed entrava in cortile fischiettando. Forse per questa suo carattere gaio di natura, aveva un approccio all’insegnamento che per l’epoca era decisamente democratico: interrogava solo i volontari e le sue lezioni erano coinvolgenti più di tutte le altre. Spiegava il bello in ogni sua forma, non si limitava al suo campo ma divagava sui massimi sistemi. Parlava di universi sconosciuti, popolati da poeti chiamati Rilke e Montale, parlava anche di cinema e di spettacoli teatrali. Era come una finestra sul mondo al quale noi, per età, eravamo ancora preclusi. Un fratello maggiore già esperto dei segreti del mondo che aveva l’accortezza di trattarti da pari.
Era un antifascista perché la sua natura era sinceramente democratica, ma, in virtù del suo grado di tenente dei Granatieri di Sardegna, veniva rispettato anche dai nostri compagni che maggiormente simpatizzavano con l’alleato germanico e che desideravano l’ingresso immediato in guerra dell’Italia. Sì, perché poco prima che ricominciassero le lezioni la Germania aveva invaso la Polonia ed era scoppiata quella che poi passò alla storia come la Seconda Guerra Mondiale. La milizia fascista organizzava manifestazioni spontanee per chiedere al Duce l’intervento e cercavano il coinvolgimento di tutti. Una mattina l’insegnante di educazione fisica, in camicia nera fin dai tempi della marcia su Roma, fece entrare degli squadristi per chiamare un’assemblea nel cortile durante l’orario di lezione. Il professore di latino del ginnasio, un anziano gesuita, cercò di farli ragionare sull’opportunità di una simile azione e subito tre camicie nere gli furono addosso e cominciarono a picchiarlo. Richiamato dal frastuono di questi teppisti, il professore si affacciò dalla balconata che circondava il cortile e vista la scena urlò: “Vili siete, perché picchiate un uomo che per età non è più in grado di difendersi!”
Scese di corsa le scale e si buttò nella mischia, procurandosi una ferita alla testa e un monito da sorvegliato speciale da parte della milizia scolastica. Ma per noi era diventato un eroe.
Il ricordo più vivido che ho di lui però risale a qualche settimana prima dell’episodio della rissa. Siccome una gran quantità di alunni non era mai andato alla Sistina a vedere il Giudizio Universale, decise che ci avrebbe portato lui, in orario di lezione. Ora le gite sono frequenti, ma allora era quasi impossibile che un preside desse la possibilità a una classe di saltare un’intera giornata di lezione, e oltre questo ostacolo bisognava avere il beneplacito di tutti i genitori. Ma lui ci riuscì.

Per la prima volta uscì di casa in orario di lezione senza indossare il grembiule. Era una giornata calda e avevo messo un vestito nuovo e un cappello che mi ero fatta da sola; ero decisamente troppo elegante per l’occasione, ma ero così contenta di non assomigliare a un corvo per un giorno che non me ne resi conto, almeno finché non arrivai all’appuntamento davanti a scuola. Ventinove paia di occhi mi scrutavano come se avessero avuto davanti una sconosciuta: mentre fino a quel giorno ero stata invisibile, come una parte dell’arredo scolastico, per la prima volta mi presentavo come una giovane donna e loro non riuscivano a capacitarsi di questa trasformazione.
Ci furono degli attimi di forte imbarazzo, poi il professore ruppe il ghiaccio dicendo: “Vi mostro il giusto comportamento da tenere con una signorina” e mi prese sotto braccio. Si levò qualche commento a bassa voce e perfino qualche risatina, mentre io, rigida come un palo e rossa come un peperone, passeggiavo al suo fianco come se fossi la sua fidanzata. Ero infatuata di lui – e come poteva essere altrimenti? – e quell’improvvisa intimità fisica mi aveva lasciato esterrefatta.
Lungo la strada, durante una pausa delle sue spiegazioni, mi disse a bassa voce: “non si deve mai lasciare intimidire solo perché è una donna. Lei vale esattamente quanto loro, ed è qui per dimostrarlo. Non abbia paura. Se lei continua su questa strada, è destinata a grandi cose”. Era la prima volta che qualcuno al di fuori della mia famiglia dimostrava di credere in me in modo così incondizionato e gliene fui davvero grata.
Finì l’anno scolastico e cominciò la guerra anche per noi italiani. Il professore fu richiamato in servizio dalla fanteria e io mi diplomai due anni dopo, unica donna di tutta la mia classe.
Rincontrai il professore agli inizi del ’43; avevo preso contatti con il Partito d’Azione clandestino, nel quale militava mio fratello Federico. Facevo quello che si chiamava la staffetta, e un giorno mi capitò di recapitare un messaggio proprio a lui. Scambiammo poche parole, era troppo rischioso attardarsi quando si dovevano recapitare o ricevere questo genere di messaggi, ma mi ricordo ancora il sorriso che mi fece e quel “l’avevo sempre detto io che lei era una ragazza coraggiosa” con cui prese commiato.

Che era morto lo seppi a guerra già finita, nella battaglia di porta san Paolo, il 10 settembre del ’43. Non aveva ancora trent’anni e tutte le volte che ci penso, e passo davanti alla Piramide Cestia, mi viene un groppo in gola e le lacrime agli occhi.

***

Questa è la storia di Raffaele Persichetti, medaglia d’Oro al valore militare, morto con un colpo di pistola alla tempia nella prima battaglia di popolo ed esercito contro i tedeschi.

[Fuffingtonpost]

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Carola Moscatelli “capola” o “scatola”
Circatrentenne romana, abita all’Esquilino da prima che diventasse di moda, tiene un blog a tempo perso, ama la fuffa, la pizza con la mortadella, il cantautorato italiano e le bibite di nicchia.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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