Onde corte

di Cristiano Micucci “Mix”

La Resistenza, io non c’ero. Non c’ero non nel senso che non ero nato, non c’ero nel senso che ero piccolo, cinque o sei anni, e per la Resistenza era come se non ci fossi, perché non è che potessero contare su di me, i partigiani, su un bambino, per quanto sveglio, cosa che poi non ero.
Anche per me la Resistenza era come se non ci fosse. Anzi no, capivo che ci fosse, ma non capivo esattamente cosa fosse, tanto che in testa mi si erano un po’ mischiate delle idee.

In casa nostra c’era la radio. Spesso mi dicono che la mia famiglia doveva essere ricca, visto che avevamo la radio, io però non mi ricordo che fossimo ricchi. Si mangiava tutti i giorni, questo sì. Durante la guerra invece si mangiava poco e maluccio, come tutti, la pancia borbottava spesso, però non si moriva di fame, anche se magri eravamo magri parecchio, coi pantaloni che in vita avanzavano di tre dita.
Ricchi non lo eravamo, ma come famiglia stavamo bene, nel senso che erano di più quelli che stavano peggio di noi che quelli che stavano meglio. Papà lavorava alla società elettrica, quella che si chiamava come l’inventore che non ricordo mai il nome. Mamma faceva la maestra. Mio fratello, Gustavo, faceva mio fratello. Era più grande di quattro anni. Lui ero convinto che c’entrasse qualcosa con la Resistenza. Quando glielo chiedevo rispondeva sempre di no, però ero certo che fosse per mantenere un qualche giuramento di segretezza. Pensa che bravo partigiano, mio fratello, che non lo rivelava nemmeno a me, quello che aveva a che fare con la Resistenza.

Insomma noi avevamo in casa questa radio. Anche se ero troppo piccolo per ricordarmene sapevo che l’aveva costruita mio padre, o come diceva lui assemblata. Si era fatto mandare tutti i pezzi da una fabbrica di Milano che aveva un nome buffissimo, per essere una fabbrica, infatti si chiamava Geloso. Era stata sistemata, la radio, sul mobile basso della sala da pranzo. A me pareva enorme, anche se mio fratello mi disse che non era mica così grande e che ne esistevano anche da riempire una stanza. Poggiata sopra al centrino della nonna e affiancata da due vecchi portacandele, sembrava un altare, e infatti era un oggetto sacro, visto che a Gustavo e a me era stato proibito in maniera categorica di toccarla, anche se ogni tanto papà ci permetteva, in sua presenza, di accenderla noi, una volta per uno, senza litigare.

Il nome della radio era Super G-65A, noi perà in famiglia non la chiamavamo così, perché eravamo tutti d’accordo che fosse il nome più brutto del mondo per una cosa che doveva stare in casa con noi. Mio padre, Gustavo e io la chiamavamo semplicemente la Geloso, anche se ci scappava un po’ da ridere quando lo dicevamo. La mamma invece la chiamava il Geloso, perché diceva che era un ricevitore, e quindi era maschile, e lei, da brava maestra, a certe cose ci teneva. Gustavo una volta mi disse che secondo lui la chiamava così, il Geloso, per fare dispetto a mio padre, che sembrava più geloso della radio che di lei. Chi più chi meno, tutti in casa pensavamo a quella radio come parte della famiglia, una specie di cugina, o cugino, di secondo grado.

Mamma e papà non si stancavano mai di dirci che quella cosa che ascoltavamo la radio, quel poco che a me e a mio fratello era concesso, anzi proprio il fatto di avere una radio in casa, dovevamo tenercelo per noi e non raccontarlo mai a nessuno, nemmeno all’amico più fidato, nemmeno al parente più stretto. Doveva essere un segreto tutto nostro, perché fuori c’erano i fascisti, e loro non volevano che noi si ascoltasse la radio, e poi c’erano anche i tedeschi, che lo volevano ancora meno. Papà mi disse che potevano arrivare all’improvviso, buttar giù la porta, e se ti trovavano là ad ascoltare la radio, allora rischiavi che portassero tutti in prigione, ma non nella stessa, di prigione, ognuno in un posto diverso, così era solo e spaventato, e chissà se lo facevano tornare a casa, e infatti molta gente era sparita e non si era capito che fine aveva fatto, anche amici di scuola, o vicini di casa, spariti da un giorno all’altro.
Che fossero persone brutte, i fascisti e i tedeschi, ormai l’avevo capito. Perché ce l’avessero così tanto con la musica, però, non ci arrivavo proprio.

A me la musica piaceva, e infatti le trasmissioni che preferivo erano quelle in cui c’erano le canzoni, però non quelle con i cantanti, ma quelle che erano fatte solo di musica, e la mamma mi diceva che erano trasmissioni che venivano da lontano e che da noi quelle canzoni non le suonavano, però, sì, erano belle. Papà, mamma e Gustavo invece erano più interessati alle trasmissioni parlate, quelle in cui non c’era la musica ma solo delle voci che dicevano cose. Io mi annoiavo a morte ad ascoltarle, oltre a capire quasi niente, e anche loro non è che si divertissero chissà quanto, a giudicare dalle facce serissime che facevano.

Più la guerra andava avanti, meno erano le trasmissioni con la musica, e quelle poche non me le facevano ascoltare, perché bisognava sentire, diceva mio padre, delle voci importanti che parlavano di fatti importanti, e c’era da capire cosa stava succedendo e che molte cose stavano cambiando ed era il momento più importante e più pericoloso, e un sacco di altri motivi che io ne capivo nemmeno la metà della metà. Mio fratello invece stava sempre ad annuire, a sentire mio padre.

Fra tutte queste trasmissioni noiosissime ce n’era una che lo era un po’ meno, anzi era quasi divertente, perché a un certo punto dicevano delle frasi che non c’entravano niente con le cose serie, tanto che le capivo anch’io, però le dicevano con un tono di voce come se fossero importantissime, e mi veniva troppo da ridere, però dovevo trattenermi perché gli altri invece erano tutti assorti nell’ascolto, e se qualche volta una risatina mi scappava mi beccavo lo sguardo minaccioso di tutti.
Come facessero a rimanere seri, ascoltando quelle parole, non l’ho mai capito.
Iniziava con una specie di tamburo che dava quattro rintocchi, poi faceva una pausa, poi quattro rintocchi, poi una pausa, e così via, finché non arrivava una voce chiara che diceva “Parla Londra”, poi un’altra cosa che non ricordo, e quindi queste frasi strane. Diceva cose come “felice non è felice”, “la mucca non dà latte”, e io giù a ridere, anche se a bocca chiusa, oppure “le scarpe mi stanno strette”, “il pappagallo è rosso”, e io di nuovo a tenermi dalle risate, tanto che a volte mi faceva male la pancia.

Una volta mi scappò da ridere più del solito, perché alla radio avevano detto “Giacomone bacia Maometto”, e non riuscii a trattenermi, così mi venne fuori una vera e propria risata, rumorosa, stridula, e mio padre mi fulminò con lo sguardo e mi disse che ero uno sciocco e che non c’era proprio niente di divertente, perché quei messaggi non erano mica barzellette, erano comunicazioni in codice per la Resistenza e chissà quante vite dipendevano da quelle parole e dal loro ascolto.
Così da quella volta iniziai ad ascoltare Radio Londra, si chiamava così la stazione che faceva quegli strani annunci, rimanendo serio e attento, anche se nello stomaco ancora sentivo lo stimolo della risata, perché certe cose si possono trattenere, ma non puoi mica cancellarle.

Una sera, poco prima che Gustavo e io fossimo spediti a letto, stavamo tutti davanti alla Geloso a sentire Radio Londra. C’era il Colonnello Buonasera che faceva un discorso che doveva essere importante, perché mio padre ci mancava poco che infilasse la testa nella radio per sentire bene. Succedeva spesso che si mettesse ad ascoltarla molto vicino, un po’ perché era duro d’orecchi, un po’ perché dovevamo tenere il volume bassissimo, per non rischiare che si sentisse fuori dalla porta di casa, non si sa mai passasse un fascista o un tedesco o una spia al loro soldo.
Quella sera però, io così vicino non ce l’avevo mai visto. Stavano succedendo cose importanti. C’entrava di sicuro la Resistenza, conclusi.
D’improvviso, con noi tutti concentrati sul discorso, la Geloso iniziò a emettere uno strano fischio, prima debole, poi sempre più forte, salendo d’intensità e volume fino a coprire le parole del Colonnello, e poi ancora più alto e stridulo, tanto che stavo per attapparmi le orecchie, quando di punto in bianco cessò, così com’era cominciato, e insieme al fischio erano cessate anche le parole del Colonnello, e qualsiasi altro suono proveniente dalla radio.
Per un istante ci guardammo sorpresi, poi mia madre si alzò di scatto e corse verso la porta di casa, mio padre invece fece il giro delle finestre, sbirciando fuori, senza spostare troppo le pesanti tende. Quando tornarono nella sala da pranzo le loro facce erano un po’ più distese. Nessuno da fuori si era accorto di niente.
Papà tentò per qualche istante di far ripartire la Geloso, girando le varie manopole, ma non ci fu niente da fare, era proprio morta. Inconsolabili, ce ne andammo tutti a letto. Prima di addormentarmi chiesi a mio fratello se alle radio si facesse il funerale, solo che lui dormiva già.

Il giorno seguente, quando papà tornò dal lavoro, chiese a Gustavo e a me di fargli da assistenti, perché voleva smontare la radio e capire cosa non andava. Mio fratello e io, tutti fieri di quell’incarico, lo affiancavamo seri e attenti, anche se poi in realtà non facevamo niente a parte guardare. Quando papà tolse il mobile di legno vidi finalmente per la prima volta la vera anima della Geloso. Ne rimasi affascinato. Era come una città del futuro in miniatura, coi grattacieli metallici, le strade a forma di tubi, le piazze scintillanti. Papà osservava con attenzione tutti gli edifici e le vie, e con cautela li smontava, li estraeva da quel terreno, li poggiava al sicuro, e così via, accedendo a nuovi quartieri, e poi al sottosuolo, che prima era nascosto alla vista, fatto di tombini e fognature e scarichi e condutture. Con calma e precisione, mio padre arrivò fino alle fondamenta più basse della città di Geloso, la base su cui tutto poggiava.
A quel punto disse soddisfatto “Trovato!”, mentre estraeva, stretto tra la punta del pollice e quella dell’indice un oggetto che per un attimo ci sembrò nient’altro che un pezzetto di filo metallico, ma che poi, a vederlo meglio, aveva un rigonfiamento nel mezzo, che pareva bruciacchiato.
Tutto eccitato papà si rivolse a noi, dicendoci “Io devo uscire. Vi affido un incarico molto importante, dovete fare la guardia alla radio e a tutti i suoi componenti. Nessuno, e dico nessuno, deve toccarli, voi compresi. Intesi?” Gustavo annuì all’istante, e io di conseguenza. “Bravi! Farò prestissimo”, e si avviò verso la porta. “Appena trovo la Resistenza torno!” disse, prima di chiudersi la porta alle spalle. Disse proprio così, nostro padre, appena trovo la Resistenza torno.
Guardai Gustavo, ma dalla sua faccia capii che era già entrato nel ruolo di guardia della Geloso. Nessun dubbio lo attraversava. Io, invece, fu proprio quello il momento in cui mi si mischiarono delle idee in testa. E rimasero così, almeno finché la guerra non finì.

Papà tornò nemmeno un’ora più tardi. Si rimise subito a lavoro sulla radio, a gran ritmo, e nel giro di poco la Geloso tornò ad assolvere il suo dovere di radio. La sera stessa ci riunimmo attorno a lei e ascoltammo il Colonnello Buonasera, i suoi discorsi, i suoi messaggi, e poi quelle strane frasi, che ora sì, ne ero certo, erano rivolte anche a mio padre, oltre che a mio fratello.

[Periferia Galattica]

__________
Cristiano Micucci “Mix”
Marchigiano grouchomarxista, spinoziano e buona forchetta. Esploratore a piedi della Galassia. Una volta ha fatto la somma di tutti i numeri telefonici dell’elenco delle provincia di Macerata, e non per lucro.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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