Gli piaceva Chopin

di Simone Rossi

Ho due dita che non mi funzionano, ma per il resto tutto bene: me ne bastano otto per suonare il pianoforte, e Django Reinhardt aveva le mani messe parecchio peggio, eppure era Django Reinhardt. Quando nel ‘42 si sono presi la mia mamma e l’hanno ammazzata, anche se aveva 72 anni, anche se stava male, quando si sono presi la mia mamma io ho pensato che sarei morta anch’io, che del mio cuore sarebbero rimaste solo le schegge. E invece sono tornata a casa e mi sono accorta che era venuto il momento di imparare quei cazzo di Ventiquattro Studi di Chopin, una delle cose più cervellotiche e ipertecniche e porcaboia strappamutande che siano mai state messe su pentagramma: i Notturni senza nemmeno la consolazione della notte, l’equivalente pianistico del Faust o dell’Amleto o della lettura integrale della Recherche di Proust.

E ci sono riuscita, ho suonato Chopin nel campo di concentramento di Theresienstadt, come il Pianista del film. Theresienstadt, con quel nome di donna, tanto per incominciare: la passione secondo Therese. La passione secondo me è solo un punto di vista sull’azione, il punto di vista di chi subisce: la passione non c’entra con i baci passionali, né con la passione per la musica, no, per patire serve uno che agisca, per partire serve uno che ti deporti, un popolo, i tedeschi, io non ci riesco a maledire i tedeschi: la mia vita è tenuta dritta dalla musica e dalla pietà, non c’è patire che mi farà smettere di agire. Alessandro Magno è stato peggio dei tedeschi, il male è sempre esistito (esisterà sempre), nel 1962 ero in aula a Gerusalemme mentre processavano Eichmann e sentivo solo pietà e commiserazione. Quell’uomo pativa le sue azioni terribili. La passione per la musica del gerarca nazista che un giorno mi prende da parte e mi dice: La ascolto sempre esercitarsi, signorina, dalla cima della torretta, e lei, signorina, mi fa passare il freddo, ci tenevo a farglielo sapere, non smetta mai. Succedono veramente queste scene, la passione del gerarca nazista per il mio Chopin dominato, i miei strani geniali silenziosi amici ebrei.

Quando veniva a trovarci stava sempre zitto, secco secco, naso a punta, un ciuffo improponibile e la pelle del colore dei materassi. Stava sempre zitto quando parlavano gli altri, faceva una fatica boia a partecipare alle conversazioni: Uhm, Credo di sì, Non ci ho ancora pensato, veramente. Poi, a un certo punto, succedeva sempre, qualcuno gli chiedeva qualcosa dei suoi libri, o della sua scrittura, o di come gli fosse venuta fuori quella storia del circo o quell’altra del ragioniere tranquillo che sta seduto a sbrigare pratiche e a un certo punto una corda lunga quaranta metri cala dal soffitto e lo strozza e lo strattona verso il cielo, quattro piani di condominio risaliti in dieci secondi di soffitti sventrati, su, su fino al tetto, e poi nel cielo, sparato in orbita da una corda di quaranta metri che piove dal nulla e in un attimo hai la testa spaccata nel blu dipinto di blu, come ti è venuta fuori questa storia? Ti droghi? Ti ha lasciato da poco la morosa? Mangi pesante? No, non mangi, si vede che non mangi. Come ti è venuta fuori?

E lui aveva risposte sempre diverse e sempre uguali: Me la sono sognata. Me l’ha raccontata mio cugino. Eh, non lo so, mi è venuta. E si vergognava pure un po’, come se gli fosse venuta una scoreggia. Ma ne aveva di storie, e quelle le sapeva raccontare, e questa cosa alle ragazze piace (a me, ragazza, piaceva). Gli bastavano una panchina e poche chiacchiere, o forse era solo questione di ritmo della conversazione: non infilava aneddoti a sproposito come fanno tutti, i suoi entusiasmi erano lenti e la sua umiltà era grande, meno parlava e più la gente lo ascoltava. Forse doveva solo dimenticarsi di avere gente intorno per riuscire a parlare.

In una stanza piena di gente che parla, a un certo punto una ragazza si mette a suonare il pianoforte. E la gente sta zitta un attimo, ma poi sa che la ragazza sono io, sa che non voglio l’occhio di bue, sa che poi mi inciampano le dita se c’è troppo silenzio, e allora ricominciano a parlare con la radiolina in sottofondo, e se qualcuno a un certo punto si estrania dalla conversazione può sempre guardare la mia schiena, e nessuno gli chiederà più niente, perché sta ascoltando Chopin. Ecco, ricordo gli occhi di Franz Kafka piantati sulla mia schiena.

***

Alice Herz-Sommer ha 106 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.

[simone-rossi]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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